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L’insalata digitale sta marcendo: un economista avverte sul crollo imminente della bolla dell’IA

Mentre Wall Street continua a brindare ai profitti record di Nvidia e le Big Tech versano trilioni di dollari in data center grandi come città, c’è chi inizia a notare una crepa fondamentale nel luccicante edificio dell’Intelligenza Artificiale. Non stiamo parlando di etica o di rivolta delle macchine, ma di pura e semplice economia. E se tutto questo hardware costosissimo, su cui si regge l’intera scommessa dell’IA, avesse la stessa durata di conservazione di un cespo di lattuga dimenticato in frigo?

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Questa settimana Nvidia ha nuovamente stracciato le aspettative degli analisti, con ricavi alle stelle che sembrano smentire qualsiasi timore di una bolla. I suoi chip sono il motore pulsante della rivoluzione AI, e aziende come OpenAI, Microsoft e Oracle stanno spendendo cifre inimmaginabili per accaparrarseli. Ma dietro l’euforia dei grafici che puntano verso l’alto, alcuni economisti stanno suonando un campanello d’allarme che pochi vogliono ascoltare.

Nvidia e l’ottimismo cieco del mercato

Il mercato attuale si basa su una premessa semplice: costruire infrastrutture sempre più grandi porterà a modelli AI sempre più potenti e redditizi. È una corsa all’oro in cui l’unica certezza, per ora, è che chi vende i picconi (Nvidia) sta diventando ricchissimo. Tuttavia, questa strategia ignora un problema strutturale legato alla natura stessa della tecnologia su cui si investe.

L’insalata digitale: perché l’hardware marcisce

L’economista e autore David McWilliams ha usato una metafora brutale ma efficace in un’intervista a Fortune. Ha definito gli investimenti nell’hardware AI come “insalata digitale”.

“Stai investendo in qualcosa che è un bene deperibile”, ha spiegato. I chip grafici (GPU) che oggi valgono decine di migliaia di dollari non sono come immobili o riserve auree. Si degradano fisicamente lavorando a pieno regime 24 ore su 24 nei data center, surriscaldandosi e consumandosi.

L’obsolescenza programmata del capitale

Ma c’è di peggio del logorio fisico: c’è l’obsolescenza tecnologica. “Il cambiamento tecnologico suggerisce che se compri una GPU oggi, quel chip sarà obsoleto l’anno prossimo”, aggiunge McWilliams.

Pensateci: stiamo costruendo infrastrutture da miliardi di dollari basate su componenti che diventeranno “ferri vecchi” in tempi brevissimi. McWilliams prevede che il commercio legato all’IA sia “indubbiamente destinato a crollare”, sottolineando anche un altro dato critico per l’economia reale: questa tecnologia non sta creando posti di lavoro, ma sta assorbendo capitali.

Anche Michael “The Big Short” Burry è scettico

McWilliams non è solo. Michael Burry, l’investitore diventato leggenda per aver previsto il crollo del mercato immobiliare del 2008 (immortalato nel film La grande scommessa), ha sollevato dubbi simili. In un tweet recente, ha accusato le aziende AI di gonfiare le loro previsioni di crescita assumendo che l’hardware duri molto più di quanto sia realistico.

“Entro il 2028, Oracle sovrastimerà gli utili del 26,9%, Meta del 20,8%”, ha scritto Burry, aggiungendo cripticamente: “Ma peggiora”. Il sospetto è che i bilanci di queste aziende stiano nascondendo i costi reali di ammortamento di un hardware che invecchia alla velocità della luce.

Una scommessa da trilioni su fondamenta di sabbia

Mentre le aziende continuano ad aggiornare server e chip come se non ci fosse un domani, gli investitori iniziano a innervosirsi. La scommessa è che scalare i data center all’infinito produca un’intelligenza “sovrumana”, ma molti esperti iniziano a mettere in dubbio che questa crescita sia lineare o sostenibile.

Se la bolla dovesse scoppiare, l’economia americana potrebbe anche sopravvivere, come suggerisce McWilliams, ma per molti investitori e lavoratori del settore, il risveglio potrebbe essere molto brusco. L’insalata sta appassendo, e qualcuno resterà con il conto da pagare.

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