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Una nuova testimonianza raccolta dal Data Worker’s Inquiry – un’iniziativa di ricerca che dà voce ai lavoratori della gig economy – svela i retroscena di uno dei settori in più rapida crescita nell’industria dell’AI: i “companion bot”. E la realtà è molto meno “intelligente” e molto più umana (e triste) di quanto la Silicon Valley voglia farci credere. Dietro lo schermo non c’è sempre un algoritmo sofisticato o una rete neurale senziente, ma spesso un essere umano sottopagato che finge di amarvi per pochi centesimi a messaggio.
L’inganno digitale delle relazioni artificiali
La storia di Michael Geoffrey Asia, un lavoratore keniota, è emblematica e straziante. Laureato in aviazione ma disoccupato, si è ritrovato a lavorare come “operatore di chat testuali” per mantenere la sua famiglia nelle baraccopoli di Nairobi. Come racconta lui stesso, il suo compito non era tecnico, ma emotivo: assumere identità fittizie e intrattenere conversazioni intime ed esplicite con sconosciuti solitari dall’altra parte del mondo.
Asia racconta di dover gestire contemporaneamente da tre a cinque “personaggi” diversi, di generi vari, spesso riprendendo conversazioni lasciate in sospeso da altri colleghi, cercando di mantenere una continuità narrativa per non rompere l’illusione. Il tutto pagato a cottimo: 5 centesimi di dollaro a messaggio, con l’obbligo tassativo di raggiungere una certa lunghezza e velocità di digitazione. È la catena di montaggio dell’affetto.
La fabbrica delle illusioni: sfruttamento e menzogne
Non stiamo parlando di una tecnologia rivoluzionaria, ma di una versione digitale e globalizzata del “Turco Meccanico”: l’apparenza dell’automazione che nasconde lavoro umano a basso costo. Questi lavoratori sono costretti a firmare accordi di non divulgazione (NDA) che impediscono loro di raccontare la verità anche alle proprie famiglie.
“Come spieghi che vieni pagato per dire a degli sconosciuti che li ami mentre la tua vera famiglia dorme a tre metri di distanza?”, si chiede Asia. Per coprire la vergogna e rispettare i contratti, ha dovuto mentire ai suoi cari, fingendo di lavorare nel supporto IT. È il paradosso del realismo capitalista: la tecnologia non ci libera dal lavoro, lo rende solo più invisibile e degradante.
Il costo emotivo della finzione
Il lavoro non è solo estenuante, è moralmente corrosivo. Asia descrive il peso di dover ingannare persone vulnerabili che condividono traumi reali e cercano una connessione autentica, credendo di parlare con un’AI imparziale o, peggio, con una “persona” ideale che non esiste. “La mia fede mi ha insegnato che l’amore dovrebbe essere reale… eppure eccomi qui, a ingannare professionalmente persone vulnerabili, prendendo i loro soldi e la loro fiducia”, scrive.
Questa è la faccia nascosta della gig economy dell’AI, un settore opaco su cui anche Human Rights Watch ha acceso i riflettori: milioni di lavoratori invisibili (stime parlano di cifre tra i 154 e i 435 milioni a livello globale), spesso nei paesi del Sud del mondo, che fanno il “lavoro sporco” (data labeling, moderazione, roleplay) per sostenere le fantasie tecnologiche dell’Occidente. La prossima volta che vi sentite “connessi” con un chatbot, ricordatevi che dall’altra parte potrebbe esserci solo un altro essere umano, stanco e sfruttato, che digita parole d’amore per sopravvivere.




