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Emma e la pompa magna: come un esperimento da laptop è diventato il volto triste della sovranità tecnologica italiana

Il 22 giugno 2026 una società quotata in Borsa annuncia la nascita di una famiglia di modelli linguistici “tutta italiana”. Il comunicato non parla di un prototipo, parla di missione. Si rivendica la “sovranità tecnologica nazionale”, si definisce l’intelligenza artificiale una “infrastruttura critica per il futuro economico, culturale e democratico di una nazione”, si evoca un’alternativa europea ai colossi americani. Tre giorni dopo, la stessa azienda sospende la demo, ringrazia per le decine di migliaia di conversazioni e spiega che il rilascio aveva finalità esplorative. Nel mezzo, il modello aveva risposto che i cani sanno volare, aveva impiegato mezzo minuto per stabilire che dieci per dieci fa quaranta, e in alcuni casi aveva prodotto risposte pericolose.

La domanda non è perché Emma funzioni male. Emma fa esattamente quello che un modello di quelle dimensioni può fare. La domanda è un’altra, e riguarda l’Italia prima ancora di Egomnia: come è stato possibile vestire un esperimento da laptop con il linguaggio del riscatto nazionale, e trovare chi quel linguaggio lo rilanciava senza verificarlo.

Il prodotto, prima della retorica

Conviene partire dai numeri, perché smontano da soli il proclama. Emma-5, il modello “di punta” messo a disposizione del pubblico, ha 550,4 milioni di parametri e una finestra di contesto di appena 2.048 token. Pesa circa 2,46 gigabyte e gira su un portatile qualunque. Per dare la misura: i sistemi con cui viene implicitamente confrontato si addestrano con investimenti da decine di miliardi e contano parametri di tre o quattro ordini di grandezza superiori. Non è una sproporzione di sfumatura, è una differenza di categoria.

C’è di più. Il modello è stato aperto al pubblico senza filtri di sicurezza adeguati e con un addestramento insufficiente. Chiunque poteva ottenere, da un sistema presentato come bene strategico nazionale, output deliranti o nocivi. Questo non è un incidente tecnico, è una decisione: mettere online un sistema sottoaddestrato e privo di guardrail, e annunciarlo come infrastruttura critica per il futuro democratico del Paese, è una scelta presa da qualcuno, non un guasto capitato per caso. La distanza tra il registro del comunicato e la realtà del prodotto è il vero oggetto di questa storia.

Una macchina mediatica già montata

La prima ragione per cui Emma ha potuto presentarsi con quel tono è che non partiva da zero. Il nome dietro Egomnia, Matteo Achilli, dispone da oltre un decennio di un apparato narrativo costruito e collaudato. Nel 2012, a vent’anni, fonda Egomnia come piattaforma di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Nello stesso anno una rivista lo incorona “Zuckerberg italiano”. Seguono una docu-serie della BBC, un libro pubblicato da Rizzoli e, nel 2017, il film The Startup, prodotto da Rai Cinema.

Quella stessa costruzione mediatica, però, era già stata messa in discussione all’epoca. Nel 2017 Wired e Il Post sollevarono dubbi sulla corrispondenza tra la visibilità ottenuta e i risultati reali della società. Il punto, ai fini della nostra domanda, non è il giudizio su quella vicenda. Il punto è che nel 2026 esisteva ancora un nome riconoscibile, una biografia spendibile e una pratica consolidata di comunicazione ad alto registro. La pompa magna non è stata improvvisata: è stata riciclata.

Va detto con onestà che il debutto di Emma, sul piano dell’attenzione mainstream, è passato quasi in sordina. A rilanciare il manifesto fondativo, nei primi giorni, sono state soprattutto alcune testate di settore che ne hanno riprodotto i contenuti con poco filtro critico. L’attenzione di massa è arrivata dopo, e paradossalmente per la via opposta: la derisione virale sui social. È un meccanismo che vale la pena fissare, perché smentisce l’idea di un’acclamazione corale. Non c’è stato un coro. C’è stato un proclama, una cassa di risonanza compiacente e infine uno sfottò collettivo che ha fatto da megafono involontario.

La rendita di un dibattito vero

La seconda ragione è la più scomoda, perché chiama in causa anche chi quel dibattito lo prende sul serio. La sovranità tecnologica europea è un tema reale, urgente, documentato. Come ho argomentato altrove, l’Europa non ha perso la corsa all’IA, ha spostato il campo di battaglia sui dati industriali e sulle infrastrutture critiche, e dispone di carte concrete: l’hardware di ASML e IMEC, la rete EuroHPC, la regolazione come scudo, esperienze private solide come Mistral o Black Forest Labs. La domanda politica di indipendenza tecnologica esiste e cresce.

Proprio perché il bisogno è autentico, l’etichetta che lo nomina diventa una rendita di posizione. Spendere le parole “sovranità”, “infrastruttura democratica”, “riscatto dall’egemonia americana” significa agganciarsi a un’esigenza condivisa e legittima, prestandole credibilità per associazione. Il problema è che la sovranità tecnologica non si dichiara, si costruisce. E confondere i due piani non danneggia solo chi lo fa: danneggia chi quei modelli li sviluppa davvero. Lo ha notato un ex componente del Garante della privacy, osservando che progetti italiani credibili e già sul mercato, come LLaMAntino, rischiano di essere travolti dall’ironia generata da un esperimento spacciato per bene strategico.

I soldi pubblici e la verniciatura della Borsa

La terza ragione è strutturale, ed è quella che trasforma il caso da aneddoto a sintomo. Egomnia non è un garage. È una PMI innovativa quotata su Euronext Growth Milan dal marzo 2024, che si descrive come società di consulenza ICT attiva in settori strategici come difesa, telecomunicazioni, gioco pubblico lecito e aerospazio. La quotazione e l’etichetta di PMI innovativa funzionano da verniciatura di credibilità: conferiscono a un proclama la patina dell’impresa solida e vigilata.

Sotto la patina, i conti raccontano un’altra storia. Il bilancio 2025 si chiude con una perdita di 221mila euro contro un utile l’anno prima, il patrimonio netto scende da 524mila a 302mila euro, e a fine anno le disponibilità liquide complessive ammontano a meno di 19mila euro. È un’azienda fragile. A tenerla in piedi concorre in misura rilevante il denaro pubblico, e qui sta il nodo politico. Tra il 2025 e l’inizio del 2026 si sommano un credito d’imposta di 180.357,98 euro ottenuto con il bonus per la quotazione delle PMI, l’aggiudicazione di una gara pluriennale con Cassa Depositi e Prestiti per software di rendicontazione, e l’esito positivo dell’istruttoria sul bando ministeriale “Fabbrica intelligente, Agrifood, Scienze della vita”, da cui sono attesi un contributo a fondo perduto di 673mila euro e un finanziamento agevolato di 541mila euro.

Su queste cifre serve precisione, e non per timidezza: il contributo del bando ministeriale, a inizio 2026, era prospettico e legato a un decreto di concessione non ancora perfezionato. Detto altrimenti, è un numero atteso a bilancio, non necessariamente già incassato. Ma il quadro complessivo resta, ed è netto: una micro-impresa in perdita, sostenuta da un mosaico di agevolazioni e commesse para-pubbliche, che usa il lancio di un modello linguistico come operazione reputazionale. Nessuno, qui, ha violato la legge. Il punto è peggiore: è tutto regolare. Un sistema di incentivi che premia la forma dell’impresa innovativa quotata, e non la sostanza di ciò che consegna, ha finanziato la messa in scena invece della tecnologia. E lo ha fatto a norma.

L’anello mancante: nessun filtro tra annuncio e sostanza

Le tre ragioni convergono in una quarta, che è la risposta più generale alla domanda iniziale. In Italia, e non solo, manca un filtro tra il proclama e il prodotto. La cultura istituzionale e una parte di quella mediatica continuano a premiare l’annuncio sul risultato. Un’azienda può dichiararsi infrastruttura democratica nazionale senza che, nel momento del lancio, qualcuno verifichi se il sistema regge una domanda da scuola elementare. Le agevolazioni pubbliche premiano la forma dell’impresa innovativa quotata, non la sostanza della tecnologia consegnata. Le testate di settore, sotto pressione di tempi e di traffico, riproducono il comunicato prima di provarlo.

Qui il discorso si salda alla tesi europea. Nel mio pezzo su Valigia Blu indicavo l’appalto pubblico come leva strategica: comprare tecnologia europea per iniettare capitale nell’ecosistema. La Francia che sostituisce Palantir con ChapsVision è il caso virtuoso. Emma è il rovescio della stessa medaglia: la leva degli appalti e degli incentivi, se non è accompagnata da selettività e da verifica della capacità reale, non finanzia la sovranità, finanzia il rumore. Spendere bene il denaro pubblico per l’IA significa anche saper distinguere un’impresa che costruisce da una che annuncia.

Un sintomo, non una barzelletta

La tentazione, davanti a un modello che confonde Esopo con un matematico greco, è ridere e passare oltre. Sarebbe un errore di lettura. I problemi che Emma rende visibili non si esauriscono in Matteo Achilli. Si chiamano assenza di infrastrutture di calcolo adeguate, un mercato del capitale di rischio troppo piccolo per le esigenze industriali dell’IA, e una cultura che scambia il comunicato per il prodotto. Egomnia è un sintomo, non un caso isolato. Ma un sintomo non è un’attenuante. Il sistema spiega perché nessuno ha fermato l’operazione. Non spiega perché qualcuno l’abbia messa in piedi.

Resta un fatto, e pesa più di ogni indignazione. La domanda di sovranità tecnologica è reale e merita risposte serie. Ogni esperimento da laptop venduto come riscatto nazionale erode la credibilità di chi quelle risposte le sta davvero costruendo, in Italia e in Europa. Il danno non lo paga chi ride. Lo paga la causa che Emma diceva di voler difendere.