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Diciamo le cose come stanno: l’ottimismo dei CEO della Silicon Valley spesso nasconde un’agenda di smantellamento dei diritti che farebbe impallidire i capitani d’industria del secolo scorso. L’ultima bordata arriva da Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, che in un’intervista rilasciata al Financial Times a Londra ha lanciato un avvertimento che somiglia molto a una condanna a morte professionale per i colletti bianchi: entro 18 mesi, praticamente ogni compito d’ufficio sarà automatizzato. Insomma, se passate la giornata davanti a un monitor, siete ufficialmente nel mirino.
La profezia di Suleyman: 18 mesi al capolinea
Secondo Suleyman, i modelli linguistici sono sul punto di raggiungere performance “umane” in quasi tutti i compiti professionali. Avvocati, contabili, project manager e addetti al marketing: nessuno è al sicuro. È una visione sistemica che punta a una trasformazione radicale del mercato del lavoro, alimentata anche da mosse come il rilascio del nuovo agente Claude di Anthropic, che ha già creato turbolenze pesanti a Wall Street per il timore di una sostituzione massiccia nel settore legale e amministrativo.
Il precedente dei programmatori: dal codice alla revisione
In pratica, il “modello” di riferimento è quello dell’ingegneria del software. Suleyman sottolinea come molti programmatori stiano già usando l’IA per produrre la stragrande maggioranza del loro codice. Il ruolo dell’umano si è spostato verso una “meta-funzione”: debug, controllo e architettura. Diciamo che non sei più il falegname, ma quello che controlla se i mobili montati dal robot stanno in piedi.
Ma c’è un problema di fondo: la qualità. Diversi studi recenti dimostrano che questi “miracoli dell’automazione” spesso falliscono nei compiti più comuni del lavoro remoto. È lo stesso schema che abbiamo visto con certi proclami visionari del passato: tanta scena, ma molta meno sostanza quando si tocca terra.
Produttività o estrazione? Il grande dubbio economico
La narrazione ufficiale dice che l’IA ci renderà più produttivi. La realtà, però, suggerisce che la produttività non stia aumentando affatto. Anzi, costringere gli esseri umani a controllare e correggere costantemente gli errori degli algoritmi rischia di rallentare i flussi di lavoro, trasformando l’ufficio in una macchina da burnout. È un processo che sposta la ricchezza verso l’alto (chi possiede i server) sfruttando le competenze di chi, in basso, deve rimediare ai pasticci dell’IA.
AI washing: quando l’algoritmo è una scusa per tagliare
Mentre cresce l’ansia per i licenziamenti permanenti, emerge un fenomeno odioso: l’AI washing. Molte aziende usano l’intelligenza artificiale come paravento etico per giustificare tagli al personale dettati puramente da logiche finanziarie. Insomma, “ti licenzio perché c’è l’algoritmo”, quando in realtà l’algoritmo non è ancora pronto per sostituirti.
Questa dinamica di “realismo tecnologico” ci vuole convincere che non ci sia alternativa, che l’automazione totale sia un destino ineluttabile. Ma la verità è che si tratta di una scelta politica ed economica. Stiamo delegando il senso del lavoro a stringhe di codice per massimizzare i margini di profitto, ignorando le conseguenze sociali sistemiche. Se non iniziamo a riconoscere queste “zone d’ombra” (come direbbero i gamer più accaniti, le void zone sotto i piedi), il futuro del lavoro sarà solo un grande ufficio vuoto e un’immensa solitudine collettiva.




