Sam Altman e la spirale di OpenAI: tra pubblicità forzata e corporate panic

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Ricordate quando Sam Altman, nel 2024, giurava che OpenAI non avrebbe mai infilato pubblicità nei suoi chatbot? Definiva quella scelta come l’ultima spiaggia, un “last resort” per un’azienda che non sapeva più dove sbattere la testa. Beh, in pratica, quell’ultima spiaggia è diventata il bagnasciuga dove Sam sta cercando di non affogare.

Le promesse infrante del modello di business

A quanto pare, il miliardario dietro ChatGPT ha peccato di ottimismo. Pensava che la gente avrebbe continuato a sborsare 20 euro al mese senza battere ciglio, ma la crescita degli abbonati è in stallo e OpenAI continua a bruciare miliardi ogni trimestre. Insomma, i nodi stanno venendo al pettine. Con la concorrenza di Google e Anthropic che morde le caviglie, Altman ha dovuto dichiarare un “code red” interno: la pubblicità arriva davvero.

La spirale comunicativa di Sam Altman

Il momento più surreale, però, lo abbiamo vissuto su X (l’ex Twitter, per capirci). Anthropic ha lanciato degli spot durante il Super Bowl che, pur senza citare OpenAI, punzecchiano duramente la scelta di monetizzare tramite ads. La risposta di Altman? Un classico esempio di insicurezza aziendale mascherata da superiorità. Ha scritto che gli spot sono “divertenti”, che si è fatto una risata, per poi lanciarsi in un lungo sfogo accusando Anthropic di essere disonesta e autoritaria.

È la solita dinamica: quando ti senti con le spalle al muro, attacchi la “moralità” altrui. Sam è arrivato persino a definire “ricchi” gli utenti che pagano l’abbonamento a Claude (il chatbot di Anthropic), come se lui non fosse a capo di una delle entità più capitalizzate del pianeta. Una retorica che puzza di disperazione lontano un miglio.

Il realismo delle piattaforme e la fine dell’alternativa

Qui non si tratta solo di una lite tra CEO. Quello che vediamo è il riflesso di un sistema che non riesce a immaginare nulla al di fuori dell’estrazione di valore. Come direbbe qualcuno che conosciamo bene su questo blog, sembra quasi che sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine di un modello di business basato sulla pubblicità. In un mondo saturo di stimoli, l’IA sta diventando l’ennesima infrastruttura che, per sopravvivere, deve divorare l’attenzione dell’utente.

In un mio precedente post su www.dariodeleonardis.me, avevo già sottolineato come l’IA stia concentrando la ricchezza verso l’alto, sfruttando competenze nate dal basso per poi rivendercele impacchettate con un bel banner pubblicitario.

Tra abbonamenti elitari e pubblicità invasiva

Le prime bozze mostrate da OpenAI per l’integrazione pubblicitaria sono agghiaccianti: banner che occupano quasi metà dello schermo mobile. Gli utenti accetteranno questo peggioramento pur di non pagare il canone mensile? O scapperanno verso alternative come Gemini? La verità è che siamo intrappolati in una falsa scelta. Da una parte l’IA “per le masse” (ma degradata dalla pubblicità), dall’altra quella “per i ricchi” (senza ads, ma con barriere all’accesso).

I recenti errori tecnici ammessi dallo stesso Altman dimostrano che la corsa folle all’innovazione sta producendo modelli peggiori dei precedenti. Insomma, il guanto di sfida è lanciato, ma a rimetterci saremo noi utenti, schiacciati tra algoritmi nervosi e bilanci in rosso.

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