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“Gli investitori sono sovraeccitati”: persino Sam Altman ammette che la bolla dell’IA è pronta a scoppiare

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Quando l’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, ammette candidamente che “gli investitori sono sovraeccitati riguardo all’IA”, non è una semplice osservazione. È il suono di una crepa che si allarga nella facciata scintillante della più grande bolla speculativa del nostro tempo. Le sue parole hanno scatenato il panico, ma la verità è che Altman ha solo detto ad alta voce quello che molti analisti sussurrano da mesi: l’industria dell’intelligenza artificiale sta costruendo il suo impero su un castello di carte finanziato a debito, con inquietanti somiglianze con le crisi del passato.

La confessione: quando il re della Silicon Valley ammette che il re è nudo

Le dichiarazioni di Altman non sono arrivate dal nulla. Sono la punta dell’iceberg di una crescente preoccupazione che sta attraversando il settore. L’hype sull’IA ha raggiunto livelli tali da spingere la stessa OpenAI a pubblicare un avviso per mettere in guardia i potenziali investitori da truffe legate all’acquisto di azioni della società. La “FOMO” (paura di essere tagliati fuori) è diventata così intensa da creare un mercato parallelo e incontrollato, un sintomo classico di una bolla prossima all’implosione.

Un castello di carte: il 95% dei progetti AI fallisce

A gettare benzina sul fuoco è un’indagine sconcertante del MIT, che ha rivelato come un incredibile 95% dei tentativi di integrare l’IA generativa nei processi aziendali stia fallendo o si stia arenando. Questo dato demolisce la narrazione di una rivoluzione tecnologica pronta a generare profitti immediati. Le aziende stanno spendendo cifre folli per una tecnologia che, nella maggior parte dei casi, non riescono a implementare con successo.

Il problema fondamentale è che, nonostante gli investimenti miliardari in data center e potenza di calcolo, l’industria non ha ancora trovato un modello di business sostenibile. Come ha dichiarato a Bloomberg Ruth Yang di S&P Global Ratings, “si stanno finanziando data center con scadenze di 20-30 anni per una tecnologia di cui non sappiamo nemmeno che aspetto avrà tra cinque anni”.

Il debito nascosto: come si finanzia la bolla

E come si finanzia questa scommessa al buio? Sempre più spesso, a debito. Ma non il debito tradizionale delle obbligazioni societarie. La nuova frontiera è il credito privato, un mercato opaco e poco regolamentato dove fondi specializzati prestano denaro direttamente alle aziende. Secondo UBS, questo mercato sta iniettando nel settore AI circa 50 miliardi di dollari a trimestre, una cifra dalle due alle tre volte superiore a quella dei mercati pubblici.

Questo crea un parallelismo allarmante con la bolla delle dot-com dei primi anni 2000, quando le aziende di telecomunicazioni si indebitarono pesantemente per costruire infrastrutture che si rivelarono eccessive, portando a un crollo disastroso.

Déjà vu del 2008: perché questa volta dovremmo preoccuparci davvero

La vera preoccupazione è che questa bolla del debito non rimanga confinata alla Silicon Valley. I fondi di credito privato, infatti, sono a loro volta finanziati dalle banche tradizionali e dalle compagnie di assicurazione. Questo crea un potenziale effetto domino. Se le aziende AI non riusciranno a generare i profitti sperati e inizieranno a non ripagare i loro debiti, le perdite potrebbero propagarsi dai fondi privati al cuore del sistema finanziario, proprio come accaduto con i mutui subprime nel 2008.

Non è un caso che persino i vertici di banche come Citigroup stiano esprimendo preoccupazione. La storia si ripete: una narrazione di innovazione inarrestabile, una valanga di investimenti alimentati dal debito e un’opacità finanziaria che nasconde i rischi reali. Le parole di Sam Altman non sono state un’ammissione di debolezza, ma un avvertimento. La domanda non è più se la bolla scoppierà, ma quando e chi, ancora una volta, ne pagherà le conseguenze.