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Spotify ammette il disastro della “musica spazzatura” AI, ma è troppo poco e troppo tardi

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Da tempo era chiaro a tutti, tranne apparentemente a chi di dovere: un’ondata di “musica-spazzatura” generata dall’intelligenza artificiale sta soffocando gli artisti veri su Spotify. La piattaforma è diventata un campo minato di bot e trucchi algoritmici, progettati per sottrarre guadagni a musicisti in carne e ossa. Ora, finalmente, Spotify ha ammesso pubblicamente il problema. Ma il suo tentativo di correre ai ripari sembra essere, come si suol dire, troppo poco e troppo tardi.

Insomma, dopo aver lasciato che il problema crescesse a dismisura, l’azienda annuncia nuove policy, ma la realtà dei fatti dimostra quanto sia difficile, se non impossibile, tappare le falle di un sistema che sembra quasi incoraggiare questo tipo di sfruttamento.

L’invasione della musica-spazzatura: un problema noto da tempo

I casi degli ultimi mesi sono emblematici. Ricordate la finta “indie rock band” chiamata The Velvet Sundown? Ha accumulato milioni di ascolti con canzoni create dall’AI. Poco dopo, si è scoperto che Spotify stessa stava popolando i profili di artisti deceduti da tempo con brani inediti generati artificialmente, senza alcuna autorizzazione o legame con l’artista originale. Un vero e proprio oltraggio alla memoria e al diritto d’autore.

Spotify si sveglia (o finge): l’annuncio di nuove regole

Di fronte a uno scandalo crescente, Spotify ha finalmente rotto il silenzio, annunciando nuove policy per proteggere gli artisti da “spam, impersonificazione e inganno”.

“Nella sua forma peggiore, l’AI può essere usata da malintenzionati per confondere o ingannare gli ascoltatori, immettere ‘brodaglia’ (slop) nell’ecosistema e interferire con gli artisti autentici”, ha scritto l’azienda, ammettendo che questi contenuti “degradano l’esperienza utente” e “tentano di deviare le royalties verso i malintenzionati”. Per contrastare il fenomeno, Spotify ha annunciato un nuovo filtro anti-spam e un maggiore impegno contro l’impersonificazione.

La prova del nove: la beffa del finto brano dei Volcano Choir

Le buone intenzioni, però, si sono schiantate contro la realtà appena un giorno dopo l’annuncio. Come in una commedia amara, sulla pagina di Volcano Choir, un acclamato progetto musicale di Justin Vernon (frontman dei Bon Iver) fermo da un decennio, è apparso un singolo inedito. Peccato che il brano fosse un evidente falso generato dall’AI, con tanto di voce robotica e copertina sgrammaticata.

Solo dopo essere stata contattata da noi e altri giornalisti, Spotify ha rimosso la canzone, giustificandosi con la “complessa catena di approvvigionamento di etichette e distributori” che permette ai “malintenzionati di sfruttare le lacune del sistema”. Una scusa che suona debole, per non dire altro.

Il vero problema: un sistema che premia i truffatori

Il caso dei Volcano Choir dimostra che le nuove policy di Spotify sono, al momento, più una dichiarazione di intenti che una soluzione efficace. Il problema è sistemico. La piattaforma è progettata per gestire un volume immenso di caricamenti, e questo la rende intrinsecamente vulnerabile.

La beffa finale? La musica dei The Velvet Sundown, la band-truffa che ha ammesso di essere una “provocazione artistica continuativa” basata sull’AI, è ancora tranquillamente disponibile su Spotify. Alcuni dei loro brani pigramente generati hanno superato i tre milioni di ascolti, generando royalties che sarebbero potute andare a musicisti umani.

Artisti veri contro bot: una battaglia per la sopravvivenza

L’uso dell’AI per clonare voci e impersonare artisti è una delle più grandi battaglie legali ed etiche del nostro tempo. Spotify afferma di voler proteggere gli artisti, garantendo che la scelta di usare o meno la propria voce per progetti AI resti nelle loro mani. Ma le parole, al momento, non bastano.

Resta da vedere se queste nuove misure riusciranno ad arginare un’ondata che sembra inarrestabile o se, come è più probabile, si riveleranno un cerotto su una ferita profonda. La questione non è solo tecnica, ma economica e culturale. Si tratta di decidere se vogliamo un futuro in cui l’arte è ancora prodotta da esseri umani o se siamo disposti a lasciarla annegare in un mare di brodaglia algoritmica, creata al solo scopo di manipolare un sistema di pagamento.