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Il Grande Fratello ascolta (e impara): come l’AI viene addestrata sulle voci dei detenuti

Parliamoci chiaro: in un mondo dove i dati sono considerati il “nuovo petrolio”, era solo questione di tempo prima che le trivelle del capitalismo di sorveglianza iniziassero a scavare nei luoghi dove i diritti civili sono più fragili. La notizia che arriva dagli Stati Uniti è una di quelle che ti fanno accapponare la pelle, ma che, se hai letto Mark Fisher e conosci un minimo le dinamiche del realismo capitalista, non ti sorprende affatto. È l’inevitabile estensione della logica di profitto applicata al controllo sociale.

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Il caso Securus: sorveglianza come servizio

Immaginate di essere rinchiusi. L’unico filo che vi lega al mondo esterno, alla vostra famiglia, magari ai vostri figli, è un telefono a pagamento. Costoso, gracchiante, ma vitale. Bene, ora scopriamo che quel telefono non è solo un mezzo di comunicazione, ma un microfono sempre acceso per addestrare algoritmi.

Secondo un report devastante della MIT Technology Review, Securus Technologies — un gigante delle telecomunicazioni carcerarie sostenuto da fondi di private equity — sta usando da anni le registrazioni delle chiamate dei detenuti per costruire modelli di Intelligenza Artificiale. Non stiamo parlando di pochi nastri: si tratta di una mole di dati enorme, raccolta in prigioni statali, carceri locali e centri di detenzione dell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione).

L’obiettivo dichiarato? “Rilevare attività criminali in tempo reale”. Kevin Elder, presidente di Securus, ha ammesso candidamente che stanno usando questi dati per insegnare all’AI a capire quando un crimine viene “contemplato”. Insomma, siamo dalle parti di Minority Report, ma con meno effetti speciali e molta più oppressione sistemica.

Il mito del “consenso” in una gabbia

Qui casca l’asino, e ci facciamo male tutti. L’azienda si difende dicendo che le parti sono “notificate” che la chiamata è registrata. Ma siamo seri? Bianca Tylek, direttrice esecutiva del gruppo di advocacy Worth Rises, ha centrato il punto definendolo “consenso coercitivo”.

Se l’alternativa è il silenzio totale e l’isolamento affettivo, non c’è scelta. “Non c’è letteralmente altro modo per comunicare con la tua famiglia”, sottolinea Tylek. In pratica, per esercitare un diritto umano fondamentale — il contatto con i propri cari — i detenuti (e le persone libere dall’altra parte della cornetta, inclusi avvocati e familiari) devono cedere la propria voce, la propria biometria e i propri dati più intimi a una corporation privata.

Già nel 2019, John Dukes, ex detenuto a Sing Sing, raccontava a The Intercept di come stessero testando software di riconoscimento vocale su di lui. “Ecco un’altra parte di me stesso che ho dovuto cedere al sistema carcerario”, diceva. Oggi, con l’esplosione dell’AI generativa, quel sistema è diventato mostruosamente più efficiente.

AI predittiva: la profezia che si autoavvera

C’è un aspetto tecnico ed etico che mi preme sottolineare, perché è qui che la tecnologia diventa strumento di disuguaglianza. Addestrare un’AI su dati provenienti quasi esclusivamente da un ambiente carcerario — un ambiente strutturalmente razzista e classista come quello statunitense — significa creare una macchina perfetta per perpetuare quei bias.

Se nutriamo l’algoritmo con conversazioni nate in un contesto di privazione e controllo, l’AI imparerà a vedere “criminalità” ovunque. È la digitalizzazione del pregiudizio. Securus vuole fornire ai funzionari carcerari strumenti per monitorare specifici sospetti o condurre controlli a tappeto sulla popolazione generale. In pratica, stanno automatizzando il sospetto, rendendo la sorveglianza onnipresente e invisibile, un perfetto esempio di quella “società del controllo” teorizzata da Deleuze.

L’industria miliardaria dietro le sbarre

Non dimentichiamoci mai di seguire i soldi. Il sistema carcerario americano è un business colossale. Il mercato dei servizi di chiamata per i detenuti (ICS) vale circa 1,2 miliardi di dollari l’anno. È un duopolio, e Securus è uno dei due padroni del vapore.

Siamo di fronte a un paradosso crudele: le famiglie, spesso già in difficoltà economiche, pagano tariffe esorbitanti per parlare con i loro cari. E mentre pagano, forniscono gratuitamente la materia prima (i dati vocali) che l’azienda usa per sviluppare nuovi prodotti high-tech da rivendere allo Stato. È l’estrazione di valore portata all’estremo: il detenuto non è solo un corpo recluso, ma diventa un asset digitale, un giacimento di dati da sfruttare fino all’ultima sillaba.

 

È il realismo capitalista nella sua forma più cinica: non esiste alternativa al mercato, nemmeno quando sei in gabbia. Anzi, proprio perché sei in gabbia, sei il cliente perfetto. Non puoi scappare, non puoi protestare, e la tua voce appartiene a loro.

Questa storia dovrebbe farci riflettere non solo sui diritti dei detenuti, ma sul futuro del lavoro e della privacy per tutti noi. Se normalizziamo l’idea che la conversazione umana sia solo “training data” per una startup, le sbarre digitali si stringeranno presto anche attorno a chi si crede libero.