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Se il 2023 è stato l’anno dello stupore e il 2024 quello dell’adozione frenetica (e spesso sconsiderata), il 2025 passerà alla storia come l’anno in cui il giocattolo si è rotto. O meglio, l’anno in cui abbiamo guardato sotto il cofano della “rivoluzione” dell’Intelligenza Artificiale e abbiamo trovato un motore che perde olio, puzza di bruciato e consuma le nostre risorse a un ritmo insostenibile.
Diciamocelo chiaramente: l’AI generativa si è fatta una quantità impressionante di nemici in tempo record. Dalle sale riunioni alle aule scolastiche, passando per gli studi di sviluppo di videogiochi e le commissioni del Senato USA, l’entusiasmo acritico ha lasciato il posto a una rabbia concreta. Non è tecnofobia, è realismo. È la reazione immunitaria di una società che inizia a vedere le crepe nel luccicante edificio del tecno-ottimismo.
La fine della luna di miele: il 2025 come anno del rifiuto
Perché questo cambio di rotta? Perché l’astrazione del marketing si è scontrata con la materialità del reale. Il concetto di “Capitalist Realism” ci insegna che il sistema tende a presentarsi come l’unica opzione possibile, naturale. L’AI doveva essere “inevitabile”. Ma nel 2025, la gente ha iniziato a dire: “Forse no”.
Abbiamo visto nascere i primi scioperi della fame contro l’AI, con attivisti a San Francisco e Londra disposti a mettere a rischio la propria salute per fermare una corsa agli armamenti digitali che nessuno ha votato. Abbiamo visto comunità ribellarsi contro la sorveglianza di massa gestita da aziende come Flock Safety. Insomma, il velo si è squarciato.
Non è una “nuvola”, è inquinamento fisico
Uno degli aspetti più critici è quello ambientale. Per anni ci hanno venduto la metafora eterea del “Cloud”, ma la realtà è fatta di cemento, cavi e consumo energetico mostruoso. Le comunità rurali americane si sono ritrovate invase da data center che non portano lavoro, ma un aumento del rischio di cancro, acquisizioni ostili delle risorse locali e bollette dell’elettricità alle stelle.
Dai Grandi Laghi al Pacifico nord-occidentale, la gente si sta organizzando per cacciare questi vicini indesiderati. È la dimostrazione che l’infrastruttura dell’AI non è neutra: è un’industria estrattiva che privatizza i profitti e socializza i costi ambientali.
Il lavoro svuotato e il servizio clienti fantasma
Sul fronte del lavoro, la maschera è caduta definitivamente. Non si tratta di “aumentare la produttività umana”, ma di sostituirla al ribasso. Aziende come Visa e Klarna hanno scommesso pesantemente sugli agenti AI per il servizio clienti, trasformando ogni interazione in un incubo burocratico automatizzato.
Il risultato paradossale? Gli utenti odiano talmente tanto parlare con le macchine che hanno iniziato ad accusare i operatori umani di essere dei bot. Abbiamo abbassato così tanto l’asticella dell’interazione umana che ormai fatichiamo a distinguere una persona stressata da uno script mal programmato. Nel frattempo, il web si riempie di “slop”, spazzatura generata automaticamente: truffe su Facebook, falsi d’arte e influencer sintetici che diffondono odio.
Lo strano caso delle convergenze politiche
E la politica? Qui assistiamo a un fenomeno affascinante. Da sinistra, figure come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez chiedono una pausa allo sviluppo deregolamentato, vedendo nell’AI l’ennesimo strumento di concentrazione della ricchezza (come dargli torto?).
Ma la sorpresa arriva da destra. Anche figure come Ron DeSantis e Marjorie Taylor Greene stanno esprimendo scetticismo, rifiutando la narrazione salvifica della Silicon Valley. “Non mi bevo la storia che stanno cercando di venderci”, ha detto DeSantis al Washington Times. Quando gli estremi politici si toccano su un tema, significa che il problema è strutturale, profondo e impossibile da ignorare.
Il 2025 non è solo l’anno del backlash. È l’anno in cui abbiamo capito che il futuro promesso dall’AI non è inevitabile, e che forse, solo forse, abbiamo ancora il diritto di dire “basta”.
