In un’intervista che sta facendo molto discutere, il “padre” di Grand Theft Auto non ha usato mezzi termini: l’attuale traiettoria dell’AI generativa rischia di portarci verso una sorta di encefalopatia spongiforme digitale. Un collasso cognitivo delle macchine nutrite con i loro stessi scarti.
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Il cannibalismo dei dati e il collasso del modello
“L’AI finirà per mangiare se stessa”, ha dichiarato Houser ai microfoni di Virgin Radio UK. Il concetto è spaventosamente semplice: i modelli attuali “rastrellano” il web per imparare. Ma man mano che il web viene inondato da contenuti generati sinteticamente, i futuri modelli si addestreranno su materiale già “digerito” da altre macchine.
È un serpente che si mangia la coda, o per usare la metafora di Houser: “È un po’ come quando abbiamo nutrito le mucche con le mucche e abbiamo ottenuto la mucca pazza”. I ricercatori chiamano questo fenomeno Model Collapse (collasso del modello): quando l’AI si nutre di dati sintetici, la qualità degrada, la “realtà” si distorce e il sistema inizia a soffrire di allucinazioni irreversibili. È la fine della diversità informativa, sacrificata sull’altare della velocità di produzione.
La teoria dell’Internet Morto diventa realtà
Questo scenario apocalittico si intreccia con quella che viene definita la Dead Internet Theory. L’idea che la rete, un tempo piazza di scambio umano, si stia trasformando in una città fantasma popolata da bot che parlano con altri bot, creando un ciclo infinito di contenuti “senz’anima”.
Se ci pensiamo, è l’apoteosi del realismo capitalista: la produzione di contenuti non serve più a comunicare o creare cultura, ma solo a riempire spazi pubblicitari e addestrare algoritmi, in un loop di consumo privo di significato umano. Il rischio, come sottolineano alcuni osservatori, è che il web diventi una “casa stregata” di crawler che si rincorrono, rendendo impossibile distinguere il vero dal sintetico.
Licenziamenti di massa: il costo umano dell’hype
Mentre Houser filosofeggia (giustamente) sui rischi culturali, c’è un dramma materiale molto più immediato. L’industria dei videogiochi sta attraversando un periodo nero, con licenziamenti di massa che colpiscono migliaia di lavoratori. E qual è la risposta dei CEO? Investire tutto sull’AI.
Tim Sweeney di Epic Games, ad esempio, sta scommettendo pesantemente su un futuro dove l’AI farà gran parte del lavoro creativo, arrivando persino a infuriarsi pubblicamente contro Steam per aver osato etichettare i giochi con asset generati dall’AI. La promessa è sempre la stessa: tagliare i costi, aumentare i profitti. Ma se il risultato sono giochi “pieni di glitch e oggetti senz’anima”, come temono molti sviluppatori, chi ci guadagna davvero?
Tra magia e marketing: la bolla creativa
C’è un’ironia di fondo: anche Houser, pur con le sue critiche, ha ammesso che la sua nuova azienda, Absurd Ventures, sta “sperimentando” con l’AI. Tuttavia, mantiene un sano scetticismo: “Non è la bacchetta magica che alcune aziende vorrebbero farvi credere”.
Siamo di fronte al classico bivio tecnologico. Da una parte, l’AI potrebbe essere uno strumento potente nelle mani di creativi consapevoli. Dall’altra, nelle mani di dirigenti ossessionati dai trimestrali, rischia di diventare la farina di carne e ossa che avvelena l’intera filiera culturale. Se l’industria videoludica sceglie la via del “fast food” algoritmico, rischiamo di trovarci presto a giocare in mondi digitali affetti da una demenza artificiale irreversibile.
