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L’arte del falso 2.0: come l’AI sta aiutando i criminali a riscrivere la storia dell’arte (e i documenti)

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Per secoli, l’arte della contraffazione è stata una faccenda terribilmente umana, fatta di sudore, tecnica e una buona dose di faccia tosta. Pensateci: nel 1496, un ventunenne Michelangelo Buonarroti – sì, proprio lui – falsificò un frammento di scultura romana, trattandolo con terra acida per invecchiarlo e venderlo al Cardinale Raffaele Riario. Era una truffa, certo, ma c’era del genio artigianale.

Oggi, se Michelangelo fosse nato nella Silicon Valley invece che a Caprese, probabilmente non si sporcherebbe le mani con la terra. Userebbe ChatGPT. E questo, lasciatemelo dire, toglie un po’ di romanticismo ma aggiunge un sacco di problemi sistemici.

Da Michelangelo a ChatGPT: l’evoluzione della truffa

Non serve più essere un maestro dello scalpello per fregare il mercato dell’arte. Come riporta un nuovo report del Financial Times, stiamo assistendo a un’escalation radicale: l’ingresso dell’Intelligenza Artificiale generativa nel mondo dei falsari. Ma attenzione, non stiamo parlando (solo) di generare immagini sghembe con sei dita.

Il vero colpo di genio del capitalismo della sorveglianza applicato alla truffa è la falsificazione della provenienza. Nel mercato dell’arte, la provenienza è tutto: è il pedigree, la carta d’identità che dice chi ha posseduto l’opera e quando. Senza quella, un quadro è solo tela e pigmento.

La burocrazia del falso: come l’AI inventa la storia

Olivia Eccleston, broker di belle arti per il colosso assicurativo Marsh McClennan, ha spiegato al FT che i chatbot e i modelli linguistici (LLM) stanno aiutando i truffatori a creare fatture di vendita, valutazioni e certificati di autenticità terribilmente convincenti. L’AI ha aggiunto una nuova dimensione a un crimine vecchio come il mondo: la dimensione burocratica automatizzata.

Un perito assicurativo ha raccontato di aver ricevuto dozzine di certificati per una vasta collezione di dipinti. A prima vista sembravano perfetti. Solo un’analisi approfondita dei metadati ha rivelato che l’intera collezione era, in pratica, fuffa digitale stampata su carta pregiata.

Il paradosso delle allucinazioni: quando la vittima si truffa da sola

Ma qui la storia prende una piega che definirei quasi ironica, in stile realismo capitalista. Non sempre c’è un genio del male dietro la tastiera. Spesso, sono gli stessi collezionisti a usare l’AI per cercare conferme sulla provenienza di opere che possiedono, finendo vittime delle “allucinazioni” dei software.

Come spiega un analista della società di ricerca Flynn and Giovani, l’AI è “piuttosto subdola”: deve darti una risposta, a tutti i costi. Se la forzi, lei inventerà una storia plausibile ma falsa. È il cane che si morde la coda: usiamo la tecnologia per cercare la verità e otteniamo una menzogna confortante che svaluta il nostro stesso patrimonio.

Sull’orlo del precipizio della realtà

Grace Best-Devereux, perito presso la Sedgwick, ha ammesso che siamo su un precipizio. La facilità con cui si possono generare documenti altamente probabili sta rendendo quasi impossibile distinguere il vero dal falso a occhio nudo. «Il testo sembra sbagliato, devo indagare oltre» potrebbe non essere più un campanello d’allarme sufficiente.

Insomma, l’AI non sta solo minacciando i posti di lavoro creativi (come abbiamo visto nel cinema, dove anche film acclamati nascondono immagini generate), ma sta erodendo il concetto stesso di autenticità documentale. E in un sistema basato sulla fiducia nei pezzi di carta, questo è l’inizio della fine.