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Cultura a pezzi e IA obbligatoria: perché la Block di Jack Dorsey sta diventando un incubo per i lavoratori

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Diciamo le cose come stanno: quando un guru della Silicon Valley parla di “spinta all’efficienza”, in pratica sta annunciando che qualcuno perderà il posto e che chi resta dovrà faticare il doppio sotto la supervisione di un software. Jack Dorsey, il fondatore di Twitter, sta portando la sua società di servizi finanziari, Block, dritto in questo vicolo cieco. Insomma, l’aria che si respira negli uffici non è quella dell’innovazione, ma quella di un sistema che sta letteralmente cadendo a pezzi.

La spinta all’efficienza e il crollo del morale

All’inizio di questo mese, Block ha avviato una massiccia ondata di licenziamenti che, secondo quanto riportato da Bloomberg, potrebbe colpire fino al 10% della forza lavoro. Non è un taglio netto e indolore, ma un processo estenuante che si trascina da settimane, alimentando un clima di paranoia costante. Come riferito da alcune fonti a Wired, i dipendenti vivono nell’incertezza totale: “Non sappiamo se la prossima settimana avremo ancora uno stipendio, ed è impossibile fare scelte di vita serie in queste condizioni”. Il morale è ai minimi storici, segno che la cultura aziendale è ormai ridotta a un cumulo di macerie.

L’algoritmo come obbligo: se lo strumento non serve, lo si impone

L’aspetto più inquietante è l’ossessione di Dorsey per l’intelligenza artificiale. I dipendenti di Block sono ora obbligati a usare modelli linguistici (LLM) per svolgere le proprie mansioni. Ora, se uno strumento è davvero utile, la gente lo usa spontaneamente. Quando invece diventa un ordine dall’alto, significa che la tecnologia viene usata come strumento di controllo o come feticcio ideologico. “È folle”, ha ammesso un lavoratore. In pratica, si costringe il capitale umano a piegarsi alla logica della macchina, indipendentemente dall’effettiva utilità pratica.

La sindrome di Musk e il controllo automatizzato

Dorsey sembra aver preso lezioni dal peggior manuale di gestione aziendale, quello di Elon Musk. Proprio come le discutibili richieste del dipartimento DOGE (che abbiamo già analizzato criticando il mito dell’innovatore su dariodeleonardis.me), Dorsey pretende che il personale invii email settimanali riassumendo i propri traguardi. La parte assurda? Lui non legge nemmeno quelle email: usa l’IA generativa per riassumerle. È il paradosso perfetto della modernità: persone che lavorano per produrre dati che verranno masticati da un algoritmo per un capo che non ha tempo di ascoltarli. Una vera e propria alienazione digitale che svuota di senso ogni sforzo professionale.

Burnout e identità: il costo umano della ridondanza

Non ne sono sicurissimo, ma credo che stiamo sottovalutando i danni a lungo termine di questa gestione. Recenti ricerche pubblicate sulla Harvard Business Review dimostrano che l’IA non riduce il carico di lavoro, lo intensifica, portando dritto al cosiddetto “AI burnout”. La minaccia costante di essere sostituiti da un software genera sintomi pesanti: insonnia, ansia, paranoia e, soprattutto, una perdita di identità. Se il tuo valore è misurabile solo attraverso la lente di un algoritmo che può dichiararti ridondante da un momento all’altro, cosa resta dell’individuo? È il trionfo di quel realismo che non vede alternative allo sfruttamento tecnologico, dove il lavoratore diventa un’appendice superflua di un sistema che concentra ricchezza e potere solo verso il vertice.

Mentre Dorsey accusa chi è stato licenziato di aver “battuto la fiacca”, la realtà è che Block sta diventando l’ennesimo esempio di come l’intelligenza artificiale possa essere usata per smantellare i diritti e la dignità del lavoro. Ne abbiamo parlato spesso: la tecnologia non è mai neutra, e in mano a certi visionari diventa solo un’arma di pressione sociale.

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