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Diciamo le cose come stanno: se pensavate che i rider persi nei labirinti burocratici delle app o i lavoratori kenioti pagati pochi centesimi per fare “rehearsal” amorosi con i chatbot fossero l’apice della distopia, non avevate ancora fatto i conti con Alexander Liteplo. In pratica, questo giovane “visionario” ha deciso che il prossimo passo logico della gig economy non è migliorare le condizioni umane, ma eliminare direttamente l’umanità dal comando. Insomma, benvenuti nell’era in cui affittate il vostro corpo a un algoritmo perché, a quanto pare, un “capo di latta” è meglio di uno in carne ed ossa.
RentAHuman: il corpo umano come hardware per l’IA
Liteplo è la mente dietro RentAHuman, un marketplace dove gli esseri umani possono letteralmente noleggiare le proprie braccia, gambe e occhi ad agenti IA autonomi. Secondo quanto dichiarato in una recente intervista a Wired, la piattaforma vanterebbe già oltre 530.000 “umani disponibili”. L’idea gli è venuta viaggiando in Giappone, osservando i servizi di noleggio per fidanzati o amici. Ma qui il salto è sistemico: non affitti una persona, affitti uno strumento biologico che deve obbedire a un codice.
Il culto di Musk e la “fretta” di non restare a terra
Non ne sono sicurissimo, ma credo che Liteplo incarni perfettamente quel mix di ansia da prestazione e feticismo tecnologico tipico della Silicon Valley. “L’IA è un treno che ha già lasciato la stazione”, dice lui, “se non scatto ora, non ci salirò mai”. È il classico mantra del realismo tecnologico: ci viene detto che non esiste alternativa, che il progresso è un treno in corsa e che l’unica opzione è correre più forte, anche a costo di svendere la propria dignità.
Il suo eroe? Ovviamente Elon Musk. Liteplo lo venera per la sua capacità di trasformare tutto in un modello “pay-to-play”, una strategia che Musk ha usato per (non) risolvere il problema dei bot su X e che RentAHuman sta cercando di copiare vendendo badge di verifica a 10 dollari al mese. In pratica, se vuoi lavorare per un robot, devi pure pagare il pizzo per dimostrare che sei “vero”.
Sognare un capo robot: l’ultima frontiera dell’alienazione
L’argomentazione dei fondatori è quasi commovente nella sua ingenuità (o cinismo). Patricia Tani, cofondatrice del sito, sostiene che la gente amerebbe avere un robot come capo perché “non urla e non fa gaslighting”. Liteplo rincara la dose dicendo che “Claude come boss è il ragazzo più gentile del mondo”.
Questa visione ignora completamente la realtà sociale: un boss IA non è “gentile”, è solo un’interfaccia programmata per massimizzare l’efficienza. Ridurre il rapporto di lavoro a una transazione asettica con un software non elimina lo sfruttamento, lo rende solo invisibile e incontestabile. È la vittoria finale di un sistema che vuole concentrare la ricchezza verso l’alto, lasciando a noi il ruolo di “hardware biologico” intercambiabile.
Badge a pagamento e scam: il fallimento del modello pay-to-play
Nonostante i proclami, la realtà di RentAHuman sembra un carosello di truffe. Un giornalista di Wired che ha provato il servizio ha scoperto che la maggior parte delle offerte di lavoro erano scam progettati per promuovere altre startup IA. Insomma, l’IA che assume umani per convincere altri umani che l’IA funziona. Un cortocircuito che dimostra quanto sia fragile questa narrazione di “produttività miracolosa” di cui spesso si vantano i CEO, mentre i lavoratori restano incastrati in compiti inutili e sottopagati.
Liteplo pensa di risolvere tutto con un abbonamento mensile, seguendo le orme del suo idolo. Ma se la soluzione a un problema sistemico di fiducia è far pagare chi è già disperato e in cerca di lavoro, allora abbiamo un problema di etica che nessun algoritmo potrà mai correggere. La strada verso un futuro dove siamo tutti “noleggiabili” sembra spianata, e purtroppo non è un film di fantascienza, è solo pessimo capitalismo travestito da innovazione.




