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Labubu, il pupazzo col sorriso a denti stretti: perché la Gen Z spende migliaia di euro per un’illusione di felicità

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Un pupazzo di un metro e trenta, con le orecchie da coniglio e un ghigno un po’ inquietante, è stato venduto all’asta per 150.000 dollari. Si chiama Labubu, e se non ne avete mai sentito parlare, probabilmente non passate abbastanza tempo su TikTok. Da Lisa delle Blackpink a Dua Lipa, passando per Cher, le celebrità lo esibiscono come un trofeo, e la Gen Z ne ha fatto un oggetto del desiderio, scatenando risse nei negozi e facendo schizzare le ricerche online del 347%. Ma dietro a quella che sembra l’ennesima, innocua mania per un giocattolo, si nasconde una verità molto più amara sulla nostra società e sull’economia che stiamo lasciando alle nuove generazioni.

Un “mostro” da 150.000 dollari: anatomia di una mania

I Labubu sono l’ultima incarnazione del fenomeno degli “art toys”, pupazzi da collezione venduti in “blind box” (scatole a sorpresa) che alimentano un mercato di rivendita con prezzi da capogiro. Ricordano le mode del passato, come i Beanie Babies o i Pokémon, ma con una differenza fondamentale: la velocità e la portata globale sono amplificate a dismisura dai social media. Un video virale su TikTok basta a creare una domanda globale istantanea, trasformando un semplice giocattolo in uno status symbol.

Il fenomeno ha raggiunto livelli tali che nel Regno Unito alcuni negozi hanno dovuto ritirare i Labubu dagli scaffali per problemi di sicurezza, a seguito di liti e tafferugli tra clienti. Non si tratta più di un gioco, ma di una caccia ossessiva.

Il lusso dei precari: quando un pupazzo sostituisce il futuro

Ma perché i giovani, in un’epoca di crisi economica e contrazione della spesa, sono disposti a spendere centinaia, se non migliaia, di euro per un pupazzo? La risposta, secondo gli esperti, sta nel concetto di “lusso accessibile”. Per una generazione che vede traguardi tradizionali come l’acquisto di una casa o la stabilità lavorativa come miraggi irraggiungibili, il Labubu diventa un surrogato. È un piccolo pezzo di lusso, un bene esclusivo che si può possedere qui e ora, offrendo una gratificazione immediata che la vita reale nega.

Questo meccanismo perverso è il cuore del tardo capitalismo: creare bisogni indotti e offrire “soluzioni” di consumo che mascherano, senza mai risolverle, le ansie sistemiche. Non puoi permetterti un futuro? Compra questo pupazzo, personalizzalo con strass e unghie finte, e sentiti parte di qualcosa, almeno per un po’.

“Consumo emotivo”: comprare nostalgia per non pensare al domani

Il fenomeno si lega a doppio filo al “consumo emotivo” e alla tendenza “kidult”, ovvero adulti che si rifugiano in consumi legati all’infanzia. Non è un caso. La nostalgia, come rileva la società di ricerca GWI, è un potentissimo motore d’acquisto per la Gen Z. Collezionare questi oggetti non è “giocare”, ma un modo per evadere da un presente percepito come ostile e da un futuro carico di incertezze.

È una forma di auto-terapia attraverso il consumo, come spiega la ricercatrice Katriina Heljakka. Questi giocattoli offrono conforto, un senso di appartenenza a una community globale di fan e un’identità visiva da esibire sui social. L’atto di personalizzare il proprio Labubu, di renderlo unico, diventa una performance di individualità in un mondo che tende a omologare. Ma è un’individualità che si esprime, ancora una volta, attraverso l’acquisto.

Un sorriso che nasconde l’ansia: il Labubu come specchio dei tempi

Forse, però, l’aspetto più rivelatore di questo fenomeno sta proprio nell’estetica “ugly-cute” (brutto-carino) del Labubu. Come osserva acutamente la Heljakka, quel sorriso a denti stretti e gli occhi sgranati sono una metafora perfetta della nostra condizione attuale. “Oggi continuiamo a sorridere, ma a denti stretti e con gli occhi spalancati, in allerta, aspettando di vedere cosa succederà dopo”, afferma.

Il Labubu non è solo un pupazzo. È lo specchio di una generazione a cui è stato chiesto di essere resiliente, ottimista e performante di fronte a crisi continue: economica, climatica, sociale. Una generazione che sorride, sì, ma a denti stretti. E che, nell’attesa di un futuro che tarda ad arrivare, si consola comprando piccole, costose e inquietanti illusioni di plastica.