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Per anni ci siamo sentiti ripetere un mantra quasi religioso, una sorta di salvacondotto per la classe media in erosione: “Impara a programmare”. Era la promessa di una meritocrazia digitale, dove la competenza tecnica garantiva sicurezza, stipendi alti e un posto al sole nel futuro. Beh, sembra che il futuro sia arrivato, e ha deciso di chiudere la porta in faccia proprio a chi quel mantra l’ha seguito alla lettera. Persino se hai una laurea presa a Stanford.
Il mito infranto della “Skill Sicura”
Parliamoci chiaro: se i neolaureati in ingegneria informatica di Stanford – non esattamente l’ultima università di provincia – faticano a trovare un impiego entry-level, abbiamo un problema sistemico. Recenti report, ripresi anche dal Los Angeles Times, dipingono un quadro a tinte fosche: il mercato per i junior developer è congelato. Il motivo ufficiale? L’Intelligenza Artificiale.
La narrazione che circola nei corridoi della Silicon Valley è brutale nella sua semplicità: per ogni dieci programmatori umani, ora alle aziende ne bastano due, affiancati da un LLM (Large Language Model). Amr Awadallah, CEO di Vectara, l’ha messa giù durissima: «L’IA ora può codificare meglio dello sviluppatore junior medio […] Non abbiamo più bisogno di junior».
Insomma, il sogno si è infranto. Gli studenti che pensavano di avere il biglietto d’oro si ritrovano a dover fondare startup disperate per accaparrarsi le briciole del venture capital o a parcheggiarsi in master costosi sperando che passi la nottata. Ma c’è qualcosa che non torna.
Il paradosso della produttività: più lenti, ma più economici?
Qui entra in gioco il mio scetticismo, quello che nutro verso ogni narrazione messianica promossa dai titani del tech. Se andiamo a guardare i dati reali, e non le slide di presentazione per gli azionisti, la realtà è molto più complessa.
Uno studio recente ha evidenziato che quando gli sviluppatori usano strumenti di AI per scrivere codice, in realtà diventano il 19% più lenti. Avete letto bene. Contrariamente alle previsioni apocalittiche o entusiastiche (le due facce della stessa medaglia dell’hype), l’IA non è ancora pronta a sedersi al posto di guida.
Eppure, le assunzioni crollano. Perché? C’è una contraddizione stridente tra i dati macroeconomici – come quelli di Vanguard che suggeriscono che le professioni esposte all’IA stiano addirittura vedendo una crescita dei salari – e la realtà vissuta dai neolaureati. La risposta puzza di breve termine.
Cannibalismo aziendale: chi formerà i senior di domani?
Il punto cruciale, sollevato brillantemente dall’analista Morten Rand-Hendriksen, non è tecnologico. È economico e, oserei dire, filosofico. L’IA non sta sostituendo le persone perché è “migliore”. Sta venendo usata per creare un guadagno finanziario a breve termine al costo di una perdita di competenze a lungo termine.
Viviamo in quella che potremmo definire una forma di realismo capitalista applicato al codice: è più facile immaginare la fine della professione umana che la fine di un modello di business basato sulla crescita infinita dei margini. Le aziende stanno tagliando la base della piramide. Ma se non assumi junior oggi, chi diventerà senior tra cinque anni? Chi avrà la competenza profonda per correggere gli errori allucinati dagli algoritmi quando il codice diventerà un pasticcio inestricabile?
Oltre l’hype: il canarino nella miniera
Stiamo assistendo a un fenomeno di erosione delle competenze. L’IA sta agendo come un moltiplicatore di disuguaglianza: concentra la ricchezza verso l’alto (gli azionisti e i senior architect che sopravvivono) e distrugge le opportunità di mobilità sociale dal basso.
Rand-Hendriksen ha ragione da vendere quando definisce l’IA il “canarino nella miniera del capitalismo”. Se non interveniamo con un quadro etico e politico che valorizzi il lavoro umano sopra il profitto trimestrale, non sarà solo l’aria a mancare, ma lo spazio stesso per esistere professionalmente. Non si tratta di luddismo, ma di capire che stiamo bruciando i mobili per riscaldare la casa per una sola notte.




