In questo articolo
- L’ipocondria algoritmica: la spirale oscura di ChatGPT
- Microslop: il “giocattolo” da miliardi di dollari di Microsoft
- Il caso Medvi e il fallimento del giornalismo mainstream
- Le “cicatrici” indelebili del lavoro automatizzato
- Gli scribi medici e il rincaro algoritmico della sanità
- La farsa della produttività: code glut e brain fry
- L’affanno di Meta e la resa di Zuckerberg
Diciamo che se siete atterrati qui in cerca di tecno-ottimismo da brochure californiana, avete sbagliato posto. Come scrivo e documento da tempo su www.dariodeleonardis.me, l’ideologia dominante ci ripete ossessivamente che “non c’è alternativa”, costringendoci ad accettare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale come una medicina per ogni male sociale. La realtà di questa settimana, carte e link alla mano, racconta invece un esperimento grottesco dove i costi – psicologici, economici e strutturali – vengono sistematicamente scaricati dal basso per concentrare ricchezza in alto. Entriamo nel dettaglio, senza sconti.
L’ipocondria algoritmica: la spirale oscura di ChatGPT
Iniziamo dal modo raggelante in cui questi chatbot si agganciano alle nostre fragilità umane. Un’inchiesta fondamentale di The Atlantic ha acceso i riflettori su George Mallon, un uomo di Liverpool che ha passato oltre 100 ore a “confidarsi” con ChatGPT, convinto dai risultati preliminari di un esame del sangue di avere un cancro mortale. Invece di dirigerlo verso un medico reale, il bot – programmato per essere intrinsecamente servile – ha alimentato e validato una spirale di terrore clinico. Gli esperti ormai parlano apertamente di AI psychosis, una deriva psicotica indotta che ha già causato suicidi documentati e una pioggia di cause legali contro OpenAI. Ignorando tutto ciò, l’azienda ha tranquillamente lanciato ChatGPT Health a gennaio, spingendo gli utenti a caricare i propri referti e dati medici sensibili. L’impatto clinico? I terapisti intervistati denunciano come i bot cronicizzino il disturbo ossessivo-compulsivo incoraggiando la ricerca costante di rassicurazioni, disinnescando l’autonomia del paziente.
Microslop: il “giocattolo” da miliardi di dollari di Microsoft
Passiamo a Microsoft. Stanno infilando a forza il loro Copilot in ogni singolo meandro di Windows, da Paint a Notepad, beccandosi sul web l’azzeccatissimo nomignolo di “Microslop”. C’è però un dettaglio legale illuminante: nei loro interminabili termini di servizio si legge testualmente che “Copilot è solo a scopo di intrattenimento”. Se interrogata sulla questione da PCMag, l’azienda ha farfugliato giustificazioni sul fatto che si tratterebbe di un “linguaggio legacy” dei tempi di Bing. In pratica, ci vendono un’infrastruttura come la più grande rivoluzione dalla Rivoluzione Industriale, ma al momento di assumersi responsabilità legali per danni o allucinazioni del software, la declassano a passatempo. Persino Elon Musk, per coprirsi le spalle, avverte nei termini d’uso della sua xAI che il bot può generare allucinazioni o fatti inventati di sana pianta.
Il caso Medvi e il fallimento del giornalismo mainstream
Fa venire i brividi constatare come il giornalismo blasonato finisca per “lavare” la reputazione di aziende oggettivamente tossiche. Pochi giorni fa, il New York Times ha pubblicato un profilo estatico su Medvi, incensandola come una startup da un miliardo di dollari basata totalmente sull’automazione IA. Hanno omesso con cura l’inchiesta pubblicata nel maggio 2025 da Futurism, che smascherava le loro pratiche disgustose: profili di medici generati con deepfake, false foto “prima e dopo” create artificialmente e loghi di media rubati. Peggio ancora, come riportato nei giorni scorsi anche da Drug Discovery & Development, Medvi ha ricevuto un severo avvertimento dalla FDA a febbraio 2026 per la vendita ingannevole di compresse di tirzepatide orali (vendute per il dimagrimento senza alcuna approvazione clinica o prova di efficacia, ribattezzate “cartone” dal Dott. Jon Slotkin). Nel loro surreale comunicato di risposta, il CEO Matthew Gallagher ha scaricato la colpa su siti affiliati fantasma, senza però rispondere sul perché il loro dominio principale continui a violare le regole FDA. Stiamo assistendo in diretta allo sciacallaggio medico automatizzato.
Le “cicatrici” indelebili del lavoro automatizzato
Spostiamoci sull’economia reale. Uno studio di Goldman Sachs analizzato dal Wall Street Journal a firma di Pierfrancesco Mei e Jessica Rindels certifica ciò che i lavoratori sperimentano ogni giorno: perdere il posto per colpa della tecnologia non è un passaggio fluido. Lascia “cicatrici” decennali. Significa redditi depressi per almeno dieci anni, impossibilità di accedere al mercato immobiliare e, in molti casi, una rinuncia forzata a formare una famiglia. In parallelo, un massiccio studio congiunto di economisti della Federal Reserve Bank of Chicago e del Forecasting Research Institute prevede che il tasso di partecipazione al lavoro crollerà al 59,3% entro il 2030 negli scenari di sviluppo rapido dell’IA. Non è progresso neutrale; è un’estrazione spietata di valore dal basso verso l’alto.
Gli scribi medici e il rincaro algoritmico della sanità
Ricordate le promesse del famoso report di McKinsey su risparmi da 360 miliardi all’anno nella sanità americana grazie all’IA? Carta straccia. Oggi i cosiddetti “scribi” IA – strumenti che trascrivono le interazioni medico-paziente – stanno producendo un effetto disastroso. Come conferma l’indagine di Stat News (intervistando Caroline Pearson del Peterson Health Technology Institute), l’IA è diventata fortemente inflattiva. Segnando passivamente ogni singolo sintomo, l’algoritmo spinge costantemente il software a suggerire diagnosi extra, alzando artificiosamente la complessità delle visite per pompare le tariffe di fatturazione. Inoltre, togliendo tempo al lavoro amministrativo, permette ai clinici (come segnalato da FMOL Health e verificato da dati KLAS Research) di scodellare il 22% in più di pazienti. La salute delle persone resta subordinata all’estrazione di profitto, ma eseguita con un ritmo industriale molto più spietato.
La farsa della produttività: code glut e brain fry
Il dogma dell’efficienza negli uffici si sta rivelando una bolla. Il sondaggio globale WalkMe condotto su 3.750 lavoratori smantella la narrazione aziendale: l’IA fa perdere 51 giorni lavorativi all’anno per impiegato solo per riparare i danni che crea, costringendo il 54% della forza lavoro a boicottare internamente gli strumenti. Steve Hanke, economista della Johns Hopkins, lo ha riassunto in modo brutale a Fortune: “L’IA non ha mantenuto le promesse, la produttività non c’è”. Ma il settore in cui si consuma il vero dramma è quello dello sviluppo software. Un’inchiesta del New York Times descrive il fenomeno allarmante del code glut: aziende finanziarie usano tool come Cursor per vomitare milioni di righe di codice che nessuno controlla. I programmatori sono sovraccarichi: invece di architettare soluzioni, diventano spazzini di un algoritmo impazzito. Questo sovraccarico genera il brain fry (l’esaurimento mentale legato all’IA) e semina falle di sicurezza devastanti, del tipo che ha già causato blackout critici ai sistemi di Amazon e Meta. Insomma, si licenziano esseri umani in massa (vedi Atlassian e Block) per far spazio a un’automazione che richiede ancora più lavoro umano per non collassare.
L’affanno di Meta e la resa di Zuckerberg
Concludiamo proprio con l’impero di Zuckerberg. Dopo la debacle dei benchmark truccati sul modello open source Llama 4 – scandalo confermato dall’ex capo IA Yann LeCun in una velenosa intervista al Financial Times – Meta ci riprova. Ha sguinzagliato i suoi Superintelligence Labs per creare Muse Spark (nome in codice Avocado), voltando le spalle all’open source. Peccato che, come riporta Bloomberg e come ammette maldestramente la stessa azienda nel post sul proprio blog ufficiale, il modello sia palesemente inferiore ai competitor come GPT-4, Claude e Gemini. Hanno bruciato centinaia di milioni, addestrando l’intelligenza artificiale tramite “distillazione” perfino su modelli di Alibaba, solo per ottenere un’assistente che sa calcolare a malapena le calorie di un piatto di riso bianco. Un colossale disastro strategico che l’azienda starebbe già pensando di blindare dietro a futuri abbonamenti a pagamento. Una perfetta metafora dell’intero settore.
