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Diciamo che l’era del “fare” sta tramontando per lasciare spazio all’era del “guardare qualcuno – o qualcosa – che fa al posto tuo”. In pratica, le grandi aziende tech ci hanno promesso che gli agenti IA si sarebbero occupati delle incombenze noiose: fare la spesa, prenotare voli, gestire le mail. Ma la verità è che l’automazione sta invadendo l’unico spazio che pensavamo al sicuro: il nostro tempo libero. Insomma, se siete stanchi di quel boss troppo difficile in un videogioco, Sony ha la soluzione: far giocare la macchina.
Il punto è che stiamo assistendo alla definitiva mercificazione dell’esperienza. Non conta più il processo, la sfida o l’apprendimento, ma solo il raggiungimento del risultato finale, possibilmente nel minor tempo possibile e con il minimo sforzo cognitivo. È l’ennesima applicazione di quel modello che preferisce lo “slop” algoritmico alla creatività umana, un tema che ho già affrontato parlando della distorsione della percezione sociale mediata dalle piattaforme.
Ghost Player: l’ia che gioca al posto tuo
Sony ha recentemente depositato un brevetto per quello che chiama “Ghost Player”. In pratica, si tratta di un’intelligenza artificiale integrata nella PlayStation capace di prendere il controllo del tuo personaggio se rimani bloccato in un punto difficile. Il sistema prevede due modalità: una “Guide Mode”, che si limita a mostrarti la strada corretta tramite un ologramma o un video, e una “Complete Mode”, decisamente più radicale, dove l’IA assume il comando totale del controller e risolve il problema per te.
Questa deriva si inserisce perfettamente nella narrazione dell’innovazione salvifica che però, grattando sotto la superficie, nasconde un vuoto pneumatico. Come spiego nell’analisi su perché certi miti industriali sono spesso costruiti sul nulla, l’idea è sempre quella di vendere una comodità che in realtà atrofizza le capacità dell’utente, rendendolo un consumatore passivo di contenuti pre-masticati.
Accessibilità o resa incondizionata?
Certo, l’industria si difende parlando di accessibilità. Molti titoli moderni permettono già di saltare sezioni o abbassare la difficoltà, il che è un bene per chi ha disabilità motorie o cognitive. Ma qui siamo oltre. Se Microsoft ha lanciato “Copilot for Gaming” come un assistente vocale che ti dà consigli, la visione di Sony è quella della sostituzione totale.
Dobbiamo chiederci: che senso ha “giocare” se eliminiamo l’attrito? Il videogioco, per sua natura, è un’interazione basata sul superamento di un ostacolo. Se automatizziamo la vittoria, trasformiamo il videogioco in un film di serie B dove siamo solo spettatori paganti. È la vittoria definitiva del AI slop nel gaming: contenuti che esistono solo per saturare il tempo, senza lasciare alcuna traccia nell’esperienza dell’individuo.
Il gaming nel realismo capitalista: consumare senza partecipare
Insomma, questa mossa di Sony non è un caso isolato. Riflette una stanchezza sistemica. Siamo così esausti dal lavoro e dalle dinamiche sociali che persino giocare diventa una fatica da delegare. È il paradosso massimo: lavoriamo per guadagnare i soldi per comprare un gioco, ma siamo troppo stanchi per giocarci, quindi paghiamo una licenza per un’IA che lo finisca al posto nostro.
In questo scenario, il mandato sociale del giornalismo critico deve essere quello di sollevare il velo su queste “comodità”. Non si tratta solo di intrattenimento, ma di come la tecnologia stia concentrando il potere decisionale e l’agency nelle mani degli algoritmi proprietari. Se non riusciamo più a immaginare un pomeriggio di svago che non sia mediato da un’automazione aziendale, forse è il caso di chiederci quanto siamo ancora davvero liberi di scegliere come divertirci.


