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Hot take: ma voi lo sapete che la cancel culture non è mai esistita?

In questo articolo

 


 

Introduzione: lo spettro che si aggira nel dibattito pubblico

Parliamoci chiaro: la “cancel culture”, o “cultura della cancellazione”, è diventata una sorta di mostro sotto il letto del dibattito pubblico contemporaneo. Un’espressione sbattuta in prima pagina, evocata nei talk show e brandita come arma nelle guerre culturali. Ma se vi dicessimo che questo spauracchio, così come ci viene raccontato – una forza onnipotente e progressista pronta a epurare chiunque osi esprimere un’opinione eterodossa – in realtà, non è mai veramente esistito nella forma e con la potenza che le vengono attribuite?

Questo articolo si propone di smontare pezzo per pezzo il castello narrativo costruito attorno alla “cancel culture”. Analizzeremo come un termine, nato in contesti specifici con significati ben precisi, sia stato trasformato, svuotato e infine strumentalizzato, soprattutto da determinate aree politiche, per generare panico morale, delegittimare critiche e, paradossalmente, mascherare forme ben più concrete e istituzionalizzate di censura. Preparatevi a un viaggio che vi porterà a interrogarvi su quanto di ciò che sentite sulla “cancel culture” sia reale e quanto, invece, sia una sapiente costruzione mediatica e politica.

Dalle radici afroamericane alla cooptazione mainstream: come nasce un’etichetta

Per capire perché la “cancel culture” come la intendiamo oggi sia un concetto quantomeno nebuloso, è fondamentale partire dalle sue origini. Il termine “canceling” (cancellare) affonda le sue radici nell’African-American Vernacular English (AAVE) e nella cultura di Black Twitter. In questi contesti, attorno al 2015, “cancellare” qualcuno significava principalmente una decisione personale, a volte seria e a volte scherzosa, di ritirare il proprio sostegno a una figura pubblica o a un’opera a seguito di comportamenti o affermazioni ritenute offensive. Era un’espressione di agency, spesso da parte di voci marginalizzate che cercavano di esercitare un controllo sul discorso pubblico.

La svolta, e l’inizio della sua trasformazione semantica, avviene con movimenti di vasta portata come #MeToo e Black Lives Matter. In questi contesti, il “calling out” (la denuncia pubblica) e la “cancellazione” delle carriere di figure potenti accusate di abusi o razzismo sistemico sono diventati pratiche più visibili e con conseguenze tangibili. Tuttavia, è proprio con l’aumento della notorietà di questi casi e l’amplificazione mediatica che il termine ha iniziato a essere usato in modo più esteso e spesso decontestualizzato, per descrivere reazioni online diffuse a singole dichiarazioni o azioni. Si è passati da un atto di disinvestimento personale o comunitario a una presunta “cultura” dell’indignazione.

Questa astrazione, che suggerisce un’entità monolitica e pervasiva, ha facilitato la sua successiva cooptazione nel dibattito politico. La perdita di sfumature del termine originario, nato con precise connotazioni culturali, ha reso “cancel culture” un’etichetta pronta per essere manipolata.

La “cancel culture” come costrutto propagandistico e panico morale

La narrazione dominante dipinge la “cancel culture” come una forza intollerante, pronta a soffocare la libertà di espressione e a punire chi devia da una presunta ortodossia progressista. Questa rappresentazione, amplificata dai media – in particolare quelli conservatori – enfatizza casi aneddotici, generalizzandoli fino a farli apparire come sintomi di una crisi sociale diffusa. Il linguaggio usato è spesso carico di emotività, evocando “cacce alle streghe” o “totalitarismo”.

Molti analisti e ricercatori sostengono che questa minaccia sia, in realtà, esagerata o un vero e proprio “panico morale“. Si argomenta che la “cancel culture” serva a focalizzare l’attenzione su determinate tendenze, spesso ignorandone altre, per legittimare alcune posizioni e delegittimarne altre. Il discorso sulla “cancel culture” diventa così più funzionale a governare un'”economia dell’attenzione” che ad affrontare una minaccia sociale concreta e diffusa.

Questa narrazione è stata significativamente cooptata da attori politici, soprattutto all’interno dello spettro conservatore, trasformandola in uno “spauracchio“. La destra politica ha spesso lamentato la “cancel culture”, inquadrandola come un’ingiusta istigazione da parte della sinistra a un’isteria, specialmente su temi razziali e di genere, volta a restringere i termini del dibattito. Etichettare le richieste di accountability provenienti da gruppi marginalizzati come manifestazioni di “cancel culture” permette di respingerle come tentativi di censura piuttosto che come legittime rimostranze.

L’élite “incancellabile”: quando la “cancellazione” è solo un graffio sulla corazza del potere

Un aspetto cruciale che smonta l’idea di una “cancel culture” onnipotente è l’analisi della resilienza delle figure pubbliche potenti che ne sarebbero state “vittime”. Casi emblematici come quelli di Joe Rogan, J.K. Rowling e Dave Chappelle dimostrano una notevole discrepanza tra la narrazione della loro presunta rovina e la realtà della loro continua influenza e successo.

Joe Rogan, nonostante le controversie per la disinformazione sul COVID-19 e l’uso di insulti razziali, ha visto il suo contratto milionario con Spotify rinnovato e il suo podcast rimanere il più ascoltato sulla piattaforma. J.K. Rowling, pur affrontando intense critiche per le sue posizioni transfobiche, continua a essere un’autrice di bestseller con un franchise, quello di Harry Potter, immensamente redditizio. Dave Chappelle, accusato di transfobia per i suoi speciali Netflix, continua a godere del supporto della piattaforma, a registrare il tutto esaurito e ad accumulare un notevole patrimonio.

Kanye West sproloquia sul neonazismo da tempo immemore e ha recentemente pubblicato un pezzo che si chiama ‘Heil Hitler’. Ha perso gli sponsor ma la sua ricchezza e la sua popolarità sono tutte ancora lì.

Questi casi, e molti altri citati nei documenti (Ezra Miller, Bobby Kotick), evidenziano come individui dotati di immense piattaforme, risorse economiche e il sostegno di potenti istituzioni mediatiche possano non solo resistere ai tentativi di “cancellazione”, ma talvolta persino trarne vantaggio narrativo. Le piattaforme come Spotify e Netflix operano spesso un calcolo costi-benefici, dove i vantaggi finanziari derivanti dal mantenere queste figure “controverse” ma popolari superano i costi reputazionali. La “cancellazione” di queste élite si rivela spesso più un dibattito mediatico che una reale perdita di potere o influenza.

Paradossalmente, l’atto di dichiararsi “cancellati” può diventare una strategia di riparazione dell’immagine, rafforzando l’appeal presso determinati segmenti di pubblico. Questa situazione contrasta nettamente con l’impatto che accuse simili possono avere su individui meno potenti, per i quali le conseguenze possono essere devastanti e durature, come evidenziato da analisi sul tema.

La vera censura: chi la pratica e chi la subisce davvero?

Mentre il dibattito pubblico si infiamma sullo spettro della “cancel culture” progressista, un’ondata ben più concreta e istituzionalizzata di censura avanza, promossa principalmente da attori e movimenti conservatori. Questa censura si manifesta attraverso bandi di libri nelle scuole e biblioteche, il controllo dei curricula educativi e l’intimidazione di chi esprime posizioni progressiste.

Negli Stati Uniti, ad esempio, si è assistito a un’impennata di bandi di libri, con migliaia di titoli rimossi, soprattutto quelli con tematiche LGBTQ+ e razziali. L’American Library Association (ALA) riporta che la maggior parte delle richieste di censura proviene da gruppi di pressione organizzati e non da singoli genitori. Leggi come la “Stop WOKE Act” o la “Don’t Say Gay” in Florida mirano a limitare l’insegnamento di concetti come la Teoria Critica della Razza (CRT) o l’educazione sull’identità di genere, creando un “chilling effect” sugli educatori. Organizzazioni come Moms for Liberty o PragerU giocano un ruolo chiave in queste campagne, promuovendo una visione del mondo conservatrice.

Parallelamente, si registrano numerosi casi di professionisti – accademici, insegnanti, giornalisti – che hanno subito conseguenze lavorative per aver espresso posizioni progressiste o, di recente, pro-Palestina. Questi non sono “effetti effimeri” su figure potenti, ma impatti reali sulla vita e sulla carriera di individui spesso meno protetti.

Confrontando la censura di destra, che sfrutta il potere istituzionale e legale, con la “cancel culture” (intesa come reazioni online), emerge una chiara asimmetria di potere e di impatto. La prima opera dall’alto verso il basso con conseguenze legali e materiali pervasive; la seconda, per come viene narrata, manca spesso di potere formale per imporre divieti su larga scala, e i suoi effetti sulle élite sono, come visto, spesso limitati. La narrazione della “cancel culture” finisce così per oscurare queste forme di censura più strutturate e insidiose.

L’equivoco italiano: come la “cancel culture” viene narrata (e distorta) da noi

L’importazione del dibattito sulla “cancel culture” in Italia è avvenuta spesso in maniera decontestualizzata e strumentale, alimentando equivoci e distorsioni. Un esempio emblematico è il caso della preside della Tallahassee Classical School in Florida, costretta a dimettersi dopo che alcuni genitori avevano definito “pornografica” una lezione sul David di Michelangelo. Questo episodio, chiaramente frutto di una politica conservatrice e anti-progressista in un contesto scolastico legato a un college dall’impostazione conservatrice, in Italia è stato da più parti, inclusi esponenti politici che si definiscono progressisti, erroneamente etichettato come un esempio di “cancel culture” di matrice “woke”.

Questa interpretazione capovolta della realtà, come sottolineato in uno degli articoli forniti, è particolarmente problematica quando adottata da figure che dovrebbero avere un ruolo di guida nel panorama progressista. Persino l’aggressione a Salman Rushdie, su cui pesa una fatwa dal 1989, è stata da alcuni ricondotta alla “cancel culture”, un’associazione palesemente fuorviante.

In Italia, la narrativa della “cancel culture” si intreccia frequentemente con le ansie relative alla cosiddetta “ideologia del gender” e al “wokeness”, termini spesso impiegati da gruppi conservatori e di destra per creare panico morale e opporsi a cambiamenti sociali. Il dibattito sul DDL Zan contro l’omotransfobia è un esempio chiave di come questi timori siano stati strumentalizzati. Le linee guida della Commissione Europea per una comunicazione inclusiva sono state presentate da alcuni media e politici italiani come un’imposizione della “cancel culture” e un attacco all’identità cristiana.

Questo dimostra come narrazioni e tattiche di “guerra culturale” vengano importate e adattate, spesso con una scarsa aderenza ai fatti o al contesto originale, per servire agende politiche locali. La stampa stessa gioca un ruolo ambiguo, talvolta rilanciando queste narrazioni distorte senza un adeguato fact-checking o approfondimento.

Conclusione: smascherare il “fantasma” per affrontare le vere minacce

Al termine di questa analisi, la domanda posta nel titolo – “Ma voi lo sapete che la cancel culture non è mai esistita?” – trova una risposta complessa ma chiara: la “cancel culture”, così come viene descritta nel discorso pubblico dominante, ovvero come una forza monolitica, progressista e onnipotente capace di mettere a tacere chiunque, è in gran parte un costrutto narrativo, uno spettro agitato per fini politici e ideologici.

Le sue origini nell’attivismo di comunità marginalizzate sono state progressivamente oscurate da una generalizzazione che ne ha distorto il significato, trasformandola in un’etichetta facilmente spendibile per delegittimare qualsiasi forma di critica o richiesta di responsabilità. Abbiamo visto come le figure pubbliche potenti, presunte vittime di questa “cultura”, dimostrino una notevole resilienza, mantenendo e spesso accrescendo la loro influenza e il loro successo economico. Questo contrasta nettamente con le reali conseguenze che la censura e l’ostracismo – spesso di matrice conservatrice e istituzionale – possono avere su individui e gruppi meno potenti.

La vera minaccia alla libertà di espressione e al pluralismo culturale non risiede tanto nel “fantasma” della “cancel culture” progressista, quanto nelle ben documentate campagne di censura che limitano l’accesso all’informazione, controllano i contenuti educativi e silenziano le voci dissenzienti attraverso canali legali e istituzionali. Il clamore attorno alla “cancel culture” serve spesso come una potente distrazione, consumando l’attenzione pubblica e mediatica e rendendo più difficile affrontare la sistematica erosione della libertà di espressione operata da altre forze.

Smascherare questo costrutto non significa negare che esistano dinamiche online talvolta tossiche o che le richieste di accountability possano talvolta sfociare in eccessi. Significa, però, ricollocare il fenomeno nelle sue giuste proporzioni, riconoscendone la strumentalizzazione e riportando il focus sulle vere sfide che la nostra società deve affrontare per garantire un dibattito pubblico autenticamente libero, informato e plurale. In definitiva, forse è tempo di smettere di dare la caccia ai fantasmi e iniziare a occuparci dei problemi reali.

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