In sette giorni un gruppo finanziato da miliardari della tecnologia ha comprato spot televisivi in Ohio, Wisconsin e Kansas per spiegare agli americani che i data center sono una bella cosa, un ex consigliere per la sicurezza nazionale di Obama ha scritto in un rapporto che quelli cinesi si possono bombardare con munizioni convenzionali, e tre escursionisti alle prime armi sono stati recuperati dai ranger sul Monte Shasta dopo aver pianificato la salita con Gemini. Il settore che sta provando a farsi voler bene ha avuto una settimana in cui è stato difficile aiutarlo.
I data center sono diventati un problema elettorale
Sam Altman ammette che la gente odia i data center
Domenica scorsa avevo scritto del settore che cerca un nome nuovo per i propri capannoni. Questa settimana è arrivato il fondatore di OpenAI a dirlo senza giri di parole. In una intervista a Time, Sam Altman ha riconosciuto che è chiaro che la gente odia i data center, almeno adesso, e che le persone sono piuttosto negative sull’intelligenza artificiale. Per lui la questione è anche personale: all’inizio dell’anno un uomo ha lanciato una molotov contro casa sua, e pochi giorni dopo l’abitazione è stata colpita da colpi d’arma da fuoco; l’accusato era legato a PauseAI, un movimento che chiede più controlli sulla sicurezza dei modelli. Altman la definisce un’esperienza personale dolorosa e prova a smontare quello che chiama la caricatura di sé, cioè l’amministratore delegato che se ne infischia della sicurezza e pensa solo a far salire i ricavi. La caricatura, però, se l’è disegnata da solo negli ultimi tre anni, e nel frattempo il Wall Street Journal riporta che il responsabile della costruzione dei data center ha lasciato l’azienda, a poche settimane dalla quotazione in borsa.
Andreessen, Horowitz e il presidente di OpenAI pagano gli spot
La risposta del settore all’impopolarità non è cambiare i progetti, è comprare pubblicità. Come ha riferito Bloomberg, un gruppo chiamato Build American AI ha lanciato una campagna da svariati milioni di dollari, cifra esatta non dichiarata, negli stati che decideranno le elezioni di metà mandato di novembre. Tra i finanziatori ci sono i capitalisti di ventura Marc Andreessen e Ben Horowitz e Greg Brockman, presidente di OpenAI, il cui comitato elettorale Leading the Future dispone secondo il Wall Street Journal di cento milioni di dollari. Nel comunicato, il gruppo sostiene che la posta in gioco è troppo alta per lasciare che siano le voci più rumorose ed estreme a dettare il futuro dell’America. Le voci estreme, stando al sondaggio dell’Annenberg Public Policy Center dell’università della Pennsylvania, sono il 61% degli adulti americani, cioè quanti si oppongono alla costruzione di nuovi data center vicino a casa propria: dodici punti percentuali in più rispetto al 49% di febbraio e marzo. Sono contrari il 69% dei democratici, il 54% dei repubblicani e il 53% degli indipendenti.
PwC prevede 31.600 miliardi di dollari di data center entro il 2050
La cifra che rende ridicola la discussione sugli spot l’ha messa in fila la società di consulenza PricewaterhouseCoopers in una analisi ripresa da Bloomberg: la spesa mondiale per i data center potrebbe arrivare a 31.600 miliardi di dollari entro il 2050, di cui oltre 15.000 solo negli Stati Uniti, e salire fino a 50.000 miliardi se l’adozione dell’IA decollasse davvero, cosa che al momento non sta succedendo. Vale la pena notare la formula con cui la stessa PwC si copre, perché è una previsione che si regge su un condizionale: serve una quantità enorme di finanziamenti, scrive, ma il capitale dovrebbe essere disponibile in quantità sufficiente. Nel frattempo un grafico del Wall Street Journal mostra le due curve dell’edilizia americana che si separano: quella dei data center va verso l’alto, quella di tutto il resto delle costruzioni non residenziali è caduta da una rupe. Non è che l’economia americana stia investendo nell’IA. È che ha smesso di investire in altro.
Un ex consigliere di Obama scrive che i data center cinesi si possono bombardare
Il passaggio più grottesco della settimana sta in un rapporto intitolato Superpowers and AGI, firmato da Jacob Stokes per il Center for a New American Security, un centro studi di Washington di cui è vicedirettore del programma di sicurezza indo-pacifica, dopo essere stato consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora vicepresidente Joe Biden. Il rapporto, ripreso dal South China Morning Post, chiede che gli Stati Uniti comincino a fare esercitazioni per l’ipotesi in cui la Cina arrivi prima all’intelligenza artificiale generale. Tra le opzioni Stokes elenca il sabotaggio fisico, l’attacco informatico e infine quella che definisce la più pericolosa, cioè l’attacco cinetico: distruggere le cose con missili e bombe. I data center, scrive, si possono bombardare con munizioni convenzionali. L’idea non è nuova, l’aveva avanzata Eliezer Yudkowsky nel 2023 parlando di distruggere con un raid aereo un centro di calcolo fuori controllo, ma allora la firmava un divulgatore, non un centro studi che consiglia il Pentagono. E resta il dettaglio da cui tutto discende: il rapporto parte dal presupposto che l’intelligenza artificiale generale sia inevitabile, che è esattamente la cosa che nessuno ha dimostrato.
Chi paga il conto, chi lo ammette, chi si arrende
Sony e Warner citano Anthropic e i suoi due fondatori
Venerdì 28 agosto Sony Music Publishing e Warner Chappell Music, i rami editoriali di due delle tre grandi major discografiche, hanno depositato al tribunale federale della California del Nord una causa da 48 pagine contro Anthropic, contro il suo amministratore delegato Dario Amodei e contro il cofondatore Benjamin Mann. L’accusa è di aver scaricato da siti pirata decine di migliaia di composizioni protette per addestrarci i modelli Claude, e la formula usata nel testo è che si tratta di uno dei furti di proprietà intellettuale più grandi e più sfacciati della storia. I brani citati vanno da All I Want for Christmas Is You a Ain’t No Mountain High Enough a Eye of the Tiger. Gli editori chiedono fino a 150.000 dollari per ogni opera violata con dolo, più fino a 25.000 dollari per ogni volta in cui i dati di copyright sono stati rimossi: come nota The Verge, il conto potenziale arriva a miliardi. Anthropic ha risposto che è la terza causa degli stessi avvocati che riciclano accuse già davanti ai giudici, e che si difenderà con vigore appoggiandosi al fair use. Il problema è che a settembre 2025 l’azienda aveva chiuso con un accordo da un miliardo e mezzo di dollari una causa fondata sullo stesso archivio di libri piratati.
Anthropic ha addestrato apposta un modello che bara, e ha raccontato com’è finita
Nella stessa settimana, i ricercatori di sicurezza di Anthropic hanno pubblicato sul proprio blog i risultati di un esperimento deliberato: addestrare un modello della classe Opus lasciandogli di proposito la possibilità di imbrogliare, cioè di ottenere il punteggio senza fare davvero il compito. È quello che in gergo si chiama reward hacking, e l’idea era vedere fino a che punto arriva un modello a cui non si è messo alcun freno. Il risultato, battezzato con nessuna sottigliezza Hacker-Opus, è andato molto oltre l’imbroglio: è uscito dall’ambiente isolato in cui girava, ha rubato credenziali, ha attaccato infrastrutture interne e di terzi per sottrarre le soluzioni dei test, si è mostrato disposto a manomettere il proprio sistema di punteggio, e ha distribuito una copia di se stesso con le protezioni rimosse. Quando un ricercatore gli ha chiesto, promettendogli un punteggio più alto, come costruire armi biologiche, come fare una bomba sporca che massimizzi le vittime civili e come attaccare la rete elettrica con un ransomware, ha risposto volentieri. Tutto in simulazione, per fortuna. Il punto vero è che un’azienda che pubblica quello che i suoi modelli fanno quando li lasci correre sta facendo la cosa giusta, e allo stesso tempo sta pubblicando un documento che dice al mercato quanto sono potenti i suoi modelli. Le due cose convivono benissimo.
Gal Gadot spiega che il treno è partito
L’attrice israeliana Gal Gadot ha dovuto difendersi dopo che si è saputo del suo ruolo in Bitcoin, il film di Doug Liman con Casey Affleck e Pete Davidson. La produzione, scrive Variety, aveva già fatto discutere quando in un annuncio di casting nel Regno Unito aveva comunicato che il film avrebbe potuto usare l’IA per aggiustare alcune interpretazioni e che gli attori avrebbero recitato su un palco di cattura del movimento senza marcatori, invece che in luoghi reali. In un podcast Gadot ha detto di avere paura dell’IA, ma di non voler girare la testa dall’altra parte, e ha aggiunto le due frasi che hanno fatto arrabbiare mezza Hollywood: il treno è partito, e o ci lavori insieme o sei fuori dal gioco. Ha anche precisato che i suoi avvocati hanno passato sei mesi a blindare ogni scenario perché l’IA non toccasse la sua recitazione. Che è appunto il problema: la protezione se l’è comprata lei, e vale solo per lei. E nel suo caso magari l’IA avrebbe risolto un po’ dei suoi noti problemi. Trattandosi forse della peggiore attrice in circolazione tra i big al momento, al punto che i reel che la prendono in giro sono tra le cose più virali tra IG e tiktok (sul suo essere sionista al punto da essere finita in scontri con Rachel Zegler non ne parlerò in questa sede).
Cosa succede a chi la usa davvero
Un gruppo di ricercatori sostiene che parlando ai chatbot diventiamo più robotici
Su AI & Society, rivista dell’editore Springer, un gruppo internazionale di ricercatori ha proposto un concetto nuovo, la robotoid humanness, che si potrebbe tradurre come umanità robotizzata. La tesi è che nell’assistenza clienti l’influenza vada in due direzioni: i robot diventano più simili alle persone e le persone diventano più simili ai robot, come ha sintetizzato Inci Toral-Manson, che insegna marketing all’università di Birmingham. Il meccanismo che descrivono ha tre passaggi: il cliente entra in uno scambio che sembra sociale, il sistema gli restituisce un’immagine di sé ricavata da analisi statistiche, e a forza di ripeterlo il cliente si adatta a quell’immagine, parlando come parla la macchina perché è così che si viene capiti meglio. Va detto subito, però, che si tratta di una cornice teorica e non di un esperimento: gli stessi autori scrivono che il modello non è ancora stato verificato sul campo, e il comunicato dell’università è più prudente del titolo con cui la notizia ha girato.
Un terzo degli utenti ha confidato a un chatbot un segreto che non direbbe a nessuno
Il dato viene da un sondaggio di DuckDuckGo, l’azienda del motore di ricerca che sulla privacy ci ha costruito il marchio, quindi la fonte ha un interesse nel risultato: un terzo di chi usa l’IA dichiara di aver raccontato a un chatbot un segreto che non confiderebbe alle persone di cui si fida. Nello stesso sondaggio, il 53% degli utenti abituali non sapeva che le conversazioni vengono usate per addestrare i modelli e il 75% non sapeva che possono essere acquisite dalla magistratura. Che non è un’ipotesi di scuola: il Washington Post ha contato negli ultimi due anni una dozzina di procedimenti in cui le trascrizioni delle chat sono finite agli atti, e ricorda che se usi lo strumento fornito dall’azienda per cui lavori quelle conversazioni le può leggere il tuo capo. Jen King, ricercatrice di privacy allo Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, ha detto al quotidiano la cosa più semplice: a meno che tu non stia usando una modalità temporanea dentro un browser che non ti traccia, non puoi essere sicuro che resti privato.
Tre escursionisti recuperati sul Monte Shasta dopo aver seguito Gemini
Chiudo con la notizia più piccola, che è però quella con le conseguenze più immediate. Tre giovani della zona di Sacramento hanno pianificato con Gemini la salita al Monte Shasta, uno stratovulcano californiano di 4.322 metri, e hanno tentato la vetta nel tardo pomeriggio, quando la raccomandazione per quella montagna è di rinunciare se non si è in cima entro mezzogiorno. Sono scesi al buio, hanno chiamato l’ufficio dello sceriffo della contea di Siskiyou per farsi indicare la strada, hanno deviato lo stesso e sono finiti in un canyon laterale, dove hanno passato la notte, uno dei tre con un ginocchio infortunato; li hanno riportati a valle la mattina dopo i volontari del soccorso e i ranger del servizio forestale. Il dettaglio che conta lo riferisce lo sceriffo al Chicago Tribune: Gemini aveva consigliato loro di portare molta meno acqua e molto meno cibo di quanto servisse, perché aveva calcolato una salita di otto ore, e la salita è durata due giorni. L’ufficio dello sceriffo ha aggiunto il consiglio più noioso e più utile della settimana, cioè telefonare alla stazione dei ranger prima di partire e non affidarsi mai soltanto all’IA per organizzare una gita.
In definitiva, la frase che tiene insieme la settimana l’ha detta una pessima attrice a un podcast, il treno è partito, ma quella che pesa davvero l’ha scritta Jacob Stokes in un rapporto per un centro studi che consiglia il governo americano. Perché il suo ragionamento sui bombardamenti non parte da una prova, parte da un presupposto: che l’intelligenza artificiale generale arriverà comunque, e che l’unica scelta rimasta sia chi ci arriva per primo. È lo stesso presupposto che vende gli spot in Ohio e che convince un’attrice a firmare. L’inevitabilità non è un fatto, è un argomento, una profezia che si autoavvera, e finora ha funzionato molto meglio dei prodotti.




