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Disney VS Midjourney: la fine della IA come pensavamo fosse?

Guarda, la notizia della causa di Disney e Universal contro Midjourney è una di quelle che ti fa capire che il vento sta cambiando. Non è solo una scaramuccia legale, è uno scontro tra due mondi, tra due filosofie: da una parte i giganti dei media, che sulla proprietà intellettuale hanno costruito imperi secolari, e dall’altra i nuovi pionieri dell’intelligenza artificiale, cresciuti con l’idea un po’ selvaggia che il web sia un’enorme prateria da cui attingere dati liberamente.

È una storia che va ben oltre Topolino e Shrek. Parliamo del futuro della creatività, del lavoro e, diciamocelo, di chi controllerà il prossimo mercato miliardario. Ecco perché ho messo insieme un’analisi per capire cosa sta succedendo davvero e perché ci riguarda tutti.

In questo articolo

 


 

Uno scontro epocale: di cosa si tratta?

Tra l’11 e il 12 giugno 2025 è successo qualcosa di storico: The Walt Disney Company e NBCUniversal hanno unito le forze per fare causa a Midjourney, uno dei nomi più noti nel campo dell’intelligenza artificiale generativa di immagini. Non è la prima causa sul copyright contro una società di AI, ma è la prima volta che le major di Hollywood si sono unite per sfidare direttamente un fornitore di tecnologia di questo tipo, trasformando un dibattito che fino a ieri era quasi accademico in una battaglia legale ad altissimo rischio.

In pratica, ci troviamo di fronte a due modelli di business che si guardano in cagnesco. Da un lato, quello tradizionale, basato sulla creazione e monetizzazione gelosa di proprietà intellettuale (pensa a personaggi come Spider-Man, Elsa di Frozen o i Minions). Dall’altro, il nuovo paradigma dell’AI, il cosiddetto “scrape-and-train”: raccogli una quantità spropositata di dati da internet, senza chiedere il permesso a nessuno, e usali per addestrare i tuoi modelli.

I querelanti non sono solo le case madri, ma un vero e proprio esercito di sussidiarie, tra cui Marvel, Lucasfilm, e DreamWorks. Il loro patrimonio di proprietà intellettuale è, francamente, incalcolabile. Dall’altra parte c’è Midjourney, una startup di San Francisco che, pur essendo piccola in confronto, ha già circa 20 milioni di utenti e un fatturato previsto di 300 milioni di dollari per il 2024. Un bersaglio decisamente succoso.

Le accuse: “Un pozzo senza fondo di plagio”

Il linguaggio della denuncia, lunga 110 pagine, non usa mezzi termini. Midjourney viene definito un “quintessenziale parassita del copyright e un pozzo senza fondo di plagio” e un “distributore automatico virtuale” che sforna copie non autorizzate di contenuti protetti.

La strategia legale di Disney e Universal è a due punte, ed è piuttosto astuta.

1. L’addestramento illegale (l’input): La prima accusa riguarda il processo stesso di creazione del modello. Sostengono che Midjourney abbia “raschiato” illegalmente da internet un numero incalcolabile di immagini e fotogrammi protetti da copyright per creare il suo set di dati di addestramento. A loro sostegno, citano le stesse parole del CEO di Midjourney, David Holz, che in un’intervista ha ammesso che i dati di addestramento provenivano da un “grande scraping di internet” e che “non siamo stati schizzinosi”.

2. La generazione di copie (l’output): La seconda accusa si concentra su ciò che la piattaforma produce. La denuncia è piena di esempi visivi che mostrano come, con semplici comandi di testo, chiunque possa generare immagini quasi identiche a personaggi come Darth Vader, Homer Simpson o Shrek. Questo, secondo loro, è possibile solo perché il modello è stato addestrato illegalmente sulle opere originali, creando un legame diretto tra la violazione all’inizio e quella alla fine del processo.

I querelanti non chiedono solo un risarcimento monetario (che potrebbe essere astronomico, fino a 150.000 dollari per ogni singola opera violata), ma anche, e soprattutto, un’ingiunzione per fermare le attività di Midjourney. E qui c’è un dettaglio fondamentale: chiedono di bloccare il lancio del suo imminente servizio di generazione video, una minaccia potenzialmente ancora più grave per i loro affari.

La grande domanda: è “fair use” o furto su scala industriale?

Al centro di tutta questa storia c’è una dottrina legale americana vecchia di quasi due secoli: il fair use (uso legittimo). È un’eccezione al copyright che permette un uso limitato di materiale protetto senza permesso. La difesa delle aziende di AI, Midjourney inclusa, si basa proprio su questo.

Loro sostengono che usare opere protette per addestrare un modello sia un uso “trasformativo”. L’obiettivo, dicono, non è ripubblicare le immagini originali, ma estrarre da esse elementi non protetti (stili, schemi, concetti) per creare uno strumento completamente nuovo. Spesso usano l’analogia con l’apprendimento umano: un artista impara studiando le opere dei maestri, e un’AI fa la stessa cosa.

La replica di Disney è feroce. Sostengono che l’uso sia palesemente commerciale e per nulla trasformativo, specialmente quando gli output generati sono dei veri e propri sostituti delle loro opere, danneggiando direttamente il loro mercato (il quarto e più importante fattore del fair use). Se un utente può creare un’immagine di Topolino gratis o a basso costo, perché dovrebbe pagare una licenza a Disney?

Questa difesa del fair use, un tempo considerata un baluardo per l’AI, sta iniziando a scricchiolare. Lo stesso U.S. Copyright Office ha definito l’analogia con l’apprendimento umano “errata”, suggerendo che i tribunali dovrebbero guardare con molto scetticismo a queste argomentazioni.

Non solo Disney: il fronte legale si allarga

Questa causa, per quanto clamorosa, non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce in una guerra legale molto più ampia.

  • Gli artisti: Già nel 2023, artiste come Sarah Andersen hanno intentato una class-action contro Midjourney e Stability AI, accusandole di replicare i loro stili unici senza consenso né compenso.
  • Le agenzie fotografiche: Getty Images ha fatto causa a Stability AI, sostenendo che abbia usato illegalmente milioni di sue foto. Una prova schiacciante? Il modello AI a volte replicava persino la filigrana di Getty.
  • Gli editori: Il New York Times ha fatto causa a OpenAI (e Microsoft), accusando ChatGPT di riprodurre interi articoli protetti da copyright, minando il suo modello di business basato sugli abbonamenti.

Tutti questi casi, pur con sfumature diverse, puntano il dito contro lo stesso problema: la legalità del modello “raccogli e addestra” su cui si è fondata l’esplosione dell’AI generativa.

Cosa succede ora? I due scenari che potrebbero cambiare tutto

L’esito di questa causa traccerà una linea netta per il futuro.

Scenario 1: Vince Disney.
Una vittoria dei giganti dell’intrattenimento creerebbe un precedente devastante per molte aziende di AI. L’addestramento senza licenza verrebbe dichiarato illegale. Le società di AI sarebbero costrette a cancellare i loro modelli attuali e a ripartire da zero, usando solo dati “puliti” (con licenza, di dominio pubblico o sintetici). I costi aumenterebbero a dismisura, favorendo le grandi aziende tecnologiche (Google, Microsoft, Amazon) che possono permettersi accordi di licenza miliardari. Paradossalmente, una causa intentata per proteggere il potere dei vecchi media potrebbe finire per cementare il dominio dei nuovi oligarchi tecnologici, alzando barriere insormontabili per le startup innovative.

Scenario 2: Vince Midjourney.
Sarebbe una vittoria colossale per gli sviluppatori di AI, che vedrebbero validato il loro modello di business. L’innovazione basata su dati esistenti accelererebbe ulteriormente. Per le industrie creative, però, potrebbe essere un disastro. Il valore delle opere creative potrebbe crollare, disincentivando la creazione di contenuti originali. Una sentenza del genere provocherebbe quasi certamente una reazione politica, con una forte pressione sul Congresso e su altri governi per cambiare le leggi sul copyright e adattarle all’era dell’AI.

La fine della corsa: verso un’IA con le briglie (e le licenze)

Indipendentemente da chi vincerà in tribunale, una cosa sembra chiara: l’era del “selvaggio West” dei dati sta finendo. La pressione legale, commerciale e dell’opinione pubblica sta spingendo l’intera industria verso un futuro basato su modelli di AI addestrati con dati concessi in licenza, verificabili ed etici.

Questo caso ci costringe a guardare l’intelligenza artificiale con occhi diversi, più critici. Ci mostra come questa tecnologia, presentata come una forza democratica e innovativa, rischi di diventare uno strumento per concentrare ulteriormente ricchezza e potere verso l’alto, sfruttando il lavoro e la creatività di milioni di persone senza riconoscere loro alcun valore.

La domanda fondamentale che questa causa solleva è una sola: il valore enorme generato da questi modelli deve essere condiviso con i creatori delle opere su cui sono stati addestrati? La risposta che darà il tribunale non definirà solo il futuro di Disney o di Midjourney, ma il rapporto stesso tra creatività umana e intelligenza artificiale per gli anni a venire. E, francamente, è una questione che ci riguarda tutti.