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Resuscitare la nonna con l’AI: il progetto 2wai e l’etica della necromanzia digitale

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Se uno sconosciuto vi fermasse per strada proponendovi di far vivere vostra nonna per sempre, probabilmente chiamereste la polizia o cambiereste marciapiede. Ma nel fantastico mondo dell’Intelligenza Artificiale, questa proposta non è solo reale: è il modello di business di una startup chiamata 2wai. E se pensate che Black Mirror fosse distopico, aspettate di vedere il loro ultimo spot.Di recente, l’azienda è finita al centro di una tempesta mediatica per un video pubblicitario diventato virale, intitolato “Preserve Your Legacy”. La scena è da brividi: una donna incinta mostra il pancione allo schermo del telefono, dove appare l’avatar digitale di sua madre, presumibilmente defunta. “Sta diventando più grande, vedi?”, dice la donna. E l’AI risponde con una voce sintetica e rassicurante: “Oh tesoro, è meraviglioso! Ti sta ascoltando, metti una mano sulla pancia e cantagli qualcosa. Ti piaceva tanto farlo”.

Necromanzia e marketing: lo spot che ci ha fatto rabbrividire

Diciamolo chiaramente: è agghiacciante. Non è dolce, non è commovente. È la mercificazione del lutto elevata a sistema. Il prodotto di punta di 2wai si chiama HoloAvatar, e promette di creare replicanti digitali basati su persone reali grazie ai LLM (Large Language Models).

Le reazioni del pubblico sono state feroci. “Renderemo illegale quello che state facendo”, ha commentato un utente. Un altro ha colto nel segno con un sarcasmo tagliente: “Manca la parte in cui la ‘nonna’ smette di funzionare e ti chiede di passare al piano premium per continuare la conversazione”. Ed è esattamente questo il punto. Mason Geyser, co-fondatore della startup, ha ammesso candidamente a The Independent che lo spot era pensato proprio per “scatenare il dibattito”. Siamo di fronte al rage-bait applicato alla morte: indignatevi pure, purché ne parliate e scarichiate l’app.

Gemelli digitali e narcisismo algoritmico

L’azienda non si ferma ai defunti. Promuove i suoi HoloAvatar anche per creare “gemelli digitali” di noi stessi (“Perché uno solo di te non è abbastanza?”, recita il sito, in un trionfo di narcisismo tecnocratico) o repliche di celebrità e personaggi immaginari. Ma è l’uso funerario a sollevare le questioni etiche più pesanti.

Siamo di fronte a un sistema progettato per sfruttare la vulnerabilità emotiva. Come abbiamo visto in altri casi tragici legati ai chatbot, questi sistemi creano dipendenza, agganciando l’utente in un loop di feedback emotivo che non ha nulla di umano, se non la nostra disperata proiezione di umanità su di esso.

L’inquinamento della memoria e la fine del lutto

Geyser sostiene di vedere il prodotto come un modo per “tramandare i bei ricordi”. Ma c’è una differenza abissale tra un album di foto, una vecchia lettera o un video amatoriale e un avatar interattivo che simula una coscienza che non c’è più.

Un replicante digitale non preserva la memoria; la inquina. Sostituisce il ricordo imperfetto, doloroso ma reale di chi abbiamo perso con una performance algoritmica standardizzata. È un tentativo tecnologico di evitare il lutto, di negare la morte, trasformando i nostri cari in content creator eterni, pronti a interagire on-demand. Se volete avvelenare il ricordo di chi amate con un simulacro inquietante, questo è il prodotto che fa per voi. Per tutti gli altri, forse è meglio accettare che la fine fa parte della vita, e che nessuna AI potrà mai sostituire il calore di una mano che non c’è più.