Geoffrey Hinton, premio Nobel e pioniere delle reti neurali, smaschera l’hype della bolla AI: gli investimenti massicci si giustificano solo con la distruzione di posti di lavoro. Altro che utopia automatizzata.
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Se pensavate che l’obiettivo finale dell’intelligenza artificiale fosse un’utopia completamente automatizzata in cui tutti vivono finalmente in armonia, beh, ripensateci.
Secondo il premio Nobel Geoffrey Hinton—spesso chiamato “il padrino dell’AI” per i suoi contributi fondamentali alla tecnologia—il futuro dell’AI, nella sua forma attuale, assomiglia più a una distopia economica.
L’allarme del “padrino dell’AI”
“Penso che le grandi aziende stiano scommettendo sul fatto che l’AI causerà una massiccia sostituzione di posti di lavoro, perché è lì che si faranno i soldi veri”, ha avvertito Hinton in una recente intervista a Bloomberg.
Hinton ha commentato gli enormi investimenti nel settore, fatti nonostante una totale mancanza di profitti reali finora. Seguendo i normali standard di investimento, l’AI dovrebbe essere un paria. C’è un precedente storico per questo: gli osservatori economici e tecnologici parlano spesso di “inverni dell’AI”, periodi in cui i finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo si sono quasi azzerati.
Come ha notato Fortune, la sola OpenAI ha accumulato oltre 1 trilione di dollari in accordi per infrastrutture AI, riuscendo comunque a perdere qualcosa come 11,5 miliardi di dollari di fatturato negli ultimi tre mesi.
Alla domanda di Bloomberg se questi investimenti sbalorditivi potranno mai ripagare senza distruggere il mercato del lavoro, la risposta di Hinton è stata netta e rivelatrice.
“Credo che non possa”, ha detto. “Credo che per fare soldi si dovrà sostituire il lavoro umano”.
Eliminare i costi del lavoro: il vero obiettivo
Questo è il punto centrale che, come analista, sottolineo da sempre. L’intelligenza artificiale, nel contesto del capitalismo attuale, non è uno strumento di liberazione, ma uno strumento per l’ottimizzazione dei profitti. E come si ottimizzano i profitti in un sistema che si è sempre basato sullo sfruttamento del lavoro umano?
Il problema, per il proprietario della fabbrica (o della piattaforma software), è che il lavoro umano ha un costo: i salari. Per un investitore, un dirigente d’azienda o un magnate della tecnologia, l’AI rappresenta la soluzione finale al “problema” del lavoro umano, che erode i profitti.
Come ha scritto il ricercatore Jathan Sadowski, l’AI “promette di risolvere i problemi del capitalismo sbloccando una crescita esponenziale, eliminando i costi del lavoro, de-skillando i lavoratori, ottimizzando l’efficienza e manifestando una sfilza di altri risultati”.
In altre parole, l’hype apparentemente irrazionale dietro l’AI è in realtà la speranza che la tecnologia inauguri una nuova era di sviluppo sociale che renderà, finalmente, i lavoratori obsoleti. È il sogno di un capitalismo senza attriti, dove la ricchezza si concentra verso l’alto senza doverla spartire con chi, materialmente, produce.
Produttività per chi?
Se questo scenario dovesse realizzarsi, le conseguenze non sono scolpite nella pietra, ha notato Hinton.
“Non è come le armi nucleari, che sono buone solo per cose cattive”, ha detto a Bloomberg. “Farà un bene enorme, e in effetti se si pensa all’aumento della produttività in molte, molte industrie, questo dovrebbe essere un bene”.
Eppure, chi beneficerà di questo “bene enorme” dipende “da come organizziamo la società”, ha aggiunto Hinton. Un commento che suona quasi marxista.
Il punto, infatti, è proprio questo: un aumento di produttività, in un sistema equo, potrebbe tradursi in più tempo libero, più benessere diffuso, più risorse per la sanità e l’istruzione. Ma nel nostro sistema attuale, un aumento di produttività guidato dall’AI rischia di tradursi solo in profitti più alti per chi possiede la tecnologia e disoccupazione di massa per chi viene sostituito. L’avvertimento di Hinton non è un’ipotesi futuristica; è una semplice constatazione del modello di business su cui si fonda l’intera bolla dell’AI.

