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Diciamo le cose come stanno: l’ossessione dell’industria tech per l’intelligenza artificiale ha raggiunto livelli di insopportabilità rari. Negli ultimi due anni ci hanno propinato di tutto, dalle app che non puoi disinstallare agli assistenti digitali che allucinano consigli medici pericolosi. In pratica, hardware e software su cui facciamo affidamento per lavorare, giocare o studiare sono diventati i laboratori per esperimenti non richiesti. Insomma, il consumatore medio si è stufato di fare da cavia per tecnologie spesso inutili e invasive.
Il punto è che questa spinta forzata non è un caso, ma una strategia sistemica per giustificare nuovi cicli di consumo in un mercato saturo. È quel realismo capitalista applicato alla Silicon Valley: sembra che non si riesca più a immaginare un futuro tecnologico che non sia mediato da un algoritmo, anche quando quell’algoritmo non serve a nulla se non a estrarre dati. Eppure, finalmente, qualcuno tra i grandi produttori ha dovuto ammettere che la realtà dei fatti è un’altra.
Il rigetto dei consumatori: quando l’ia diventa un peso
Al CES di quest’anno, Dell ha rotto il fronte del “tutto IA a ogni costo”. Kevin Terwilliger, responsabile del prodotto per l’azienda, ha ammesso chiaramente che i consumatori non comprano i PC basandosi sulle funzioni IA. Anzi, ha sottolineato come la parola stessa tenda più a confondere che ad aiutare a comprendere i benefici reali di un dispositivo.
Questa ammissione è fondamentale per capire come l’etica del giornalismo debba oggi smascherare le narrazioni aziendali. Mentre il marketing spinge sulla rivoluzione algoritmica, chi usa il computer ogni giorno chiede semplicemente prestazioni, affidabilità e privacy. La discrepanza tra il “prodotto sognato” dai CEO e il “prodotto usato” dai cittadini è diventata un abisso che le aziende non possono più ignorare se non vogliono vedere crollare le vendite.
Il “mea culpa” di dell e il ritorno alla concretezza
Oltre al ridimensionamento dell’IA, Dell ha fatto un altro passo indietro significativo: ha ufficialmente ammesso che uccidere la storica linea di laptop XPS era stato un errore. Nel 2026 la serie tornerà, rispondendo alle richieste di un’utenza che preferisce la qualità costruttiva comprovata ai trend passeggeri.
Questo ritorno alla realtà è un piccolo segnale di speranza. Dimostra che, nonostante la tendenza a concentrare il potere decisionale verso l’alto, la resistenza silenziosa del mercato – inteso come somma di individui stanchi di “slop” digitale – può ancora forzare i giganti industriali a cambiare rotta. Come analizzato nel pezzo su perché certi innovatori sono spesso dei “fake”, la narrazione del genio che sa cosa vuoi prima di te sta iniziando a mostrare le sue crepe.
Microslop e la resistenza di satya nadella
Se Dell frena, Microsoft invece sembra intenzionata ad andare a sbattere contro il muro dell’impopolarità. Satya Nadella ha recentemente difeso l’integrazione forzata dell’IA in Windows 11, definendola un “processo di scoperta disordinato”. Gli utenti, però, hanno già coniato un termine meno generoso per descrivere questo eccesso di funzioni inutili: “Microslop”.
È un termine potente perché descrive perfettamente il contenuto di bassa qualità, generato o assistito da IA, che intasa i nostri flussi di lavoro. In pratica, siamo di fronte a una distorsione della realtà dove l’efficienza viene sacrificata sull’altare della sperimentazione algoritmica. Questa insistenza nel ignorare il malcontento degli utenti è la prova di quanto certe dinamiche di mercato siano diventate autoreferenziali.
Il costo sociale dell’hype: ram alle stelle e risorse divorate
Insomma, non è solo una questione di fastidio software. L’hype smisurato per l’IA ha conseguenze materiali pesantissime. I data centers dedicati all’intelligenza artificiale stanno letteralmente divorando la fornitura mondiale di memorie RAM e schede video, portando a un aumento astronomico dei prezzi dei componenti per tutti gli altri scopi.
Qui l’impatto sociale è evidente: l’IA non sta democratizzando la tecnologia, sta rendendo più costoso l’accesso agli strumenti digitali di base, concentrando le risorse verso lo sviluppo di sistemi di sorveglianza e automazione che spesso danneggiano il lavoro subordinato. Dobbiamo chiederci se valga davvero la pena pagare computer più cari per avere in cambio funzioni che, per stessa ammissione dei produttori, non vogliamo e non compriamo.
