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Questa settimana nel grottesco mondo dell’IA: oligarchi, senzatetto e i soliti medici allucinati

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Ci avevano promesso l’automazione della noia. Ci avevano detto che le macchine avrebbero lavorato al posto nostro per lasciarci il tempo di esprimerci. Invece, sfogliando la stampa estera degli ultimi giorni, il quadro che emerge è quello di un feudalesimo digitale estrattivista, tenuto in piedi con lo scotch e il sudore degli ultimi. Ho ripreso in mano i dati, andando a scavare direttamente nelle fonti primarie – le inchieste vere, i numeri grezzi, le denunce. E no, non c’è nulla da celebrare.

I signori dei dati contro la democrazia locale

Partiamo dalle infrastrutture materiali, perché le nuvole digitali vivono in realtà dentro capannoni di cemento. In Michigan, la giunta e i residenti di Saline Township avevano votato democraticamente per bocciare un enorme data center da 21 milioni di piedi quadrati. Come ha documentato la rivista Fortune in una lunga inchiesta sul campo, la democrazia locale non conta letteralmente nulla quando si mettono di mezzo i capitali. Il costruttore miliardario Steven Roth, tramite la sua azienda Related Digital, ha semplicemente fatto causa alla piccola comunità, minacciando di prosciugarne le casse in una lunga battaglia legale. Risultato? Il comune è stato costretto a cedere e ad accettare un progetto da 16 miliardi di dollari imposto dall’alto. L’impianto farà parte del controverso progetto “Stargate” e verrà affittato a OpenAI e Oracle. È la prova plastica dell’oligarchia tecno-capitalista: dei bisogni idrici, energetici o sociali delle comunità locali non frega niente a nessuno. Decide il capitale, e tu subisci.

Il segreto inconfessabile: senzatetto e IA

Ma chi fa funzionare davvero i cervelli artificiali? Un agghiacciante mini-documentario di More Perfect Union, firmato dalla giornalista investigativa Karen Hao, ha squarciato il velo sulle nuove “sweatshop” digitali americane. Aziende intermediarie come Mercor assumono migliaia di disperati e disoccupati per addestrare e ripulire i modelli linguistici, spesso offrendo esche salariali da 55 dollari l’ora per poi cancellare i contratti dopo appena due settimane. Il dato che gela il sangue arriva da una recente ricerca della Communication Workers of America analizzata dallo studioso Tim Newman: tra i lavoratori precari che “addestrano” questi sistemi per conto dei colossi tech, un devastante 22% ha vissuto l’esperienza di essere un senzatetto a causa dei salari da fame e della precarietà assoluta. Nascondiamo lo sfruttamento umano peggiore sotto la patina scintillante dell’algoritmo. Una narrazione semplicemente disgustosa.

Il tuo nuovo capo è un software spia

Se pensi che il problema riguardi solo i lavoratori marginalizzati, ripensaci. Per chi un lavoro formale ce l’ha, le cose non vanno affatto meglio. L’IA sta armando il management aziendale di strumenti per una sorveglianza totale. Un lucido editoriale del Guardian a firma del professor Nazrul Islam fa a pezzi l’illusione dell’IA come “assistente benigno”: per un terzo delle aziende inglesi e per il 61% di quelle americane, l’IA è di fatto un “bossware”. Parliamo di un software padronale che monitora l’attività online, calcola la produttività al secondo e spreme i dipendenti fino all’esaurimento. Lavoratori dei fast food e magazzinieri (quelli di Amazon, per intenderci) sono ormai trattati come estensioni biologiche dei software predittivi. Non è automazione che libera tempo, è controllo sociale asfissiante che erode la dignità e la fiducia sul posto di lavoro.

Il muro invisibile delle selezioni automatizzate

Se l’ambiente è tossico e provi a cercare un altro impiego, ti scontri con la me*da burocratica dei filtri algoritmici. Wired ha raccontato nei dettagli la storia kafkiana di Chad Markey, uno studente di medicina in uscita da una Ivy League, con voti eccellenti e ben 10 pubblicazioni scientifiche alle spalle, scartato in tronco da 82 programmi di specializzazione medica. Il colpevole? Cortex, un software di screening delle candidature ormai usato da 1.500 ospedali. Markey aveva sul curriculum tre congedi medici dovuti a una grave malattia autoimmune. Il software li classificava opacamente come assenze “volontarie” e affossava matematicamente il suo punteggio. Come documentato persino dalla rivista medica Laryngoscope, questi sistemi sono infarciti di “errori persistenti”. Se persino un medico della Ivy League viene intrappolato in un limbo incomprensibile, che speranza ha un lavoratore medio? L’accesso al lavoro è ormai gestito da una scatola nera insindacabile.

Vibe coding e il disastro della sicurezza

La cosa grottesca è che tutta questa impalcatura tecno-autoritaria è costruita su fondamenta di puro pressappochismo. La Silicon Valley ha lanciato la folle moda del “vibe coding”, l’idea che chiunque, senza saper programmare, possa farsi scrivere intere app descrivendone l’atmosfera a un chatbot. I risultati sono catastrofici. Axios e Wired hanno pubblicato i risultati di una ricerca dell’azienda di cybersecurity RedAccess: oltre 5.000 web app create con piattaforme come Lovable, Base44 e Replit non avevano letteralmente alcun controllo di sicurezza di base. Il 40% di queste app sputava dati sensibili in chiaro – dalle cartelle cliniche ai log di chat, fino ai bilanci aziendali. I dati personali degli utenti vengono regalati al primo hacker che passa, per il semplice fatto che nessuno ha né scritto né compreso strutturalmente il codice che sta mandando in produzione.

Sviluppatori che non sanno più sviluppare

Questo approccio pigro non colpisce solo i dilettanti, ma sta distruggendo la competenza logica degli stessi ingegneri professionisti. Un’eccellente inchiesta di 404 Media raccoglie le testimonianze di sviluppatori software che stanno subendo una vera e propria atrofia cognitiva. Spinti (e spesso obbligati dai datori di lavoro tramite leaderboard interne) a usare copiloti algoritmici come Cursor per aumentare brutalmente la velocità di rilascio, si ritrovano a revisionare enormi blocchi di codice generato invece di scriverlo. Smettono di pensare alle architetture complesse. Uno di loro lo ha ammesso apertamente: “Mi sta rendendo sicuramente più stupido”. Delegare il ragionamento profondo a una macchina significa regredire, e i nodi di questa incompetenza di massa verranno presto al pettine delle grandi aziende.

Cartelle cliniche allucinate dal software

Ma il punto di rottura sistemico si raggiunge quando imponiamo questi software probabilistici alla sanità. Secondo un report esclusivo di Global News, l’Auditor General dell’Ontario, Shelley Spence, ha lanciato un allarme devastante in Canada. Durante la fase di test governativi, ben 20 su 20 dei software di IA medica approvati per la trascrizione delle visite (“medical scribes”) hanno mostrato allucinazioni gravi. Il 45% di essi si è inventato di sana pianta piani di trattamento o sintomi non discussi, e il 60% ha trascritto farmaci sbagliati. Anche testate come NBC News hanno segnalato problemi del tutto identici negli USA con sistemi come OpenEvidence, colpevoli di tirare conclusioni esagerate da studi irrilevanti. Nonostante ciò, queste stronzate algoritmiche sono già in uso in migliaia di cliniche. Stiamo letteralmente affidando le diagnosi e la salute delle persone a generatori di testo statistici che inventano i fatti solo perché la frase “suona statisticamente corretta”.

I dati ci sono, le fonti pure, nero su bianco. Stiamo cedendo diritti sociali, welfare, competenze lavorative e sicurezza sanitaria a un’oligarchia corporativa che ci sta spremendo per gonfiare una bolla speculativa. Da che parte stai?

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