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La grande sorpresa contabile: costa più l’IA degli umani
I conti non tornano, e la rivelazione ha del grottesco. Qui a Taranto lo scirocco ti entra nelle ossa e il solito dolore scapolare non mi dà tregua, ma a farmi venire i veri crampi allo stomaco, oggi, è l’assurdità dei bilanci della Silicon Valley che scorrono sul monitor. Abbiamo passato gli ultimi due anni a sentirci ripetere che l’automazione avrebbe tagliato i costi operativi, azzerato le spese per il personale e massimizzato i profitti. E invece, salta fuori che l’intelligenza artificiale sta costando enormemente di più della forza lavoro umana che è stata brutalmente licenziata per farle spazio.
Non è sarcasmo da bar, ma cruda matematica. A dirlo è Bryan Catanzaro, vicepresidente in Nvidia, che ha ammesso candidamente come il costo della pura potenza di calcolo stracci letteralmente quello dei dipendenti in carne ed ossa. Un recente studio del MIT certifica che nel 77% dei casi pagare un essere umano è ancora la scelta di gran lunga più economica. Eppure, le aziende hyperscaler si preparano a spendere 675 miliardi di dollari in infrastrutture IA entro la fine dell’anno, rincorrendo un miraggio. Come rivela un report del MIT NANDA, il 95% dei progetti pilota di intelligenza artificiale nelle aziende non ha prodotto alcun impatto misurabile sui profitti. Zero assoluto. Ad oggi, Uber è riuscita a polverizzare il suo budget annuale per l’IA in soli quattro mesi affidandosi a Claude Code, mentre in Nvidia stimano che dotare un singolo ingegnere di “token IA” porti il suo costo totale alla cifra folle di 750.000 dollari. E mentre i server bruciano capitali, diventa sempre più chiaro che l’IA non sta aumentando la produttività, e le aziende lo sanno benissimo.
Licenziamenti di massa per pagare la bolletta di Nvidia
Il paradosso è servito: per finanziare un software che costa troppo e non rende niente, si tagliano le uniche risorse che producevano valore. Contiamo oltre 150.000 licenziamenti nel tech solo in questi primi mesi del 2026. Una macelleria sociale. Oracle ha fatto fuori tra le 20.000 e le 30.000 persone con una mail all’alba, Amazon ha tagliato 16.000 ruoli aziendali per poi girare 25 miliardi ad Anthropic, e Meta ha silurato 8.000 dipendenti pur di alzare il budget per i server IA a 135 miliardi. L’obiettivo non era l’efficienza, ma compiacere Wall Street sfoggiando la parola magica: “Ristrutturazione IA”.
È il trionfo del realismo capitalista di cui parlava Mark Fisher. Ci hanno convinto che distruggere il tessuto sociale per inseguire una chimera automatizzata sia un processo naturale e inevitabile. Il problema è che il trucco contabile è durato poco: l’inflazione nel settore SaaS galoppa a due cifre, Microsoft rincara Copilot del 70%, i costi energetici esplodono e noi tutti subiamo le conseguenze di questa grande abbuffata del debito che minaccia di far deragliare l’economia.
Oltre al danno, la beffa: i fallimenti automatizzati
Il capolavoro di questa idiozia corporativa si raggiunge quando le aziende, dopo aver speso fortune in token e aver licenziato il personale, si accorgono che la macchina non sa fare il lavoro. Prendiamo Klarna. L’azienda aveva licenziato 700 operatori del servizio clienti affidando tutto a un bot. Il tracollo qualitativo è stato così imbarazzante da costringere il CEO a fare una clamorosa marcia indietro ammettendo di essersi spinti troppo oltre. Oggi, per salvare i clienti in fuga, stanno disperatamente riassumendo esseri umani.
E la lista è lunga. McDonald’s ha dovuto cestinare un progetto pluriennale con IBM perché i drive-thru automatizzati andavano regolarmente in tilt, mischiando accenti, rumori di fondo e proponendo assurde guarnizioni di bacon sul gelato. Le conseguenze sociali e salariali di questo cortocircuito sono allarmanti, con un chiaro monito su IA e disuguaglianza: l’avvertimento di Robert Reich sulla settimana breve che taglierà i salari ai più poveri. Ai vertici il panico è reale: Satya Nadella ha paura: l’IA è una bolla, se non la usate come dice lui. E non mancano voci autorevoli a certificare che l’IA sta per colpire un muro e il crash finanziario sarà spettacolare.
La fabbrica delle illusioni e la psicosi collettiva
Come si nasconde un disastro del genere agli azionisti? Con l’hype estremo. La Silicon Valley applica alla lettera il metodo Elon Musk: quando il prodotto attuale fa acqua e i conti sono in rosso, prometti miracoli futuristici per dopare il titolo in borsa. Lo schema si ripete identico con l’intelligenza artificiale generativa.
Pur di tenere in piedi il teatrino, aziende come Anthropic lanciano esche filosofiche grottesche. Claude è cosciente? Questa è solo una trappola metafisica per salvare la bolla dell’IA. Nel frattempo, il costo umano di questi esperimenti sfugge di mano. Iniziamo ad assistere a una vera e propria epidemia di psicosi da IA, dove i chatbot distorcono la realtà degli utenti più fragili. Il livello di guardia è stato superato al punto che colossi come OpenAI si sono trovati costretti a ritirare in fretta e furia GPT-4o dopo le accuse di aver causato psicosi e gesti estremi.
La narrazione tossica e il collasso della logica
Di fronte a questo scenario di follia manageriale, il giornalismo dovrebbe azzannare le caviglie del potere. Invece, la stampa mainstream ha fatto da ufficio stampa alle multinazionali, ripetendo a pappagallo la storiella dell’IA che ci avrebbe “liberato dal lavoro”, omettendo di dire che ci avrebbe liberato dal salario per ingrassare i produttori di chip.
Abbiamo creato un sistema che licenzia una persona da 30.000 dollari l’anno per rimpiazzarla con un software che consuma acqua come una città, richiede infrastrutture multimiliardarie, sbaglia le ordinazioni e costa il quadruplo in manutenzione e potenza di calcolo. Il capitale sta letteralmente cannibalizzando se stesso sull’altare di un’efficienza algoritmica che si è rivelata una truffa matematica.
La domanda è: fino a quando Wall Street fingerà di non vedere che il Re è nudo, e soprattutto, chi pagherà il conto quando staccheranno la spina ai server?




