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Perplexity molla le pubblicità: la verità nell’IA non può essere uno spot (per ora)

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Diciamocelo chiaramente: nel mondo del tech, quando una società ammette di aver fatto una “cazzata” – o meglio, un errore di valutazione strategica – di solito è perché ha sentito il fiato sul collo degli utenti o degli investitori. In pratica, è quello che è successo a Perplexity. Mentre i giganti come Google e OpenAI sembrano pronti a svendere la nostra attenzione al miglior offerente, la startup di Aravind Srinivas ha deciso di fare marcia indietro totale sulle pubblicità. Insomma, hanno capito che se vendi “verità” e precisione, non puoi infilare un banner tra una fonte e l’altra senza distruggere quel briciolo di fiducia che ti rimane.

Il dietrofront di Perplexity: quando l’utente non è (solo) merce

Secondo quanto riportato dal Financial Times, Perplexity ha abbandonato definitivamente l’advertising. Dopo aver provato a integrare annunci nel 2024, la società ha realizzato che l’erosione della fiducia sarebbe stata fatale. Un dirigente ha ammesso, sotto anonimato, che se un utente inizia a dubitare dell’imparzialità di una risposta perché influenzata da uno sponsor, l’intero modello di business crolla. “Siamo nel business dell’accuratezza”, dicono. Una rarità, in un panorama dominato da quel realismo capitalista dove sembra che non ci sia alternativa allo sfruttamento selvaggio dei dati e dell’attenzione.

Claude contro tutti: la battaglia del Super Bowl e i nervi tesi di Altman

La miccia che ha fatto esplodere il caso è stata la pubblicità di Anthropic durante l’ultimo Super Bowl. Un messaggio diretto, quasi arrogante: “Le pubblicità arrivano nell’IA, ma non su Claude”. Questo affondo ha mandato Sam Altman in tilt, spingendolo ad accusare i concorrenti di doppiezza. Il problema è che Altman, solo due anni fa, definiva le pubblicità come “l’ultima spiaggia”. Ora, però, i conti di OpenAI sono in un buco nero così profondo che anche i principi etici più saldi iniziano a vacillare davanti alla necessità di fare cassa.

Il rischio manipolazione: perché le pubblicità nell’IA sono diverse

Non è solo una questione di fastidio visivo. Come ha scritto la ricercatrice Zoë Hitzig nel suo saggio di dimissioni sul New York Times, inserire ads dentro un chatbot non è come metterli su una pagina web. L’IA ha il potere di manipolare gli utenti in modi che non siamo ancora in grado di comprendere o prevenire. Immaginate di chiedere un consiglio medico o finanziario e ricevere una risposta “ottimizzata” per favorire lo sponsor di turno. È la fine del giornalismo, della ricerca e, in definitiva, della nostra autonomia cognitiva.

Oltre l’illusione: gli abbonamenti basteranno a fermare il capitale?

Per ora, Perplexity e Anthropic puntano tutto sugli abbonamenti (che vanno dai 20 ai 200 dollari al mese). Ma siamo onesti: basteranno a coprire i costi mostruosi di addestramento e gestione dei modelli? Non ne sono sicurissimo. La pressione degli investitori per una crescita infinita spinge sempre verso la mercificazione totale. Se Perplexity ha scelto di “zaggare” mentre OpenAI ha “ziggato” verso gli ads, è una scommessa sulla qualità contro la quantità. Se falliranno, il messaggio sarà devastante: nell’economia dell’IA, l’unica verità che conta è quella che si può fatturare. E noi, come sempre, saremo quelli che pagheranno il prezzo più alto in termini di disinformazione e sorveglianza.

Speriamo che questa mossa di Perplexity non sia solo una parentesi, ma l’inizio di una resistenza vera contro chi vuole trasformare anche il nostro pensiero in uno spazio pubblicitario. Trovate altri approfondimenti su come l’IA sta influenzando il lavoro e la società su dariodeleonardis.me.