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Il CEO di Google e la retorica del sacrificio inevitabile: perché “soffrire per l’AI” è una scelta politica

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Se provate a chiedere a chi cerca lavoro oggi negli Stati Uniti (e non va molto meglio dalle nostre parti) come butta, preparatevi a un lungo sfogo. Siamo bloccati in quella che gli economisti chiamano una “low-hire economy”: le aziende non assumono, i salari ristagnano e il potere contrattuale dei lavoratori è ai minimi storici. Eppure, se aprite un qualsiasi feed di notizie, sembra che l’unica cosa che conti sia l’Intelligenza Artificiale.

È il paradosso del nostro tempo: mentre l’economia reale scricchiola e i guadagni di efficienza dell’AI iniziano a mostrare la corda (il famoso “slop” cognitivo di cui parlavamo giorni fa), gli investimenti in data center e il mercato azionario esplodono. E in mezzo a tutto questo arriva Sundar Pichai, CEO di Google (Alphabet), a dirci sostanzialmente una cosa: mettetevi l’anima in pace, ci sarà da soffrire.

Il fatalismo tecnologico come arma di distrazione

In una recente intervista alla BBC, Pichai ha sfoderato il classico repertorio del realismo capitalista applicato alla Silicon Valley. Ha definito l’AI “la tecnologia più profonda su cui l’umanità stia lavorando”, aggiungendo però una clausola che suona come una minaccia velata: “dovremo attraversare un periodo di disruption sociale”.

Diciamocelo chiaramente: questo è fatalismo dell’AI allo stato puro. La narrazione che Pichai e colleghi stanno spingendo è che l’automazione totale sia un fenomeno atmosferico, inevitabile come un uragano, e non il risultato di precise scelte aziendali mirate a massimizzare i profitti degli azionisti a scapito della forza lavoro. Ci viene chiesto di “adattarci” a un futuro deciso in sale riunioni a cui non siamo stati invitati.

Un mercato del lavoro “congelato” (e non è colpa dell’algoritmo)

C’è un divario enorme tra ciò che dicono i CEO e ciò che dicono i dati. Mentre Pichai profetizza l’apocalisse lavorativa (o la transizione forzata, a seconda di come la si voglia indorare), economisti autorevoli come Daron Acemoglu suggeriscono che l’impatto reale dell’AI sulla produttività e sull’occupazione potrebbe non farsi sentire per un decennio, se mai arriverà con la forza prevista.

Ma a Big Tech serve mantenere alta la tensione. Perché? Perché se ti convinco che il tuo lavoro sta per sparire, sei più propenso ad accettare condizioni peggiori, contratti freelance (la famosa “gigificazione” del lavoro intellettuale) e salari al ribasso. Non è l’AI che sta automatizzando i lavori adesso; è la minaccia dell’AI che viene usata come leva disciplinare sui lavoratori.

Le lacrime di coccodrillo dei miliardari

Il punto più grottesco della narrazione di Pichai è il tentativo di umanizzarsi attraverso una finta vulnerabilità. Il CEO di Google, che di recente è entrato nel club dei miliardari grazie proprio al rally azionario spinto dall’hype sull’AI, ha affermato che nemmeno il suo lavoro è al sicuro. Sostiene addirittura che il ruolo di CEO potrebbe essere “una delle cose più facili” da automatizzare.

Ora, siamo seri. Questa è una performance. Pichai non rischia di finire in mezzo a una strada o di dover accettare micro-task su una piattaforma di gig-economy per pagare l’affitto. Dire che “siamo tutti sulla stessa barca” mentre si guida un transatlantico di lusso e gli altri annaspano su zattere di fortuna è, nel migliore dei casi, di cattivo gusto.

Oltre la narrazione: fidarsi dei dati, non dei CEO

Pichai ha un interesse materiale gigantesco nel farci credere che l’AI cambierà tutto e subito. Deve giustificare le spese faraoniche in infrastrutture e tenere alto il prezzo delle azioni. Ma come sottolinea un’analisi di Business Insider, molti dei lavori teoricamente “esposti” all’AI non stanno venendo sostituiti massicciamente. Quello che vediamo è un congelamento delle assunzioni dovuto all’incertezza economica e politica, non un esercito di robot che batte sui tasti al posto nostro.

Quindi, mentre ci prepariamo a vivere in un mondo digitale sempre più inquinato da contenuti sintetici di bassa qualità, ricordiamoci una cosa: il futuro del lavoro non è una conclusione scontata scritta nel codice di Google. È un campo di battaglia politico. E in guerra, la prima regola è non credere mai alla propaganda del generale avversario.

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