Sempre di corsa, sempre produttivi, sempre connessi. L’ethos della fatica a tutti i costi, importato dagli Stati Uniti dove è un fenomeno endemico e ora sempre più pervasivo anche in Italia, non è una semplice etica del lavoro. È un’ideologia totalizzante, nata dal ventre del capitalismo neoliberale, che sta erodendo la salute psicofisica di una generazione e fornendo un pericoloso carburante a narrative reazionarie e alla mascolinità nociva. Un’analisi critica di un sistema che promette successo e consegna solo burnout.
In questo articolo
- Cos’è la “Grind Culture”? Un’ideologia, non un’etica del lavoro
- Il prezzo umano: salute mentale e tessuto sociale in frantumi
- Lavoro a gettone e il mito della meritocrazia
- I predicatori del “grind”: l’ascesa dei fuffaguru
- La sinergia perniciosa: performance, manosfera e disuguaglianze
- Conclusione: oltre l’hype, riconquistare il futuro
Cos’è la “Grind Culture”? Un’ideologia, non un’etica del lavoro
Non facciamo l’errore di chiamarla “dedizione”. La cultura della performance estrema, o grind culture se vogliamo usare il suo nome di battesimo, è un’altra cosa. È un’ideologia fatta e finita, un sistema di valori che prende l’attività senza sosta e la produttività massima e le elegge a unici, supremi indicatori del valore di un essere umano. Il suo comandamento è semplice e brutale: “più lavori, più vali”.
In questo sistema, la tua identità personale viene risucchiata da quella professionale. Il benessere, la salute, il riposo? Diventano debolezze da nascondere, sintomi di scarsa ambizione. Confesso che questo mi ha sempre colpito: come siamo riusciti a trasformare lo sfruttamento in un distintivo d’onore. Lavorare fino a tardi, nei weekend, persino in ferie. Il riposo viene demonizzato, quasi fosse un fallimento morale.
E il linguaggio, ovviamente, fa la sua parte. Termini come “hustle”, “grind”, “no days off” sono una forma di lavaggio del cervello, normalizzano l’insostenibile. Certo, negli Stati Uniti, tra Silicon Valley e Wall Street, questa mentalità è di casa da decenni. Ma oggi, grazie ai social che hanno reso l’iper-connessione la norma, la sentiamo bussare forte anche qui in Italia.
La vera fregatura? Che alla fine i nostri stessi aguzzini diventiamo noi. È l’interiorizzazione dello sfruttamento. Non è più solo il capo a chiedere l’impossibile; siamo noi stessi a imporcelo, spinti da una pressione sociale che ci rende complici del nostro stesso esaurimento. E criticare questo meccanismo è quasi impossibile: chi si ferma non è una vittima, è un “pigro”. Un fallito.
C’è anche un lato performativo in tutto questo. Non basta lavorare come pazzi, bisogna anche farlo vedere, trasformando la produttività in uno spettacolo. Se poi andiamo a scavare, le origini sono ancora più cupe. Alcuni analisti, come Tricia Hersey, collegano questa cultura direttamente al capitalismo razziale e al suprematismo bianco, vedendola come l’erede della logica disumanizzante dello schiavismo: un sistema basato sull’imperativo di “produrre o morire”.
Il prezzo umano: salute mentale e tessuto sociale in frantumi
Il conto che questa ideologia ci presenta è salatissimo. E non è un’opinione, è documentato. Le conseguenze più comuni sono burnout, ansia, depressione, disturbi del sonno, per non parlare dei problemi fisici legati allo stress cronico. Qui in Italia, la cosiddetta “Hustle Culture” è stata collegata a un aumento del rischio di depressione e, nei casi più estremi, di suicidio, soprattutto tra i più giovani.
È un circolo vizioso, un “ciclo della produttività tossica”. Funziona così: la convinzione di dover essere sempre attivi ti porta al superlavoro. Questo causa stress, che a sua volta, paradossalmente, ti rende meno efficiente. Non raggiungi i tuoi obiettivi irrealistici e ti senti in colpa, ansioso. E cosa fai? Ti butti a lavorare ancora di più. Una spirale che si autoalimenta fino a quando non crolli. Il senso di colpa per una semplice pausa è il motore di questo meccanismo perverso.
Ma il danno non è solo individuale. È il nostro tessuto sociale che si sfilaccia.
La pressione a essere sempre connessi sbriciola i confini tra vita e lavoro. Le relazioni si logorano, portando a isolamento e solitudine. Ogni momento libero, persino il sonno, viene misurato in base al suo potenziale contributo alla nostra produttività. Non siamo più esseri umani complessi, ma semplici unità economiche in competizione. E in questo scenario, i colleghi diventano avversari, rendendo difficili la solidarietà e il chiedere aiuto.
Stiamo dicendo a una intera generazione che se non fanno soldi non valgono niente, in uno scenario dove è quasi impossibile fare soldi – Gary Stevenson

Lavoro a gettone e il mito della meritocrazia
E non pensiate che sia un buon affare per le aziende, almeno non per quelle che guardano oltre il prossimo trimestre. L’attività incessante è nemica della creatività. Non lascia spazio alla riflessione, all’elaborazione di idee nuove. L’ossessione per i risultati a breve termine porta a un alto tasso di turnover e a una cultura aziendale tossica.
Nei settori ad alta pressione, poi, si adotta un approccio “brucia e sostituisci” (“burn and churn”). L’obiettivo è estrarre il massimo da te nel minor tempo possibile, con la serena certezza che, una volta che sarai esaurito, ci sarà una fila di giovani “grinder” pronti a prendere il tuo posto. Un modello che svaluta l’esperienza e tratta le persone come risorse usa e getta.
Ma come fa a reggersi un sistema così? E qui, signore e signori, entra in gioco l’alibi perfetto: il mito della meritocrazia. L’idea, tanto seducente quanto falsa, che il duro lavoro, da solo, garantisca il successo. Questa narrazione ignora comodamente le disuguaglianze strutturali come il classismo, il razzismo, il sessismo. Se non ce la fai, la colpa è tua. Non ti sei impegnato abbastanza. Il sistema non c’entra.
Narrazioni tossiche come il “perseverance porn” (una ricerca sul quale renderebbe molto weird la vostra cronologia) – quelle storie strappalacrime di individui che superano ostacoli sistemici con la sola forza di volontà – sono la colonna sonora di questa ideologia. Glorificano lo sforzo individuale per mascherare le responsabilità collettive. Così, la disuguaglianza economica diventa il risultato “naturale” di diversi livelli di impegno, e ogni critica al sistema viene trasformata in auto-colpevolizzazione.
I predicatori del “grind”: l’ascesa dei fuffaguru
Questo brodo di coltura, saturo di ansia da prestazione e promesse di successo individuale, è il terreno di caccia ideale per una nuova genia di predicatori: i cosiddetti “fuffaguru”. Questi “imprenditori della speranza” sono maestri nel monetizzare le vulnerabilità create dalla grind culture. Vendono corsi online, consulenze e “formule segrete” che promettono ricchezza e libertà.
Il loro marketing è un concentrato di “mindset”, “uscire dalla zona di comfort” e “hustle 24/7”. È un paradosso geniale e terribile: ti vendono il sogno di sfuggire al lavoro tradizionale imponendoti un’etica del lavoro ancora più estrema, applicata a side hustles o a schemi fumosi come il trading online. Fanno leva sul bisogno di sentirsi speciali e sulla paura di restare indietro. Creano un ecosistema chiuso dove chi critica è solo un “fallito” o un “hater” e chi rimane indietro spesso è un “beta”.
L’ideologia della performance non è più solo qualcosa che subiamo, ma diventa un prodotto da comprare. E qui vi svelo un segreto, uno di quelli veri: se queste persone avessero davvero trovato una formula magica per il successo, se la terrebbero ben stretta, senza dirlo a nessuno.

La sinergia perniciosa: performance, manosfera e disuguaglianze
Ma è quando incontra la manosfera – quella galassia di comunità online misogine e iper-mascoline – che la faccenda si fa davvero cupa. Il legame tra le due non è un caso, ma organico, e affonda le radici nelle ansie della nostra epoca. In un mondo precario che ha fatto a pezzi i pilastri tradizionali dell’identità maschile, il “grind” per il successo finanziario diventa la via quasi obbligata per validare la propria mascolinità.
La manosfera fornisce il copione. Qui, la “hustle culture” viene usata per promuovere un ideale di maschio “alpha”, il cui valore è legato solo a quanti soldi fa e a quanto dominio esercita. Figure come Andrew Tate sono l’esempio perfetto: legano un “grinding” spietato a una versione idealizzata e profondamente misogina della mascolinità. Il messaggio che arriva a migliaia di giovani è devastante: vali come uomo solo se produci e guadagni. Questo li spinge a vedere i propri pari come nemici e ad alimentare un ciclo di ansia e rabbia, spesso indirizzata verso capri espiatori facili, prime fra tutte le donne.
C’è poco da stupirsi, poi, se questo sistema è intrinsecamente diseguale. Per le donne, la cultura della performance semplicemente ignora (o peggiora) il “secondo turno” – il lavoro domestico e di cura, non retribuito – e alza il “maternal wall”, il muro di pregiudizi contro le madri lavoratrici. Anche il cosiddetto “femminismo girlboss”, che spinge le donne ad avere successo adottando gli stessi tratti tossici del “grind”, è una trappola. Non sfida il sistema, cerca di scalarlo individualmente. È una espressione del peggior femminismo liberale di cui le attiviste transfemministe potranno parlarvi molto meglio di me. Allo stesso modo, il modello del “lavoratore ideale” – implicitamente maschio, bianco ed etero – carica di un “lavoro invisibile” le comunità LGBTQ+, costrette a navigare ambienti spesso ostili (devo citare il Podcasterone? No, non devo).

Conclusione: oltre l’hype, riconquistare il futuro
Ok, mettiamo le cose in chiaro. La cultura della fatica estrema non è una scorciatoia per il successo; è una trappola che vende l’illusione della meritocrazia per nascondere lo sfruttamento. È un’ideologia che ci consuma, disintegra i legami, alimenta un iper-individualismo che fa comodo solo ai padroni e prepara il terreno per le derive più reazionarie della nostra società.
Per fortuna, non tutti ci cascano. Fenomeni come il “quiet quitting” e movimenti come “rest as resistance” (il riposo come resistenza), reso celebre da Tricia Hersey, sono segnali di un rifiuto crescente. Quest’ultimo, in particolare, è un’idea potente: inquadra il riposo non come pigrizia, ma come un atto radicale di sovversione. Le generazioni più giovani, forse, sono più pronte a sfidare queste norme, cercando un sano equilibrio tra vita e lavoro.
Ma non basta un cambiamento individuale. Per superare questa ideologia serve agire su più fronti: personale, certo, stabilendo dei confini; aziendale, promuovendo culture sane; e soprattutto politico, con riforme che supportino un vero equilibrio e che sleghino il nostro valore dalla nostra produttività.
Si tratta di rivendicare il diritto al riposo, alla cura, alla creatività, a una vita piena. Libera dalla tirannia della performance a tutti i costi. Perché un futuro in cui l’unica cosa che “maciniamo” è la nostra stessa umanità non è un futuro che vale la pena costruire.

