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OpenAI e il tradimento degli annunci: perché i ricercatori scappano mentre l’IA mette all’asta i nostri segreti

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Diciamo le cose come stanno: la maschera della “filantropia tecnologica” di OpenAI sta cadendo a pezzi, lasciando spazio al più classico dei modelli estrattivi. Appena due anni fa, Sam Altman liquidava l’idea di inserire pubblicità in ChatGPT come una “ultima spiaggia”. Oggi, con miliardi di dollari bruciati ogni trimestre, quella spiaggia è diventata il porto principale. Insomma, quando i conti non tornano, l’utente smette di essere il beneficiario e diventa, ancora una volta, la merce.

Il capolinea delle promesse: dal “last resort” al business as usual

L’annuncio ufficiale di OpenAI sull’integrazione degli annunci pubblicitari ha scatenato un terremoto interno. La notizia più rumorosa è l’addio di Zoë Hitzig, ricercatrice di punta, che ha affidato le sue dimissioni a un editoriale al vetriolo sul New York Times. Hitzig non usa giri di parole: il rischio è lo sfruttamento insidioso di un archivio di dati che non ha precedenti nella storia umana.

La mercificazione dell’intimità: i timori di Zoë Hitzig

In pratica, il punto sollevato da Hitzig è sistemico. Gli utenti si confidano con i chatbot come farebbero con un confessore o un terapeuta: parlano di paure mediche, crisi relazionali, dubbi esistenziali. Costruire un modello pubblicitario su questo archivio significa aprire la porta a una manipolazione psicologica di cui non comprendiamo nemmeno gli strumenti.

Diciamo che il paragone con Facebook sorge spontaneo. Anche Zuckerberg prometteva controllo e privacy, prima di trasformare la nostra vita sociale in un’asta permanente. Hitzig teme che, nonostante le rassicurazioni iniziali su annunci “chiaramente etichettati”, le iterazioni successive seguiranno la solita deriva del profitto ad ogni costo.

Dalla missione al bilancio: lo smantellamento dei team di sicurezza

Questa fuga non avviene nel vuoto. Arriva proprio mentre OpenAI decide di sciogliere il suo mission alignment team, nato per garantire che l’AGI (Intelligenza Artificiale Generale) portasse benefici all’umanità. Invece di vigilare, il leader del team Joshua Achiam è stato promosso a “chief futurist”. Insomma, meno etica e più marketing visionario.

Non è la prima defezione eccellente: abbiamo già visto Tom Cunningham lasciare l’azienda dopo aver espresso preoccupazioni sull’impatto economico negativo dell’IA, per non parlare del caos aziendale descritto dall’ex ingegnere Calvin French-Owen.

Una fuga di cervelli sistemica nella Silicon Valley

La situazione non è migliore per la concorrenza. Anche in Anthropic, il ricercatore Mrinank Sharma ha rassegnato le dimissioni con una lettera criptica sulla necessità che la saggezza umana cresca di pari passo con la capacità tecnologica. Persino xAI di Elon Musk sta perdendo metà dei suoi co-fondatori, mentre il suo chatbot Grok finisce nel mirino per la diffusione di materiale pedopornografico e deepfake.

La verità è che stiamo assistendo al crollo del “realismo” della Silicon Valley: l’idea che si potesse costruire un futuro radioso vendendo la nostra intimità all’asta. Se le menti più brillanti scappano, forse è perché hanno capito che il futuro che stanno costruendo somiglia più a un centro commerciale distopico che a un’utopia tecnologica.

OpenAI brucia miliardi, gli utenti non pagano e Google avanza. Analisi di una crisi che potrebbe trasformare il gigante dell’AI nel prossimo MySpace.

C’è un suono che inizia a farsi sentire nei corridoi della Silicon Valley, ed è quello assordante degli allarmi antincendio. In casa OpenAI, la festa sembra essere finita, o quantomeno la musica è cambiata drasticamente. Quello che fino a ieri sembrava un dominio incontrastato nel mondo dell’Intelligenza Artificiale si sta

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