In questo articolo
- Vibe Valuing: quando il valore di un’azienda si basa sulle “sensazioni”
- Il caso Murati: 10 miliardi di dollari per un’idea (e un buon curriculum)
- Dal fatturato alla sperimentazione: l’economia del “vediamo come va”
- Un castello di carte costruito sulla precarietà
- Chi pagherà il conto quando la bolla scoppierà?
A Silicon Valley hanno inventato una nuova, affascinante terminologia per descrivere quello che sta succedendo: “vibe coding”, la capacità di creare software usando l’intelligenza artificiale, e “vibe valuing”, l’arte di assegnare valutazioni miliardarie alle startup basandosi sulle “vibrazioni”, sull’hype, anziché su noiosi e antiquati fogli di calcolo. Dietro queste parole alla moda, però, si nasconde una realtà che conosciamo fin troppo bene: una gigantesca bolla speculativa, gonfiata da un fiume di denaro che ignora ogni logica economica tradizionale.
Stiamo assistendo a una corsa all’oro in cui il valore non è dato da prodotti solidi o ricavi stabili, ma dalla pura e semplice promessa di un futuro rivoluzionario. Un futuro che, per molti, potrebbe non arrivare mai.
Vibe Valuing: quando il valore di un’azienda si basa sulle “sensazioni”
Per decenni, il valore di una startup si misurava con parametri concreti: la crescita dei ricavi, la fidelizzazione dei clienti, la sostenibilità finanziaria. Oggi, nel mondo dell’intelligenza artificiale generativa, queste metriche sembrano essere diventate un optional. I venture capitalist, travolti da un’ondata di FOMO (fear of missing out, la paura di essere tagliati fuori), stanno versando miliardi in aziende che hanno poco più di un team di talento e un’idea ambiziosa.
La rapidità con cui evolve l’IA, dicono, rende impossibile fare previsioni affidabili. Ma questa incertezza, invece di indurre alla cautela, è diventata la giustificazione per una finanza basata sull’istinto, sulle “vibes”, appunto. Una scommessa ad altissimo rischio che sta creando distorsioni preoccupanti.
Il caso Murati: 10 miliardi di dollari per un’idea (e un buon curriculum)
L’esempio più emblematico di questa nuova follia è Mira Murati, ex Chief Technology Officer di OpenAI. La sua nuova startup, Thinking Machines Lab, ha raccolto la cifra sbalorditiva di 2 miliardi di dollari, raggiungendo una valutazione di 10 miliardi. Il tutto prima ancora di avere una strategia definita, un prodotto sul mercato o, ovviamente, un solo euro di fatturato. Viene spontaneo chiedersi: siamo di fronte a una nuova Theranos, la startup della sanità basata su una tecnologia inesistente?
Il paragone è allettante, ma la situazione è più sottile e forse più insidiosa. Theranos era una frode basata su una menzogna specifica. Qui, la scommessa non è su un prodotto (che, ad oggi, non esiste), ma sull’aura quasi mitologica del team. La giustificazione per questa valutazione stratosferica è il pedigree dei suoi fondatori, quasi tutti ex-ricercatori di punta di OpenAI. In un mercato dove i giganti tech offrono stipendi milionari per queste figure, il capitale scommette che un team di “eletti” creerà inevitabilmente qualcosa di rivoluzionario. Non si finanzia un’azienda, si finanzia l’opzione di creare un’azienda. Ad oggi, Thinking Machines Lab è ancora in “modalità stealth”: non ha un prodotto pubblico né una missione chiara. I 10 miliardi di dollari sono il prezzo dell’hype, il valore di un nome su un biglietto della lotteria. Questa dinamica non fa altro che concentrare ricchezza e potere nelle mani di una piccolissima élite di tecnici, non per l’innovazione che hanno già prodotto, ma per quella che si presume produrranno.
Dal fatturato alla sperimentazione: l’economia del “vediamo come va”
Il parametro più a rischio in questa nuova economia è l’ARR (Annual Recurring Revenue), il fatturato annuale ricorrente, che per anni è stato il Vangelo per le aziende di software. Misurava la stabilità, la capacità di un’azienda di mantenere i propri clienti. Oggi, questo concetto viene sostituito da quello che un analista ha argutamente definito “ERR”: Experimental Run Rate.
Le aziende, infatti, stanno provando decine di nuovi strumenti di IA, ma senza un reale impegno a lungo termine. Si abbonano per qualche mese, sperimentano e poi, molto spesso, abbandonano il servizio. Il tasso di abbandono (churn) in questo settore supera spesso il 20%, una cifra che in qualsiasi altro mercato sarebbe considerata un disastro. Qui, invece, viene ignorata. Si valuta il potenziale, l’esperimento, non la solidità.
Un castello di carte costruito sulla precarietà
Questa crescita esplosiva, basata su ricavi “sperimentali”, è sostenibile? Assolutamente no. La competizione è feroce, perché la stessa IA ha abbassato le barriere all’ingresso, permettendo a chiunque di lanciare un’azienda con pochi dipendenti. Inoltre, molte di queste startup costruiscono i loro prodotti sopra i modelli delle grandi case madri (come OpenAI o Anthropic), le quali stanno iniziando a offrire direttamente le stesse applicazioni, schiacciando i loro stessi “figli”.
Aziende celebrate come Perplexity, che punta a rivoluzionare la ricerca online, bruciano decine di milioni di dollari all’anno a fronte di ricavi molto più bassi. Eppure, vengono valutate centinaia di volte il loro fatturato. La scommessa degli investitori è che i costi dell’IA crolleranno e che il mercato potenziale sarà così enorme da giustificare le perdite attuali. O, più cinicamente, che prima o poi un gigante tecnologico le comprerà, garantendo a tutti un lauto profitto.
Chi pagherà il conto quando la bolla scoppierà?
Per ora, la festa continua. Ma la storia economica ci insegna che tutte le bolle, prima o poi, scoppiano. E quando succederà, a pagare il conto non saranno solo i venture capitalist, ma un intero ecosistema. Dipendenti che perderanno il lavoro, piccole imprese che hanno investito in tecnologie che si riveleranno effimere, e un’ulteriore, drammatica concentrazione di potere nelle mani dei pochi giganti che sopravviveranno, raccogliendo i cocci a poco prezzo.
Il “vibe valuing” non è solo un nuovo gergo di Silicon Valley. È il sintomo di un sistema finanziario sempre più scollegato dall’economia reale, che preferisce scommettere su narrazioni affascinanti piuttosto che su valore concreto. Un gioco pericoloso che, ancora una volta, rischia di arricchire pochi a spese di molti.
