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Questa settimana nel grottesco mondo dell’IA: data center che cuociono i residenti, Son grida “blasfemia” e Hasbro vuole le voci dei bambini

Slough, l’isola di calore generata dai data center

Mentre l’Europa boccheggia sotto un’ondata di calore da record, il quartiere di Slough, dieci miglia da Heathrow, sta sperimentando qualcosa di diverso da una semplice canicola: un hub di data center, tra i più grandi del continente, sta letteralmente alzando la temperatura locale. Secondo il Guardian, i residenti descrivono la sensazione come una morsa che brucia la pelle, con temperature locali superiori di diversi gradi rispetto alle zone circostanti e prossime ai 38 gradi Celsius. Un paper non ancora sottoposto a peer review, firmato da ricercatori dell’Università di Cambridge e disponibile su arXiv, stima che i data center possano alzare la temperatura nelle aree circostanti di una media di 2 gradi Celsius, con picchi fino a quasi 9 gradi, generando un effetto che i ricercatori chiamano “data heat island” e che potrebbe interessare oltre 340 milioni di persone nel mondo. La doppia ironia è che l’energia dissipata per refrigerare i server è talmente abbondante che alcuni governi hanno proposto di riciclarla per scaldare le case d’inverno: la stessa infrastruttura che cuoce i quartieri in estate viene venduta come soluzione climatica per l’inverno. Slough, secondo il coautore dello studio Andrea Marinoni, è un caso che marca la transizione tra la prima generazione di data center, costruiti negli ultimi venti anni, e una nuova ondata di impianti su scala mai vista prima: un esperimento dal vivo, condotto sulla pelle di chi ci abita vicino, senza che nessuno gli abbia chiesto il consenso.

Masayoshi Son: dubitare della bolla è blasfemia

Mentre i quartieri si scaldano, il mercato finanziario dell’IA continua la sua corsa euforica, e a guardia del tempio c’è Masayoshi Son. Il CEO di SoftBank, che ha impegnato oltre 64 miliardi di dollari in OpenAI, ha definito “blasfemia contro l’IA” la sola idea di parlare di bolla, durante l’assemblea generale annuale della sua azienda. Per Son l’industria sarebbe “solo all’inizio” di una rivoluzione che, a suo dire, è “10, forse 50 volte più grande della dot-com” degli anni Novanta (non so se si rende perfettamente conto di cosa questo significhi). Eppure, secondo un approfondimento di Bloomberg, anche all’interno di SoftBank c’è chi teme che Son si sia fatto irretire da Sam Altman, mentre OpenAI continua a bruciare cassa a un ritmo che inizia a preoccupare anche i suoi sostenitori più convinti. La storia di Son, va detto, non è impeccabile: la stessa fiducia incondizionata l’aveva riposta in WeWork, prima del crollo del 2019.

I PAC dell’IA finanziano entrambi gli schieramenti per i midterm

Sul fronte democratico, le aziende di IA non si limitano a costruire data center e infrastrutture: stanno comprando anche le elezioni. Una inchiesta del Los Angeles Times rivela che i comitati di finanziamento politico legati a OpenAI e Anthropic figurano già tra i principali finanziatori delle elezioni di midterm 2026, con una spesa combinata di almeno 37 milioni di dollari, cifra che si prevede salirà ancora con l’approssimarsi di novembre. La cosa interessante non è la parte, ma il metodo: queste aziende finanziano contemporaneamente entrambi gli schieramenti, repubblicano e democratico, secondo una logica di copertura totale del rischio politico. OpenAI è collegata sia al PAC American Mission (8 milioni di dollari ai repubblicani) sia al PAC Think Big (14,1 milioni ai democratici); Anthropic è collegata al Jobs and Democracy PAC e al Defending Our Values PAC, con 11 milioni e 5,2 milioni rispettivamente. L’effetto collaterale più rivelatore è lo schiacciamento dei candidati indipendenti che provano a correre su posizioni populiste, come la regolamentazione dell’IA generativa o la restrizione della costruzione di data center: il caso di Al Olszewski, candidato alle primarie repubblicane in Montana, travolto da quasi 900.000 dollari spesi da un PAC legato a un co-fondatore di OpenAI contro la sua candidatura, è la dimostrazione plastica di come il denaro tecnologico stia comprimendo lo spazio politico per chiunque non si allinei.

Gli utenti urlano “umano” per scappare dai chatbot

Sul lato del consumo quotidiano, la frustrazione popolare verso l’IA si misura ormai in dati concreti. Un nuovo “Consumer Patience Index” commissionato dall’azienda di agenti IA per il customer service Parloa, condotto su 1.001 adulti statunitensi, mostra che più della metà degli intervistati ha tentato attivamente di eludere un chatbot, e il 43,9 per cento di questi si è ridotto a urlare “umano” o “persona” nella speranza di parlare con un essere vivente; il 17 per cento è arrivato a imprecare. Più della metà degli intervistati concede a un sistema automatizzato non più di tre minuti prima di abbandonare la chiamata, e secondo l’indagine, citata anche dalla CMO di Parloa Latané Conant in un comunicato stampa, solo il 13,6 per cento si fida di un’IA per gestire richieste complesse, mentre il 30,4 per cento non si fida affatto. Il paradosso è che a pubblicare questi numeri è proprio un’azienda che vende soluzioni di IA agentica per il customer service: un caso da manuale di un settore che certifica da solo il proprio fallimento, sperando che la prossima versione del prodotto risolva quello che la versione attuale ha rotto.

Hasbro e le voci dei bambini cedute all’IA

Infine, il fronte più scomodo: quello dei minori. Hasbro, proprietaria di “Peppa Pig”, stando a quanto riportato da Deadline, chiederebbe ai giovani attori che doppiano la celebre serie animata di cedere i diritti sulla propria voce per l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale. La notizia ha provocato la reazione della Agents of Young Performers Association, che ha pubblicato una lettera aperta firmata da oltre mille persone, nella quale si sostiene che qualunque accordo riguardante la voce di un minore dovrebbe essere interamente escluso da ogni utilizzo in ambito IA, perché un bambino non può fornire un consenso legale pienamente informato e l’approvazione di un genitore o tutore non dovrebbe mai diventare una licenza in bianco per catturare, clonare e riutilizzare indefinitamente la voce di un figlio. Hasbro, dal canto suo, non ha confermato né negato i termini contrattuali specifici, limitandosi a dichiarare che la tutela dei piccoli interpreti è “parte del suo DNA”. Resta il fatto che la pressione sull’industria dell’intrattenimento per acquisire diritti vocali a tempo indeterminato non si sta fermando di fronte all’età dei soggetti coinvolti, e che il caso Peppa Pig potrebbe essere solo il più visibile di una tendenza già in corso su altri set.