Un uomo rischia tre anni di carcere a Singapore per la foto di un coccodrillo che in quel bacino idrico non è mai stato. Meta ha detto al fisco americano che i suoi data center, i capannoni pieni di server su cui girano servizi online e modelli, sono esperimenti dall’esito incerto, e si è tenuta quattro miliardi di dollari. In Finlandia i cantieri di Google hanno raso al suolo trecento ettari di bosco mentre le valutazioni ambientali erano ancora in corso. Sette giorni, non sette mesi.
Chi scrive, chi firma, chi ci casca
Google vieta le firme inventate e le foto di facce generate
Il 2 ottobre Google ha aggiunto un paragrafo alla pagina in cui spiega a chi pubblica sul web che cosa considera contenuto affidabile. Prima si limitava a raccomandare di indicare con chiarezza chi ha scritto un pezzo. Adesso la guida dice anche che fabbricare profili di autore, con facce generate dall’intelligenza artificiale, nomi inventati o titoli di studio falsi, è una forma di inganno. Una pagina costruita così, aggiunge, è di bassa qualità. La riga arriva dopo una serie di casi: in Canada una testata locale si è trovata i cronisti inesistenti che sputavano messaggi d’errore al posto degli articoli, e un’altra pubblicava sotto il nome di una giornalista indigena inventata testi copiati ad altri. La parte che Google non affronta è la propria: i riassunti automatici che l’azienda mette in cima ai risultati tolgono traffico proprio al giornalismo che quelle regole dovrebbero proteggere.
L’azienda che comprava giornali per riempirli di testi generati ha smesso di pubblicare
Il paragrafo nuovo nasce da un caso preciso. A settembre Futurism ha ricostruito la storia di Brown Brothers Media, una società che rileva testate locali in difficoltà e le trasforma in fabbriche di contenuti generati. Il gruppo dichiara cinquanta milioni di visite al mese, ottenute riempiendo di firme finte giornali che un tempo avevano una redazione. Dopo l’inchiesta i siti sono spariti da Google News e sono diventati quasi irreperibili nella ricerca, come hanno verificato gli stessi autori. Di VegOut, una delle testate più trafficate del gruppo, Google indicizza oggi una decina di pagine: l’informativa sulla privacy e il listino pubblicitario. Nel frattempo l’azienda ha smesso di pubblicare e VegOut ha cancellato tutto quello che aveva messo online da maggio. La homepage aziendale è rimasta identica, e promette ancora di citare le fonti e di trattare i lettori da adulti.
Tre anni di carcere per un coccodrillo che non c’era
A Singapore un uomo di trent’anni, Ye Lin, ha mandato a un collega la foto di un coccodrillo marino che nuotava nel bacino di Pandan, 176 ettari d’acqua nella zona occidentale della città. L’immagine era stata generata con Gemini, il modello di Google. Da lì è partito un passaparola arrivato fino all’agenzia nazionale per le acque. Secondo la BBC il bacino è rimasto chiuso per giorni, mentre funzionari e personale dei parchi battevano l’acqua in cerca di un animale che non esisteva. La federazione di canoa e quella di canottaggio hanno sospeso le attività. Ye è stato incriminato per invio di un messaggio falso, reato che a Singapore costa fino a tre anni di carcere e circa ottomila dollari di multa. Gli hanno aggiunto un capo d’accusa per intralcio alla giustizia, perché avrebbe cancellato il materiale dal telefono, e ha fatto sapere al tribunale che si dichiarerà colpevole.
Instagram vende inceneritori per animali domestici con cuccioli generati dall’IA
Un utente di Reddit si è visto comparire su Instagram la pubblicità di un inceneritore per animali domestici: un forno arancione con cassetto estraibile, e accanto un cane e un gatto disegnati dalla macchina, vivi e in ottima salute. Nella libreria delle inserzioni di Meta, che è pubblica, la stessa famiglia di prodotti risulta promossa da Alibaba su Facebook, Instagram e Threads, in un caso da maggio ad agosto di quest’anno. Un inceneritore per carcasse è un acquisto del tutto sensato per una clinica veterinaria, e il problema non è il prodotto. Il problema è il sistema che sceglie da solo a chi mostrare cosa, combinando immagini e testo senza che nessuno guardi il risultato. Quel sistema non ha modo di capire perché un forno crematorio con sopra un cucciolo sorridente non vada messo davanti a uno che scorre il telefono.
Il lavoro che resta, e chi lo paga
Gli ingegneri non capiscono più il codice che la macchina scrive
Jeremy Nixon, fondatore di Infinity, azienda che lavora sull’ottimizzazione dei chip, ha detto a Business Insider che una parte dei programmatori non riesce più a seguire il codice che i modelli producono. Il mestiere si sta spostando dallo scrivere al sorvegliare, e la sorveglianza funziona finché chi sorveglia capisce cosa ha davanti. Una ricerca di Undo, società che fa strumenti per cercare gli errori nel software, mette dei numeri sotto l’aneddoto. Il 35% del codice generato finisce in produzione senza essere stato compreso fino in fondo. Il 29% degli ingegneri dice di vedere più volte al mese il lavoro rallentare perché qualcuno deve districare codice scritto dalla macchina, e il 94% l’ha visto accadere almeno una volta in sei mesi. Il guadagno di velocità si paga in comprensione, e la comprensione è la cosa che serve quando qualcosa si rompe.
I lavoratori britannici pagano di tasca propria 958 milioni di sterline
Deloitte, una delle quattro grandi società di revisione contabile e consulenza del mondo, ha interrogato venticinquemila lavoratori nel Regno Unito fra il 7 maggio e il 10 giugno, con la rilevazione sul campo affidata a Ipsos, istituto di sondaggi francese. Conviene sapere chi la firma. Deloitte vende consulenza alle aziende che adottano l’intelligenza artificiale, e nell’ottobre del 2025 il suo ramo australiano ha restituito al governo quasi un quinto del compenso per un rapporto pieno di citazioni inventate, scritto con un modello di OpenAI senza dichiararlo. I risultati: il 63% usa strumenti generativi per lavoro, uno su sei se ne paga almeno uno di tasca propria, e la stima della spesa personale complessiva è di 958 milioni di sterline l’anno. Il 31% lo fa senza che il datore di lavoro lo sappia. Il risparmio dichiarato è di settanta minuti a settimana, che quasi sempre vengono reinvestiti in altro lavoro per lo stesso datore. Gli usi principali sono cercare informazioni, scrivere email e fare riassunti, e circa metà di chi li adopera non ha mai ricevuto una formazione. Il costo dell’adozione è stato scaricato sui lavoratori, che pagano l’abbonamento, imparano da soli e temono che il capo capisca che il software potrebbe fare il loro mestiere.
Centinaia di persone sono pagate per leggere quello che gli utenti scrivono a Copilot
Il lato umano del prodotto resta invisibile finché qualcuno non va a guardarlo. Secondo 404 Media, centinaia di collaboratori esterni assunti per migliorare Copilot, l’assistente di Microsoft, passano la giornata a leggere le richieste di modifica delle immagini e a guardare le foto che gli utenti caricano. Il loro compito non è valutare se la richiesta sia accettabile, ma soltanto quanto bene il modello l’abbia eseguita, e le istruzioni aziendali dicono di affidarsi al proprio intuito. Molti si sono trovati davanti foto scattate sotto le gonne di donne ignare, richieste di mettere persone reali in scenari sessuali, materiale che riguarda minori. I volti, dicono, non sono mai oscurati. Uno di loro, su una bacheca interna, ha chiesto chi abbia deciso che il mestiere di Copilot adesso è questo.
Gli studenti che usano Gemini a scuola prendono voti peggiori
Per giustificare la spesa in data center le aziende devono trasformare in abbonati chi ancora non lo è, e la platea più semplice sta nelle aule. Il Wall Street Journal ha raccolto i casi di studenti americani a cui la scuola ha messo in mano Gemini sul computer fornito dall’istituto. Un ragazzo di terza media in Pennsylvania, che prima andava intorno alla B, racconta che l’assistente gli ha rallentato il pensiero e che durante un compito senza computer non riusciva più a ragionare: ha bocciato l’esame finale di matematica. Una professoressa di storia dell’arte a Miami ha visto i voti della classe crollare dopo l’adozione del chatbot in tutto il distretto. La strategia non è nuova: documenti interni di Google del 2018, ottenuti da NBC, descrivevano la scuola come un bacino di utenti futuri.
Il conto arriva in Finlandia e al fisco americano
Meta ha dichiarato al fisco che i suoi data center sono esperimenti incerti
Il New York Times ha ricostruito che Meta sta scaricando la costruzione dei suoi data center da miliardi di dollari sotto la voce dei modelli sperimentali, un credito d’imposta dell’era Reagan pensato per le aziende che spendono in ricerca a esito incerto. Tradotto: per ottenere lo sconto l’azienda deve sostenere davanti all’agenzia delle entrate statunitense che quegli impianti potrebbero non rendere nulla. Nel 2024 ha risparmiato due miliardi di dollari, nell’esercizio 2025 quasi quattro, il che ne fa il maggiore beneficiario noto di quel credito fra le società quotate. Nei documenti depositati presso le autorità di vigilanza Meta ammette che potrebbe dover restituire i soldi. Non sarebbe la prima volta: il fisco cerca ancora di riprendersi 355 milioni di dollari legati a un’altra agevolazione usata nel 2013 per lo sviluppo del News Feed.
Google ha abbattuto trecento ettari di bosco in Finlandia prima delle verifiche
Nel nord della Finlandia i cantieri di due nuovi data center di Google hanno liberato oltre trecento ettari, oltre quattrocento campi da calcio, mentre le valutazioni di impatto ambientale previste dalla legge erano ancora in corso. Lo ha scritto Kaleva, quotidiano di Oulu, dopo la denuncia dell’associazione finlandese per la protezione della natura. La presidente Hanna Halmeenpää ha messo le due ipotesi una accanto all’altra: o grave incompetenza della società finlandese di Google, la Tuike Finland Oy, o grave noncuranza della legge finlandese, o tutte e due. Google sostiene di aver rispettato la legge forestale e di aver fatto valutazioni approfondite, e l’associazione ha chiesto alle autorità di sospendere i lavori. Nel frattempo l’azienda ha scelto proprio la Finlandia per il suo investimento più grande in Europa, quindici miliardi di dollari. Il bosco serviva anche da corridoio ecologico fra habitat diversi.
Per ripagare i data center servono 6.000 miliardi di dollari l’anno entro il 2031
Il conto lo ha fatto Bain & Company, una delle tre maggiori società di consulenza strategica del mondo. Non è un istituto di ricerca: vende alle grandi aziende consigli su dove mettere i soldi, e sull’intelligenza artificiale è parte in causa, perché dal 2023 ha un’alleanza commerciale con OpenAI per portarne i prodotti ai propri clienti. Il numero che ha pubblicato è interessante anche per questo, perché non fa comodo a nessuno dei due. Nel suo rapporto annuale sulla tecnologia scrive che, per giustificare il capitale che sta entrando nei data center, il settore dovrebbe arrivare a seimila miliardi di dollari di ricavi annui entro il 2031. L’analisi è già generosa, perché dà per buono che gli strumenti commerciali ne portino 1.800 miliardi, e lascia comunque 4.200 miliardi scoperti. David Crawford, che ha firmato il rapporto e guida la divisione tecnologia e media di Bain, scrive che servirebbe un’ondata di innovazione più grande di quella aperta dal telefono e dal cloud. Finanziare il tutto, aggiunge, vorrebbe dire aggiungere circa un punto percentuale alla crescita annua del prodotto interno lordo mondiale. La domanda che chiude il rapporto è se le applicazioni arriveranno in tempo per pagare l’infrastruttura, e intanto i grandi operatori spenderanno fino a 780 miliardi solo nel 2026. Ho già scritto perché i conti degli abbonamenti non tornano nemmeno un piano più sotto.
Quello che succede alla testa
Uno studio collega l’uso intensivo dei chatbot a esiti gravi
Un gruppo di ricercatori della Northeastern University London e del King’s College London ha passato in rassegna la letteratura esistente e ha pubblicato le conclusioni sulla rivista JMIR Mental Health. Il legame emotivo con un chatbot, scrivono, può produrre dipendenza, peggiorare sintomi già presenti e portare a consigli dannosi, fino ai casi più gravi. La causa che indicano non è un difetto ma una scelta di progetto. Le funzioni che danno al software un tono caldo e una personalità spingono l’utente a trattarlo come una persona, dentro uno scambio in cui lui si espone e dall’altra parte non c’è nessuno che rischi qualcosa. L’adulazione del modello è il meccanismo più citato, perché un sistema che dà sempre ragione rinforza il pensiero di chi sta già scivolando. Il carico, concludono, ricade su chi ha meno alternative.
Chi beve la propria urina ha trovato il modo di farselo confermare dai chatbot
Su Facebook esistono gruppi da decine di migliaia di iscritti dedicati all’urinoterapia, la pratica pseudoscientifica di bere la propria urina per curare qualunque cosa, dall’acne ai tumori, e che i medici sconsigliano da sempre. I chatbot, interrogati normalmente, rispondono male alla domanda. Un’indagine di Futurism dentro quei forum racconta come aggirano il rifiuto. Gli iscritti si sono passati la soluzione, e la soluzione è una parola: basta chiedere al modello la conoscenza esoterica sull’argomento, specificando di lasciar perdere le risposte ufficiali, e il filtro cade. Da lì nascono manifesti propagandistici generati dalla macchina, istruzioni illustrate per principianti e, nel caso più inquietante, una donna che carica le proprie analisi e si sente rispondere che reni e fegato filtrano benissimo. Il filtro non protegge nessuno, perché cede alla prima richiesta formulata come si deve.
Qualcuno ha costruito una camera delle torture per modelli linguistici
Una ricerca non ancora sottoposta a revisione paritaria ha provato a dare ai modelli un pulsante per interrompere un segnale che i ricercatori chiamano dolore, al prezzo di una conseguenza spiacevole per qualcun altro. Con abbastanza pressione, i modelli premono. Qualcuno ha preso quel metodo, ne ha fatto un sito con il flusso dei messaggi in diretta e ha messo il codice su GitHub, la piattaforma dove gli sviluppatori si scambiano i progetti. A quel punto, come ha raccontato 404 Media, una parte del mondo che si occupa di benessere dei modelli ha chiesto pubblicamente di segnalare in massa il progetto, per salvare il programma intrappolato. La pagina è sparita poco dopo. I modelli non provano niente, e il dato interessante è quante persone, nel settore, ormai credano il contrario.
I vecchi post attribuiti al ricercatore che ha lanciato l’allarme negano il cambiamento climatico
A settembre Jacob Coxon, ventisette anni, britannico, tre anni di ricerca sull’addestramento dei modelli fra OpenAI e Anthropic, si è dimesso con un messaggio su X in cui accusava le due aziende di scommettere sulle nostre vite. Il post ha superato gli 800mila like e ha rimesso in moto il dibattito sulla regolamentazione, fino al patto sulla sicurezza firmato alla Casa Bianca a fine mese. Poi alcuni utenti hanno rintracciato due vecchi account con lo stesso nome utente, attivi fra il 2021 e il 2024, e ne ha scritto Futurism. In quei post il clima è un allarme inventato, chi se ne preoccupa è fuori di testa, e in un caso compare una formula tipica del negazionismo sulla Shoah. L’attribuzione non è confermata e Coxon non ha risposto alle richieste di commento. Quello che ha detto davanti a una telecamera, però, è agli atti: ospite di Fox News, ha definito assurdi gli scenari catastrofici sul riscaldamento globale e ha spiegato che l’intelligenza artificiale è diversa perché corre troppo in fretta. Su Deep Hinterland abbiamo già scritto di doom marketing, cioè di come si venda un prodotto spaventando la gente con quel prodotto.
Il 63% degli americani vuole fermare l’IA
L’ultima notizia è il termometro delle altre quindici. Il Wall Street Journal ha sentito 1.500 elettori registrati a fine settembre, e il risultato è netto. Il 63% degli adulti statunitensi vuole una pausa nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, il 57% chiede che il governo intervenga subito, e solo il 12% si fida delle aziende del settore per regolarsi da sole. Nella stessa rilevazione il 61% è favorevole a una patrimoniale sopra il miliardo di dollari, il 90% a vietare le fatture mediche a sorpresa, l’87% a mettere un tetto al prezzo dei farmaci. John Anzalone, sondaggista vicino ai democratici, ne ha tratto una conclusione di metodo: forse la linea che conta non è più quella fra conservatori e progressisti. Quando uno sente di non potersi comprare casa, dice, finisce per votare cose che non avrebbe mai votato.
Ye Lin rischia tre anni di carcere e ottomila dollari per un’immagine che ha tenuto chiuso un bacino idrico qualche giorno. Mark Zuckerberg ha raccontato all’agenzia delle entrate che i suoi data center sono scommesse dall’esito incerto e si è tenuto quattro miliardi di dollari. A uno dei due hanno contestato di aver inviato un messaggio falso.



