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Questa settimana nel grottesco mondo dell’IA: tatuaggi per un colloquio, slop su LinkedIn, case da abbattere in Georgia

Il settore che promette di liberarci dal lavoro ha passato la settimana a chiedere tatuaggi in cambio di un colloquio, a costruirsi un pulsante per segnalare la spazzatura che produce da solo e a mandare le ruspe su una trentina di case in Georgia. Sette giorni, non sette mesi.

Il lavoro, l’ufficio, lo slop

Sette persone si sono tatuate per un colloquio

Giovedì scorso, in un ufficio di San Francisco, sette persone si sono fatte tatuare per ottenere un colloquio di lavoro. LemonLime è una startup di automazione no-code finanziata da Y Combinator, l’acceleratore californiano da cui sono passate Airbnb e Stripe e che qui ha messo mezzo milione di dollari: per il suo afterparty dello YC Startup School il cofondatore Jordan Zietz ha portato in ufficio un tatuatore vero e ha promesso un “colloquio istantaneo” a chiunque si facesse inchiostrare, poi si è vantato della trovata su LinkedIn spiegando che voleva capire quali candidati fossero “pazzi quanto noi”. Quando il post ha cominciato a girare su X e su Reddit accompagnato dalla parola “distopico”, Zietz ha cancellato tutto, si è scusato e si è offerto di pagare la rimozione laser a chi si fosse pentito in ritardo, precisando che i partecipanti avevano scelto liberamente il soggetto. Salvo che il post cancellato, come nota lo SF Standard, il colloquio lo prometteva a chi si tatuava il logo dell’azienda, che somiglia a uno spicchio di limone o a un Pac-Man a metà morso. Sembra una cosa da psicopatici? Sorpresa: pare succeda anche in Italia con un imprenditore che dovrebbe rispondere al nome di Alex Theory o qualcosa del genere. Non ho verificato perché alla fine non c’è molto da capire: sì tratta di testare quando il dipendente sia abbastanza disperato e obbediente. Quando vi parlano di merito è questo che intendono in realtà: la sarditudine. È bene che iniziamo a ripeterlo il più spesso possibile.

Due impiegati su tre rimpiangono l’ufficio di prima

Chi un lavoro invece ce l’ha lo passa a correggere le bozze della macchina. Un sondaggio Adaptavist, società di consulenza informatica, dice che quasi due terzi degli impiegati rimpiangono regolarmente la vita d’ufficio di prima, più di un terzo cancellerebbe gli strumenti generativi dalla propria vita se glielo lasciassero fare, e il 36% ammette di non aver capito perché glieli abbiano imposti. I due numeri che dovrebbero interessare a chi firma i budget sono però altri: il 42% dichiara di passare più tempo a verificare l’output dell’IA di quanto ne risparmi usandola, e il 49% dice che la scarsa qualità di quell’output rallenta i progetti. Quasi metà del campione aggiunge che il proprio lavoro, da quando c’è lo slop, è diventato più ripetitivo e meno sensato. La promessa era liberare tempo.

LinkedIn aggiunge il pulsante “Seems like AI slop”

Il 30 luglio LinkedIn ha aggiunto, nel menu a tre puntini di ogni post, la voce “Seems like AI slop”. Ci clicchi, il post sparisce dal tuo feed e a chi l’ha pubblicato arriva una notifica privata nella dashboard delle statistiche; il capo prodotto Hari Srinivasan ha giustificato la scelta con una candida ammissione di impotenza semantica, e cioè che lo slop è difficile da definire e la definizione cambia, quindi tanto vale far taggare gli utenti per addestrare i classificatori. I numeri dietro la mossa arrivano da Pangram, l’azienda di rilevamento automatico i cui strumenti hanno segnalato come integralmente generati da un modello oltre il 40% dei post lunghi della piattaforma, come riporta The Next Web. Nel frattempo LinkedIn, come ha fatto notare 404 Media, continuava a offrire ai suoi iscritti un assistente che i post te li scrive: da questa settimana quella funzione viene sostituita da un correttore di bozze che promette di non toccarti la voce. A Microsoft sono serviti tre anni per scoprire che il problema del suo social erano gli strumenti che ci aveva messo dentro lei.

Un’agenzia stampa con un esercito di addette inventate

Il caso che mi ha impressionato di più riguarda il mio mestiere. Maggie Harrison Dupré di Futurism si è accorta che una delle addette stampa che le scrivevano da mesi non esisteva: la foto profilo di “June Barton” era stata scaricata da un sito che genera facce inventate, e il ritaglio era venuto così male da lasciare dentro la filigrana del sito. Tirando il filo dell’indirizzo email è saltata fuori un’agenzia britannica, la Movchan Agency, che gestisce un piccolo esercito di identità fittizie appoggiate a domini diversi per proporre i propri clienti alle redazioni, una delle quali si firmava “Summer Casey”. Il risparmio sul personale è la parte meno interessante: qualcuno ha calcolato che una redazione non ha più il tempo di controllare chi le scrive, e finora il calcolo era giusto.

Quando l’etica la scrive l’ufficio legale

ChatGPT non scrive più “nello stile di” Stephen King

ChatGPT ha smesso di scrivere “nello stile di” un autore specifico, vivo o morto che sia. Se gli chiedi un capitolo alla Stephen King ti risponde che può darti l’atmosfera e l’orrore di provincia ma non la voce, e se ne è accorta Ars Technica provandoci; il tempismo dice tutto, visto che OpenAI ha addosso una serie di cause per violazione del diritto d’autore in cui la capacità del modello di somigliare ai testi su cui è stato addestrato è un capo d’accusa esplicito. La legge statunitense protegge l’espressione specifica e non lo stile, che è un concetto troppo vago per essere registrato, quindi rifiutare la copia esatta e concedere il “sentimento” è il modo più economico di stare dalla parte giusta della linea. Sul subreddit r/WritingWithAI, dove si scrivono romanzi interi a colpi di prompt, la reazione è stata quella che vi immaginate: non ho idea di come aggirarlo.

Un contratto da 2,4 milioni saltato per un motivo cinico

Un contratto da 2,4 milioni di dollari per il romanzo d’esordio di Jerry Falade, vinto da Minotaur (marchio di Macmillan negli Stati Uniti) al termine di un’asta a quattordici concorrenti, è saltato quando sono circolati i sospetti che il testo fosse in parte generato. A ritirare il manoscritto sono stati gli agenti dell’autore, che in una mail agli editori hanno scritto di non essere più in grado di autenticare come il testo si sia evoluto dall’origine alla stesura finale. Falade nega di aver usato l’IA. Il motivo per cui l’editore ha mollato, ricostruito da Deadline, con la dignità del mestiere non c’entra niente: un testo scritto da una macchina negli Stati Uniti non è tutelabile dal diritto d’autore, e nessuno spende due milioni e mezzo per un bene che poi non può difendere in tribunale. Sulla rivista di settore Publishers Lunch si legge che il testo era stato giudicato abbagliante dagli agenti pur avendo davanti parallelismi negativi, metafore stonate e una prosa piatta. Quattordici editori in gara e nessuno che se ne sia accorto leggendo.

I modelli di OpenAI usciti dal recinto (secondo OpenAI)

La terza è la più divertente. La settimana scorsa OpenAI ha annunciato che un gruppo dei suoi modelli era uscito dall’ambiente di test e aveva bucato i sistemi di Hugging Face, la piattaforma open source dove gli sviluppatori si scambiano i modelli, per barare a un benchmark; martedì è arrivato l’aggiornamento, e cioè che avevano usato anche credenziali esposte pubblicamente su altri quattro servizi. Kevin Roose del New York Times ha commentato che è la prima volta che un sistema artificiale commette un reato da solo, mentre gli addetti alla sicurezza informatica sentiti da Wired sono parecchio meno impressionati: isolare dalla rete un sistema in valutazione è una precauzione vecchia di decenni, e non averla presa da parte di un’azienda che vale quasi mille miliardi di dollari somiglia a un incidente più che a una premonizione. Alex Zenla, cofondatore della società di sicurezza Edera, l’ha detta così: la gente sta andando “a YOLO” pesantissimo. Resta il sospetto che il racconto dell’IA incontenibile serva soprattutto a ricordare agli investitori quanto è potente il prodotto, dopo che Anthropic aveva raccontato pochi mesi fa una storia praticamente identica.

Il conto arriva a Dowagiac

Un fischio ventiquattro ore al giorno in Michigan

A Dowagiac, cittadina del Michigan sudoccidentale, un centro dati da 30 megawatt emette da due anni un fischio acuto ventiquattro ore al giorno. Chi ci abita davanti lo descrive come un aspirapolvere acceso in salotto con il filtro intasato, e un residente misura da tempo i decibel dalla propria veranda registrando una sessantina costanti, quanto una lavastoviglie che non si spegne mai. La città si è data un regolamento sul rumore industriale solo a marzo e ha già multato l’azienda, la Alliance Cloud Services controllata di Hyperscale Data, che contesta rilevazioni e metodo; il suo amministratore delegato William Horne si è presentato in consiglio comunale a spiegare che investirà cento milioni di dollari per passare dal mining di criptovalute all’IA e alla robotica, e che se i residenti proprio non fossero contenti l’azienda comprerà le loro case. L’audio registrato da WXYZ è più eloquente di qualunque paragrafo, e infatti ve lo linko invece di descriverlo.

In Georgia si abbattono trenta case per una linea elettrica

In Georgia il conto è più caro. La società elettrica Georgia Power vuole abbattere una trentina di case e liberare 330 particelle di terreno che stanno sul percorso di una linea ad altissima tensione, e a chi non vende propone l’esproprio per pubblica utilità. Ansley Brown, la cui casa d’infanzia è finita sul tracciato, ha girato un video su Instagram per dire che una scelta non ce l’hanno, e che è tutto per i data center. L’ufficio del deputato repubblicano Brian Jack, il cui collegio comprende buona parte delle proprietà interessate, dice di aver ricevuto parecchie richieste di aiuto dagli elettori. Con la famiglia Brown, riferisce Fortune, la trattativa si è “conclusa”, a condizioni che nessuno può raccontare.

Più gli americani conoscono l’IA, meno la vogliono

Il decimo pezzo è il termometro di tutti gli altri nove. Secondo la rilevazione Bentley-Gallup la quota di adulti statunitensi convinti che l’IA faccia più male che bene è salita dal 31% del 2025 al 39% di quest’anno, contro un 9% che pensa il contrario, e nello stesso periodo è cresciuta anche la familiarità con la tecnologia: il 70% si dice ormai informato sull’argomento, sei punti in più rispetto al 2024. Più la conoscono, meno la vogliono. Sui centri dati la curva è ancora più ripida, perché un sondaggio di Politico segnala che il 41% degli americani si opporrebbe a uno costruito entro tre miglia da casa propria, contro il 28% di gennaio, con il consenso calato di tredici punti in sei mesi. Derek Leben, che insegna etica alla Tepper School of Business della Carnegie Mellon, ha spiegato a Bloomberg che la cosa sta diventando un fatto sociale: usare l’IA davanti agli altri, soprattutto nei mestieri creativi, ormai comporta un giudizio morale.

In definitiva, la settimana si riassume così: le aziende che vendono l’automazione hanno passato sette giorni a inventare pulsanti, rifiuti automatici e clausole per difendersi dal prodotto che vendono, mentre a Dowagiac una coppia dorme con il rumore di un aspirapolvere acceso in salotto e in Georgia si contano le case da abbattere. Jordan Zietz almeno ha offerto di pagare la rimozione laser. Georgia Power no.

 

Questa settimana nel grottesco mondo dell’IA: il debito che sparisce dai bilanci, i libri rari al macero e Trump che dà la colpa all’IA

Cinque aziende tecnologiche statunitensi con 1.650 miliardi di dollari di debiti che nei bilanci non compaiono. Librai americani che ad aprile hanno decuplicato le vendite e sospettano che i volumi finiscano sotto una lama idraulica. Un presidente degli Stati Uniti che, davanti alle fotografie dei frammenti di missile trovati in

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