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Un tribunale cinese vieta i licenziamenti per l’adozione dell’IA

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Le corporazioni occidentali sognano il licenziamento di massa perfetto, immacolato, igienizzato dall’intelligenza artificiale. Nessun sindacato, zero contrattazioni, solo un software che costa una frazione del salario umano. Mentre noi in Occidente restiamo paralizzati davanti al mito della macchina onnipotente, in Cina i tribunali iniziano a picchiare duro contro l’automazione usata come pretesto per macellare la forza lavoro. Le aziende tecnologiche trattano i dipendenti come NPC sacrificabili in un videogioco gestionale, ma un giudice di Hangzhou ha appena deciso di ribaltare le regole del server.

Il caso Zhou: quando l’algoritmo ti ruba la scrivania

I fatti parlano chiaro. Siamo alla fine del 2022. Un professionista tech – identificato dai media di stato cinesi con il solo cognome Zhou – viene assunto da un’azienda fintech locale con uno stipendio mensile di 25.000 yuan, l’equivalente di circa 3.200 euro. Il suo ruolo ufficiale è supervisore del controllo qualità. Il suo compito pratico è addestrare, filtrare e correggere le intelligenze artificiali dell’azienda, ripulendo i contenuti illegali o lesivi della privacy generati dai modelli linguistici. Come in una moderna tragedia greca, il lavoratore passa anni ad affilare la lama della ghigliottina che di lì a poco gli cadrà sul collo.

A gennaio 2025 i vertici aziendali decidono che l’algoritmo è diventato abbastanza maturo per operare in autonomia. L’IA può fare il lavoro di Zhou senza bisogno di Zhou. La direzione gli propone un ricatto mascherato da flessibilità aziendale: mantenere un impiego di livello inferiore accettando un taglio dello stipendio del 40%, precipitando a 15.000 yuan mensili. Zhou, comprensibilmente, rifiuta il demansionamento. L’azienda risponde procedendo con il licenziamento e offrendogli una buonuscita di circa 45.000 dollari. Zhou non si arrende al ricatto, contesta la cifra e porta il caso in arbitrato, vincendo. L’azienda, accecata dall’hybris corporativa e decisa a difendere il diritto di sostituire gli umani con le macchine, fa ricorso presso il Tribunale Distrettuale locale e perde di nuovo. Infine decide di appellarsi alla corte superiore, finendo per schiantarsi in via definitiva al Tribunale Intermedio del Popolo di Hangzhou.

La sentenza di Hangzhou che spaventa le Big Tech

La sentenza emanata dalla corte è un macigno. In sede legale, la dirigenza ha tentato di giustificare il siluramento di Zhou invocando una fantomatica “ristrutturazione organizzativa” e il classico “cambiamento oggettivo delle circostanze”. I giudici hanno respinto la tesi al mittente. Hanno stabilito in modo inequivocabile che l’adozione dell’IA per tagliare i costi è una pura strategia di business, una mossa volontaria per aumentare l’efficienza dei profitti. Non rientra in alcun modo nella fattispecie dei grandi cambiamenti oggettivi previsti dalla legge sul lavoro cinese, clausola solitamente riservata a fusioni, disastri naturali o rilocazioni aziendali.

Il principio affermato è basilare: se un’azienda decide di implementare l’intelligenza artificiale per risparmiare sui costi operativi, i rischi di quella transizione tecnologica se li deve assumere il management. Non si possono scaricare i costi del progresso sui dipendenti, smantellando i contratti in essere o forzando demansionamenti umilianti. Il tribunale ha imposto all’azienda di pagare un risarcimento nettamente superiore al lavoratore, chiudendo la pratica in modo netto.

L’avvocato Wang Xuyang, commentando il caso per l’agenzia statale Xinhua, ha inquadrato la questione in modo chirurgico precisando che il progresso tecnologico sarà anche irreversibile, ma non può esistere al di fuori del quadro normativo. La Cina, ricordiamolo, opera in un regime di civil law, dove le sentenze non creano giurisprudenza vincolante per casi futuri come accade negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Tuttavia, nell’architettura del potere cinese, una sentenza di questo calibro amplificata dai media di stato funge da segnale politico inequivocabile per tutta la filiera amministrativa e aziendale. Pechino vuole dominare l’innovazione globale legata all’intelligenza artificiale, ma rifiuta categoricamente l’idea di destabilizzare l’ordine sociale creando eserciti di disoccupati dall’oggi al domani per il puro capriccio contabile di qualche CEO.

Il paradosso occidentale e la bolla della produttività

Il contrasto con la nostra realtà è umiliante. Negli Stati Uniti e in Europa l’automazione viene sbandierata come clava nei negoziati sindacali o come pretesto per nascondere i disastri del management. La stampa economica ci propina ogni giorno la narrativa dell’IA magica che fa esplodere i ricavi o che rende le aziende più snelle, ma i bilanci non mentono. Come ho già documentato incrociando i dati sulla reale utilità di questi software, le macchine non stanno producendo minimamente l’efficienza promessa. Al contrario, molti dirigenti licenziano la carne viva per finanziare l’acquisto compulsivo di server e chip Nvidia, rassicurando gli azionisti semplicemente pronunciando tre o quattro volte la sigla magica “LLM” durante le riunioni con gli investitori.

Siamo di fronte a un meccanismo speculativo disastroso. L’intero ecosistema tech occidentale si regge su un debito infrastrutturale colossale che rischia di far sprofondare le fondamenta dell’economia reale. Mentre le corporazioni della Silicon Valley giocano d’azzardo con i capitali dei fondi speculativi preparandoci a un crash finanziario di proporzioni inedite, i lavoratori vengono lasciati completamente soli ad affrontare la retorica della sostituzione inevitabile.

Oggi ci ritroviamo prigionieri di un ricatto in cui la ricerca dell’efficienza algoritmica giustifica ogni sopruso contrattuale. La sentenza emessa dal tribunale di Hangzhou ci dimostra che una barriera legale e politica all’abuso dell’IA esiste, ed è stata tracciata proprio all’interno di un regime autoritario. Se la Cina riesce a proteggere legalmente un dipendente dalla furia dei licenziamenti automatizzati, imponendo alle aziende di assumersi le proprie responsabilità sociali, quali scuse hanno esattamente le nostre democrazie occidentali per non fare altrettanto? Fino a quando lasceremo che i miliardari del settore tech decidano unilateralmente chi ha il diritto di lavorare e chi no?

L’IA non sostituirà il lavoro di ufficio a breve. Ma qualche incompetente ci proverà comunque

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