Jack Dorsey, il co-fondatore ed ex CEO di Twitter, oggi noto evangelista della blockchain, ha mantenuto la promessa di resuscitare Vine, l’amatissima piattaforma di video da sei secondi. O almeno, ci sta provando.
Come riporta TechCrunch, questa nuova versione si chiama diVine e includerà un archivio di oltre 100.000 video della piattaforma originale. È solo una piccola frazione, considerando che Vine, nel suo periodo d’oro una decina di anni fa, contava oltre 200 milioni di utenti attivi prima della sua chiusura definitiva nel 2016.
Ma il vero asso nella manica di questo reboot, un vero e proprio manifesto politico nell’internet del 2025, è una regola semplice e brutale: i contenuti generati dall’intelligenza artificiale sono severamente vietati. Qualsiasi sospetto uso di IA verrà segnalato e bloccato. Una vera boccata d’aria fresca, o forse un’utopia, per un web ormai invaso da una marea di “slop” (spazzatura) IA.
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Nostalgia per un web “reale”
A guidare la carica per questo ritorno al passato è Evan “Rabble” Henshaw-Plath, uno dei primi dipendenti di Twitter, che ora lavora per l’organizzazione no-profit di Dorsey chiamata “And Other Stuff”. Henshaw-Plath e il suo team hanno lavorato meticolosamente per recuperare l’archivio di Vine, salvato in extremis da un collettivo di “archivisti canaglia” chiamato Archive Time.
“Possiamo fare qualcosa che sia nostalgico?” ha chiesto Henshaw-Plath a TechCrunch. “Qualcosa che ci riporti indietro, che ci faccia rivedere quelle vecchie cose, ma che ci mostri anche un’era dei social media in cui potevi avere il controllo dei tuoi algoritmi, o potevi scegliere chi seguire, ed era solo il tuo feed, e dove sapevi che era una persona reale ad aver registrato il video?”
Questa dichiarazione, da sola, è un segno dei tempi. È il promemoria di quanto velocemente l’IA abbia invaso ogni angolo della nostra vita, intasando i nostri feed con spazzatura senz’anima e derivativa.
Uccidere l’algoritmo
“Le aziende vedono l’engagement dell’IA e pensano che la gente la voglia”, ha aggiunto Henshaw-Plath. “Stanno confondendo le cose… sì, ci interagiamo; sì, le usiamo… ma vogliamo anche avere potere sulle nostre vite e sulle nostre esperienze sociali. Penso ci sia una nostalgia per l’era del Web 2.0, per l’era dei blog, per l’era che ci ha dato il podcasting, l’era in cui costruivi comunità, invece di cercare solo di fregare l’algoritmo”.
Invece di un’iscrizione aperta a tutti, diVine sta adottando un approccio interessante. La priorità viene data ai circa 60.000 creator originali i cui video sono stati salvati, permettendo loro di riprendere possesso dei loro account Vine e persino di pubblicare nuovi video. Ma i contenuti generati dall’IA sono, appunto, *verboten*.
Per garantire ciò, Henshaw-Plath ha adottato una tecnologia del Guardian Project, un’organizzazione no-profit per i diritti umani, per verificare se un video è stato effettivamente registrato su uno smartphone. La nuova app, inoltre, è costruita interamente su Nostr, un protocollo open source decentralizzato, con l’obiettivo di “dare potere agli sviluppatori per creare una nuova generazione di app senza la necessità di finanziamenti da venture capital, modelli di business tossici o enormi team di ingegneri”, come dichiarato da Dorsey.
Difficoltà tecniche e nemici potenti
Il progetto ha generato un interesse immenso. “Beh, è stato veloce. Abbiamo avuto 10.000 persone che si sono unite al testflight di divine.video in quattro ore”, ha twittato Henshaw-Plath giovedì.
Ma i problemi non mancano. Sebbene sia disponibile su Android, non aspettatevi di vederla sull’App Store di Apple a breve. “Apple si sta dimostrando tipicamente frustrante e ottusa con le sue revisioni dell’App Store”, ha scritto Henshaw-Plath in un altro post. “Appena respinti di nuovo”.
E all’orizzonte si profila un nemico ancora più grande. Elon Musk, l’attuale proprietario di X (fu Twitter), aveva già promesso ad agosto di resuscitare l’archivio di Vine. Non appena si accorgerà di diVine, non sarebbe affatto sorprendente se cercasse di farla chiudere in ogni modo possibile.


