Cinque aziende tecnologiche statunitensi con 1.650 miliardi di dollari di debiti che nei bilanci non compaiono. Librai americani che ad aprile hanno decuplicato le vendite e sospettano che i volumi finiscano sotto una lama idraulica. Un presidente degli Stati Uniti che, davanti alle fotografie dei frammenti di missile trovati in una scuola elementare iraniana, risponde che potrebbero essere immagini generate dall’intelligenza artificiale. Le nove notizie di questa settimana raccontano un’industria che ha smesso di discutere su cosa costruisce e ha cominciato a discutere su dove prende quello che le serve.
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La contabilità che non torna
1.650 miliardi parcheggiati fuori dai bilanci
Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta e Oracle hanno accumulato circa 1.650 miliardi di dollari di debiti che non compaiono nei loro bilanci. Il conto arriva da un’inchiesta di Nikkei Asia, la testata economica del principale gruppo editoriale finanziario giapponese, e vale più del debito che le stesse cinque società hanno dichiarato ufficialmente nell’ultimo trimestre, fermo a 1.350 miliardi. La sola Meta ne tiene fuori circa 420.
Il meccanismo si chiama società veicolo: si costituisce un soggetto giuridicamente distinto, gli si intesta il debito contratto per costruire i data center e il bilancio della casa madre resta pulito. È lo stesso strumento con cui Enron, il colosso energetico statunitense fallito nel 2001, teneva nascoste le proprie perdite dietro una selva di controllate. Tom Selling, consulente contabile citato da Bloomberg Tax, dice che il trattamento contabile in sé è legittimo e va di moda, e che il rischio comincia se una di queste aziende è un castello di carte tenuto in piedi proprio da quel trattamento.
Del debito che sostiene la corsa ai data center avevamo scritto a giugno. La differenza è che ora esiste una cifra. Quattro delle cinque società analizzate da Nikkei pubblicano i conti del secondo trimestre nelle prossime settimane.
Un modello cinese scaricabile fa tremare i listini
Kimi K3 è un modello linguistico da 2.800 miliardi di parametri sviluppato da Moonshot AI, azienda di Pechino, ed è open-weight: i pesi, cioè i valori numerici che costituiscono il modello addestrato, sono scaricabili, e chiunque abbia le macchine può eseguirlo per conto proprio senza pagare un abbonamento a nessuno. Secondo il Wall Street Journal i vertici di OpenAI e Anthropic hanno cominciato a chiedere all’amministrazione Trump di essere protetti da questa concorrenza.
Dean Ball, arrivato in OpenAI dopo aver lavorato alle politiche sull’intelligenza artificiale della Casa Bianca, ha scritto su X che lasciare campo libero ai modelli aperti cinesi produrrebbe un “comunismo dell’IA”, e ha aggiunto che l’amministrazione inietterà abbastanza incertezza regolatoria da scoraggiare i grandi fornitori di cloud dall’adottarli. Sam Altman ha annunciato che OpenAI è pronta a consegnare il suo modello di punta a un quarto del prezzo. Dario Amodei, l’amministratore delegato di Anthropic, chiede da tempo di fermare la vendita di chip americani alla Cina, paragonandola in un saggio di gennaio alla vendita di armi nucleari alla Corea del Nord, e a giugno ha detto a Bloomberg che il governo dovrebbe poter bloccare la diffusione dei modelli che considera rischiosi. David Sacks, consigliere di Trump per l’intelligenza artificiale, accusa apertamente Anthropic di usare l’allarme sulla sicurezza per tenere fuori i concorrenti più piccoli.
Il mercato si è mosso prima delle dichiarazioni: il Nasdaq ha passato due sedute pesanti dopo l’annuncio di Moonshot e ha recuperato solo in parte lunedì. L’azienda cinese ha dovuto sospendere le nuove sottoscrizioni quarantotto ore dopo il lancio perché i server non reggevano. Domenica scorsa avevamo raccontato i conti di TSMC che battevano ogni record mentre il titolo perdeva il quattro per cento: la domanda che il mercato si fa da un mese è chi pagherà l’infrastruttura se il prodotto finale costa zero.
Il motore che sostituisce l’amministratore delegato
Un sito comparso in rete si presenta come il primo “motore di sostituzione dell’amministratore delegato” e promette di fare il lavoro del vostro capo, strategia, visione e mail motivazionali comprese, senza mai chiedere al consiglio di amministrazione un jet più grande. Si chiama OverpAId, è satira dichiarata, e mette a disposizione una tombola del gergo aziendale, un traduttore di comunicati stampa e un calcolatore che ridistribuisce lo stipendio dell’amministratore delegato su tutti i dipendenti rimasti. Il widget per “parlare con un dirigente vero” non funziona.
Il numero su cui il sito insiste è verificabile: nelle grandi società quotate statunitensi il rapporto tra la retribuzione dell’amministratore delegato e quella del dipendente medio è di 290 a 1, secondo l’Economic Policy Institute, centro studi di Washington vicino al mondo sindacale. Nel frattempo i salari americani non hanno tenuto il passo dell’inflazione, come ha ricostruito NPR su dati della Brookings Institution. Sull’altro versante, uno studio dell’Università della California a Berkeley, ripreso da Futurism, ha misurato che i modelli più avanzati oggi non completano la maggior parte dei compiti reali a un livello paragonabile a quello umano. Vale per i dipendenti e vale, presumibilmente, anche per i dirigenti.
La materia prima si prende dove capita
I libri rari comprati per essere distrutti
ISBNdb gestisce quello che definisce il più grande archivio di schede bibliografiche del mondo. Fino a poco fa serviva biblioteche, distributori e librerie; oggi, come racconta 404 Media, organizza per le aziende di intelligenza artificiale acquisti all’ingrosso che vanno da mille a un milione di volumi per ordine. L’argomento di vendita è che i libri stampati prima del 2022 sono strutturalmente privi di testo generato da un modello, quindi valgono più di qualsiasi cosa si trovi oggi in rete. Il sito promette anche riservatezza sugli acquisti e ammette per iscritto il motivo: un titolo di giornale su un’azienda che distrugge due milioni di libri non genera simpatia.
La distruzione è la parte materiale del procedimento. Anthropic, secondo gli atti della causa che si è chiusa con un risarcimento da 1,5 miliardi di dollari agli autori, comprava copie usate, ne staccava le pagine con una taglierina idraulica e le scansionava con attrezzature industriali. La cosa è stata giudicata lecita in base al principio dell’esaurimento del diritto, per cui chi compra una copia può farne quello che vuole, e perché il giudice ha considerato trasformativo il passaggio da carta a digitale.
Un piccolo libraio ha raccontato a 404 che ad aprile è passato da meno di venti volumi a settimana a diverse centinaia, tutti scelti a caso e tutti con codice ISBN, e che nel suo magazzino ci sono edizioni fuori catalogo di cui potrebbero restare pochissime copie. Dice di avere sentimenti contrastanti: l’operazione gli svuota il magazzino e gli porta soldi, l’uso finale non gli piace. Anche i librai antiquari olandesi hanno segnalato ordini all’ingrosso anomali, secondo NL Times, senza poter dimostrare chi ci sia dall’altra parte.
Gli editori che valutano di staccare la spina a Google
USA Today, Politico, The Economist, People e Reuters stanno riesaminando il proprio rapporto con Google, e alcuni discutono se interrompere del tutto la collaborazione. Lo riferisce il Wall Street Journal, che cita David Buttle della società di consulenza DJB Strategies: per certe categorie di editori la questione è di sopravvivenza, e le opzioni sul tavolo si sono fatte radicali. USA Today ha perso quasi metà del traffico proveniente dagli utenti statunitensi in un anno.
Il motivo è il riassunto automatico che Google mette in cima ai risultati: risponde alla domanda e toglie all’utente la ragione per cliccare. Google replica di mandare ancora miliardi di clic a settimana verso il web. Anche Reddit sta riconsiderando il contratto da 60 milioni di dollari l’anno che consente a Google di addestrare i propri modelli sui contenuti dei suoi utenti. Chi ha già smesso di trattare è passato in tribunale: il gruppo editoriale che pubblica Rolling Stone e Variety ha citato l’azienda per uso illecito della propria proprietà intellettuale nei riassunti.
C’è un dettaglio che tiene insieme questa notizia e la precedente. Matthew Prince, amministratore delegato di Cloudflare, ha osservato il mese scorso che per la prima volta nella storia di internet il traffico automatico dei bot ha superato quello umano. Le stesse aziende che comprano libri di carta perché la rete è ormai piena di testo sintetico stanno togliendo ai siti la ragione economica per produrre testo nuovo.
Dave Eggers accetta l’invito e dice quello che pensa
Nel marzo del 2025 Sam Altman aveva pubblicato un racconto breve sul lutto scritto da un modello di OpenAI, dicendosi colpito dal risultato. La stroncatura fu quasi unanime: il Guardian lo definì un pessimo pezzo di scrittura. Dave Eggers, autore statunitense di Una storia struggente di formidabile genio e fondatore della casa editrice McSweeney’s, lo liquidò come pastiche senza senso e si chiese quanto bisogna essere creduloni per immaginare un romanzo scritto da una macchina che qualcuno voglia leggere davvero.
OpenAI lo ha invitato nella propria sede, in California, a parlare con i dipendenti. Eggers ha accettato e, come ha raccontato al Financial Times, davanti a circa duecento persone ha detto che l’effetto di ChatGPT sulla vita degli insegnanti è catastrofico e che, intenzionalmente o no, i presenti hanno reso il lavoro di ogni docente molto più difficile di due anni prima. Sugli studenti è stato più duro: se usano il modello per comporre, non impareranno mai a scrivere, e la loro voce viene sottratta prima ancora che esista.
A un dipendente che gli raccontava di aver fatto scrivere una poesia a ChatGPT ha consigliato di uscire di casa, allontanarsi dallo schermo e iscriversi a un gruppo di scrittura, dove un altro essere umano può incoraggiarlo. All’FT ha detto di essersi divertito.
Che cosa vale ancora come prova
Trump risponde che le foto della scuola potrebbero essere finte
A inizio marzo un bombardamento statunitense ha colpito la scuola femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran, uccidendo 120 bambine e decine tra insegnanti e genitori. Sul posto sono stati fotografati frammenti di missili Tomahawk di fabbricazione americana; un’indagine interna trapelata alla Reuters indica come probabile la responsabilità degli Stati Uniti; la CNN ha ricostruito quali reparti operassero in quel settore. Sky News e Forensic Architecture, il gruppo di ricerca della Goldsmiths University di Londra che ricostruisce gli eventi bellici con modelli tridimensionali, hanno verificato che l’edificio era una scuola da anni, il che smonta la giustificazione ufficiale dell’informazione di intelligence non aggiornata.
Intervistato dal giornalista di Fox News Trey Yingst, Donald Trump ha evitato di dire se pubblicherà le conclusioni dell’inchiesta, spiegando che deve prima parlare con i generali, e ha aggiunto che secondo lui nessuno potrà mai stabilire cosa sia successo. Yingst gli ha ricordato le fotografie dei frammenti di Tomahawk. Trump ha ammesso che un errore è possibile, e poi ha detto che è possibile anche che quelle immagini siano generate dall’intelligenza artificiale, riporta Democracy Now.
Qui l’intelligenza artificiale non serve a fabbricare niente. Serve a rendere discutibile qualsiasi documento, comprese le fotografie scattate da giornalisti sul posto. Amanda Klasing di Amnesty International contesta al presidente dichiarazioni contraddittorie e al Pentagono di non rispondere al Congresso, e ricorda l’unico punto fermo: un attacco con missili a guida di precisione su una scuola piena di bambini, oltre 150 morti.
La campagna elettorale generata al computer
Nella contea di St. Charles, in Missouri, la corsa alla presidenza della contea si combatte a colpi di video sintetici. Il candidato conservatore Jason Law ha riempito le emittenti locali di uno spot in cui i suoi due avversari, Steve Ehlmann e Bill Eigel, appaiono come complici di un complotto ai danni degli elettori e si vantano l’uno con l’altro di raccontare frottole sulle tasse sulla proprietà. Le voci sono sintesi vocale generica, e alla fine compare Law stesso, anche lui ricostruito dalla macchina, a promettere un nuovo inizio. Lo ha documentato l’emittente First Alert 4, a cui il candidato ha detto di essersi ispirato agli spot con cui la star televisiva Spencer Pratt si è presentato come supereroe nella corsa a sindaco di Los Angeles.
A maggio, nelle primarie repubblicane del Kentucky settentrionale, i falsi video erano stati pagati da comitati elettorali indipendenti e avevano colpito entrambi i contendenti. Il deputato uscente Thomas Massie era comparso in un finto filmato di videosorveglianza mentre entrava in albergo con le deputate democratiche Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar. Massie si è sfogato con Louisville Public Media dicendo che è un insulto agli elettori anziani che non sanno nemmeno che l’intelligenza artificiale esiste. Il suo sfidante Ed Gallrein, sostenuto da Trump, ha vinto con il 54 per cento.
Registrare tutto e non dirlo a nessuno
Nel settore tecnologico americano si sta diffondendo l’abitudine di registrare ogni conversazione, dentro e fuori dall’ufficio, spesso senza avvertire l’interlocutore. Lo racconta il Wall Street Journal partendo dalla diffusione di Granola, un’applicazione che trascrive e riassume, e che a differenza della registrazione integrata di Zoom non annuncia in alcun modo la propria presenza. In diversi stati americani, California compresa, registrare senza il consenso di tutti i partecipanti è illegale.
Michelle Lim, amministratrice delegata della società di marketing Flint, dice al giornale che in ufficio si dispiacciono quando si accorgono di aver dimenticato di accendere Granola, e che vorrebbe averne uno in ogni stanza: dà per scontato di essere registrata, e chiedere il permesso, sostiene, rovina l’atmosfera. Emmie Chang, fondatrice della società di vendite Yuzu Labs, ha raccontato di registrare quasi tutti i primi appuntamenti appoggiando il telefono sul tavolo, e di chiedere poi a un chatbot se avrebbe potuto risultare più empatica.
I giuristi sentiti dal giornale fanno notare che il dipendente medio non ha molti margini per rifiutare, mentre le imprese rischiano di far uscire dati personali del personale, segreti industriali e frasi che qualcuno potrà rileggere in un’aula di tribunale. Amy Dufrane, che dirige l’ente statunitense di certificazione delle risorse umane HRCI, ha detto all’Associated Press di ritenere che le aziende non dovrebbero usarli affatto.
Il filo di questa settimana è che l’industria ha smesso di produrre valore e si è messa a spostarlo. 1.650 miliardi di debito parcheggiati in società veicolo, 290 dollari all’amministratore delegato per ogni dollaro del dipendente medio, metà dei lettori americani di USA Today, i libri fuori catalogo che passano sotto la taglierina, le fotografie di una scuola elementare che diventano forse un artefatto. Nell’unica stanza in cui qualcuno ha potuto rispondere di persona, un romanziere ha detto a duecento dipendenti di OpenAI di uscire di casa.




