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Woke: la parola magica che trasforma l’indignazione in click (e profitti)

In questo articolo

 


 

Il dibattito pubblico, in Italia e non solo, sembra ormai intrappolato in una spirale di acronimi e neologismi: “woke”, “cancel culture”, “politicamente corretto. Termini sventolati come stendardi in una presunta “guerra culturale” che, a ben guardare, assomiglia più a una colossale operazione di marketing dell’indignazione. Lungi dall’essere un confronto genuino su istanze di giustizia sociale, la “lotta al woke” si è trasformata in un generatore seriale di click, un motore instancabile di panico morale che alimenta media, opinionisti e politici. Questa strategia comunicativa, che privilegia il coinvolgimento emotivo immediato a scapito di una cronaca ponderata, è diventata un marchio di fabbrica per certa stampa.

Ma cosa si nasconde davvero dietro questa cortina fumogena? Come è possibile che un termine nato per indicare consapevolezza sia diventato uno spauracchio?. E, soprattutto, chi ci guadagna da questa perenne polemica? Questo articolo si propone di smascherare il meccanismo, mostrando come la crociata anti-woke sia, in fin dei conti, il nuovo, redditizio, clickbait del nostro tempo, con un focus particolare su come certa stampa italiana, da La Verità a Il Foglio, passando per firme come Federico Rampini sul Corriere della Sera, utilizzi queste strategie per catturare l’attenzione e l’indignazione dei lettori, definendo un “nemico” culturale contro cui mobilitare il proprio pubblico.

“Woke”: breve storia di una parola-chiave contesa

Per capire l’operazione, bisogna partire dalle origini. “Woke” deriva dall’African-American Vernacular English (AAVE), dove significa “sveglio”, “consapevole”. Nato per indicare la vigilanza contro le ingiustizie sociali e razziali, ha subito una profonda trasformazione. La sua accezione negativa, oggi dominante in certi circuiti, si è diffusa in Europa, Italia inclusa, dove viene impiegato per stigmatizzare un ampio spettro di posizioni progressiste. Viene spesso descritto come un’ideologia onnicomprensiva e negativa, un’importazione statunitense incompatibile con i valori tradizionali, una “tirannia delle minoranze” o, come vedremo, persino collegato a fenomeni come l’antisemitismo e un pensiero “antioccidentale”. La sua associazione con concetti come “decostruzione”, “postcolonialismo” e intersezionalità ne fa un bersaglio ideale per chi combatte ideologie percepite come minacciose.

Questa precisa strategia di guerra culturale decontestualizza e svuota il termine del suo significato originario. Ignorare le radici legate alla giustizia sociale permette di trasformarlo in un significante vuoto, facilmente caricabile di connotazioni negative. Se un termine viene definito a priori come un “pericolo”, si elude ogni necessità di comprensione sfumata, predisponendo il pubblico all’indignazione. È una battaglia per il controllo del significato, e quindi della percezione pubblica.

Immagine rappresentativa del concetto 'Woke'

La macchina del panico morale: “cancel culture” come esca

La demonizzazione del “woke” è il carburante del panico morale, quel processo in cui un gruppo viene etichettato come minaccia per i valori della società. Al centro di questo panico, c’è la cancel culture. Nata anch’essa nel gergo AAVE e di Black Twitter come forma di *accountability* comunitaria, è stata trasformata in una forza censoria onnipresente. Viene definita come un fenomeno di ostracismo e boicottaggio, un’ “escrescenza” del “woke”, una minaccia alla libertà di espressione e una “guerra contro la Storia”.

La copertura mediatica italiana, come rilevato da analisi accademiche, tende a inquadrarla come un “assalto alla libertà di espressione”, generando un “clima di paura”, disagio e tensione. Eppure, la realtà delle élite “incancellabili” – da J.K. Rowling a Joe Rogan – dimostra quanto la minaccia sia spesso esagerata. La “cancel culture” diventa uno spauracchio agitato ad arte per dipingere la sinistra come intollerante. Questo panico non è spontaneo: è coltivato e amplificato perché genera attenzione, click, engagement. È un “oggetto di discorso” intrinsecamente redditizio, un capro espiatorio che distoglie dalle vere cause della polarizzazione.

 

Il “Woke” all’italiana: anatomia del clickbait anti-woke

Ed eccoci al cuore del problema in Italia. L’outrage marketing e il clickbait hanno trovato nel “woke” un filone d’oro. Le testate di destra esaminate impiegano costantemente un arsenale di tecniche per trasformare questioni complesse in carburante per l’indignazione. Tra queste spiccano:

  • Titoli Sensazionalistici/Alarmistici: Uso di parole come “pericolo”, “distrugge”, “minaccia”, “follia”, “delirio”.
  • Linguaggio Carico/Emotivo: Termini come “tirannia”, “fanatismo”, “luridi”, “isteria” per evocare reazioni immediate.
  • Demonizzazione/Creazione dell'”Altro”: Rappresentare il “woke” come un “nemico”, un’orda barbarica (“orde iconoclaste”).
  • Creazione di Panico Morale: Esagerare incidenti per suggerire una minaccia diffusa, come la presunta “cancellazione del Natale”.
  • Argomentazioni Fantoccio (Straw Man): Travisare le posizioni “woke” per renderle più facili da attaccare.
  • Generalizzazioni e Prove Aneddotiche: Usare casi isolati (come l’italiana a NY che deve “scusarsi di essere bianca”) come prova universale.
  • Polarizzazione (Noi vs. Loro): Inquadrare tutto come un conflitto binario tra “noi” (i coraggiosi) e “loro” (i conformisti).
  • Appelli alla Paura: Instillare timore di collasso sociale o perdita di identità.
  • China Scivolosa (Slippery Slope): Presentare piccole concessioni come l’inizio di una catastrofe (“religione laica con relativa sharia”).

Queste tecniche non sono casuali, ma mirano a plasmare la percezione pubblica, bypassando il ragionamento critico e appellandosi direttamente alle emozioni. Vediamo alcuni esempi concreti di come queste strategie vengono messe in atto.

Tabella: Tecniche di Clickbait e Outrage Marketing

TecnicaDescrizioneEsempioAnalisi dell’Esempio
Titolo AllarmisticoUso di linguaggio esagerato che induce paura o urgenza.“Perché la cultura woke è un pericolo per la civiltà occidentale”Definisce la “cultura woke” come una minaccia esistenziale, generando allarme.
Titolo AllarmisticoUso di linguaggio esagerato che induce paura o urgenza.“Quel politicamente corretto che annienta le donne”Affermazione estrema (“annienta”) che mira a suscitare indignazione e paura per un gruppo specifico.
Titolo AllarmisticoUso di linguaggio esagerato che induce paura o urgenza.“Rizzo e Vannacci ‘duettano’ contro il politicamente corretto: ‘Distrugge l’Occidente'”L’uso di “distrugge l’Occidente” è un’iperbole che evoca un senso di catastrofe imminente.
Linguaggio Carico/EmotivoImpiego di parole con forti connotazioni per suscitare una risposta emotiva immediata.“Il fanatismo occidentale uccide l’Occidente” (riferito al politicamente corretto da Andrea Zhok)“Fanatismo” e “uccide” sono termini estremi che demonizzano e suscitano repulsione.
Linguaggio Carico/EmotivoImpiego di parole con forti connotazioni per suscitare una risposta emotiva immediata.“Cerno: quei luridi del politically correct”“Luridi” è un insulto grave che mira a disumanizzare e a provocare disgusto.
Linguaggio Carico/EmotivoImpiego di parole con forti connotazioni per suscitare una risposta emotiva immediata.“Anche su Peter Pan si abbatte l’isteria della ‘cancel culture'”“Isteria” dipinge i sostenitori della “cancel culture” come irrazionali ed eccessivi.
Demonizzazione/OtheringRappresentare un gruppo o un’idea come intrinsecamente malvagio, alieno o minaccioso.“Ma le orde iconoclaste che oggi assediano la cittadella della cultura in Occidente non hanno alcuna reale prospettiva”“Orde iconoclaste” evoca immagini di barbarie e distruzione, demonizzando i presunti attori della “cancel culture”.
Demonizzazione/OtheringRappresentare un gruppo o un’idea come intrinsecamente malvagio, alieno o minaccioso.“Quelli che hanno lanciato il politicamente corretto sono gli ex marxisti.”Associa il politicamente corretto al marxismo, un “altro” storicamente demonizzato in certi contesti, per screditarlo.
Creazione di Panico MoraleEsagerare o distorcere eventi per creare la percezione di una minaccia diffusa ai valori morali.“L’UE vuole cancellare la parola Natale e il nome Maria” (notizia diffusa da Il Giornale)Notizia falsa o grossolanamente esagerata presentata come un attacco a simboli religiosi fondamentali, intesa a generare panico e indignazione di massa.
Creazione di Panico MoraleEsagerare o distorcere eventi per creare la percezione di una minaccia diffusa ai valori morali.“Bandito Peter Pan dalla biblioteca di Toronto. ‘È offensivo’. La follia del politicamente corretto colpisce ancora”Presenta una richiesta di rimozione (peraltro esigua e spesso non accolta) come un “bando” e “follia”, esagerando la portata del fenomeno.
Generalizzazione/AneddotiUtilizzare casi isolati o aneddoti come prova di una tendenza generale o universale.“L’italiana da 15 anni a New York: «La cultura woke mi costringe a scusarmi di essere bianca»”L’esperienza di una singola persona viene presentata come rappresentativa dell’intera “cultura woke” e delle sue presunte conseguenze.
Polarizzazione (Noi vs Loro)Inquadrare le questioni come un conflitto irriducibile tra due gruppi contrapposti.“Occorre che [il libro di Cruciani] superi i saggi dei pensosi intellettuali che vendono brodini di conformismo.”Crea una dicotomia tra i “coraggiosi” anticonformisti (Noi) e gli “intellettuali conformisti” (Loro).
Appello alla PauraInstillare timore riguardo a presunte conseguenze negative per la società, i valori o la libertà.“La paura di essere giudicati o ‘cancellati’ crea un clima di tensione che ostacola il dialogo.”Sottolinea la paura come conseguenza diretta della “cultura woke”, inducendo timore per la libertà di espressione.

Il Giornale: Tradizione, Vittimismo e “Virus”

Il Giornale si posiziona come difensore dei valori assediati. Utilizza un linguaggio forte e fa leva su figure autorevoli, come quando titola “Papa Francesco contro la cancel culture: ‘Non tollera differenze, porta avanti ideologie che dividono'”, conferendo un peso autorevole alla critica e presentando la posizione del Pontefice come una condanna inequivocabile. Non esita a usare un linguaggio vittimizzante (“Quel politicamente corretto che annienta le donne”), collegando strumentalmente la festa della donna e un’atleta transgender per suggerire una minaccia all’identità femminile tradizionale. Promuove narrazioni polarizzanti, come nel sostegno al libro di Giuseppe Cruciani (definito da Nicola Porro come baluardo contro i “saggi dei pensosi intellettuali che vendono brodini di conformismo”) e al suo libro che denuncia il “virus del politicamente corretto”. La testata ha anche diffuso notizie esagerate o false, come quella sulla “cancellazione del Natale” da parte dell’UE, etichettandola come “l’ennesimo caso di cancel culture”, e amplificato casi come quello di Grease (“Misogino e razzista”) o Platinette (“gli etero i veri discriminati”), usando l’inversione del vittimismo. La strategia è chiara: presentare il “woke” come un “virus” che attacca elementi sacri (donne, religione, tradizione), generando un’indignazione morale e una mobilitazione difensiva, posizionandosi come difensore del “buon senso” contro un assalto di forze “annientatrici”.

Dove andremo a finire signora mia: la legge è woke

La Verità: Fanatismo, Cospirazione e “Paccottiglia Globaloide”

La Verità adotta toni apocalittici, dando voce a figure come Andrea Zhok che definisce il politicamente corretto “fanatismo occidentale” che “uccide l’Occidente” e mira a lasciare solo “rapporti contrattuali”, suggerendo uno smantellamento sociale deliberato. La testata, spesso tramite firme come Francesco Borgonovo, eccelle nel sensazionalizzare incidenti isolati (la rimozione di un ritratto di Elon Musk, un “divo trans” che “casca sull’islamofobia”, o l’affermazione che “per i progressisti studiare le nostre origini significa minacciare l’integrazione”) presentandoli come prova di uno “spettro della cancel culture” che “attecchisce con forza”. Utilizza un linguaggio sprezzante (“paccottiglia globaloide”) e allarga la minaccia a ogni ambito, persino al calcio (“La «cancel culture» del calcio uccide il Milan”, titolo associato al direttore Maurizio Belpietro). Questa “catastrofizzazione”, spesso ammantata di una patina intellettualizzata che presenta la posizione anti-“woke” come fondata su una profonda comprensione del declino culturale, serve a creare un senso di urgenza, a presentare una china scivolosa verso la distruzione, e a giustificare una opposizione totale.

Il Foglio: “Pericolo”, “Fanatismo” e “Sharia Woke”

Il Foglio inquadra la cultura woke come un “pericolo per la civiltà occidentale”, un “fanatismo” (“Scorrettissimo Facci. L’antologia del fanatismo woke dei nostri tempi”) che si infiltra “persino dentro la Chiesa”. Ricorre a metafore estreme, paragonando il “woke” a “stregoneria” (Giulio Meotti su Scientific American che “pubblica articoli pieni di stregoneria”), “inquisizioni” (Pierluigi Battista che parla di “due inquisizioni d’America”) o persino a una “sharia” (nel dibattito sul libro di Luca Ricolfi, “Il follemente corretto vincerà o abbiamo gli anticorpi?”). Questo linguaggio non è casuale: associa il “woke” a mali storici e irrazionalità, delegittimandolo a priori. Presentando la posta in gioco come nientemeno che la sopravvivenza della civiltà occidentale e dei suoi valori illuministi, Il Foglio fomenta una mentalità d’assedio tra i suoi lettori, rendendo il dialogo quasi impossibile e posizionando la critica come una sofisticata difesa culturale contro una forza malevola, quasi apocalittica.

Giulio Meotti negli USA è noto anche come known plagiarist

 

Il Tempo: Indignazione Cruda e Linguaggio Sprezzante

Il Tempo punta a un’indignazione più viscerale, utilizzando un linguaggio crudo, volgare e offensivo. Titoli come “Sanremo, Porro e Cruciani scatenati: ‘Ghali de sta c…’, fine del delirio woke” o articoli di Tommaso Cerno che definiscono “luridi” i sostenitori del politicamente corretto (“Ci hanno fracassato le sfere…”) bypassano ogni argomentazione per attingere direttamente alla rabbia e al disprezzo. Cita Rizzo e Vannacci che evocano il tropo del “marxismo culturale” come motore del politicamente corretto, intento a “distruggere l’Occidente”, e dipinge iniziative come i “semafori inclusivi a Vienna” come “trovate woke” che mandano “in tilt” figure come Giuseppe Cruciani. Questo approccio aggressivo e anti-intellettuale normalizza l’insulto, contribuisce a un imbarbarimento del dibattito pubblico e rende impossibile vedere gli avversari come interlocutori legittimi, mirando a una reazione emotiva immediata e meno mediata cognitivamente.

L’Arte della Semplificazione: il Caso Rampini

Federico Rampini, dal suo pulpito sul Corriere della Sera, svolge un ruolo cruciale: conferisce legittimità mainstream al discorso anti-“woke”. Con il suo “allarmismo sofisticato”, porta queste narrazioni a un pubblico più ampio. La sua tesi del “Suicidio occidentale”, titolo di un suo noto libro, dipinge il “woke” come un tradimento interno, una “pazzia iconoclasta” che nasce nelle università, focolai di pensiero “antioccidentale” e antisemitismo, dove si insegna una “ridicola caricatura” della storia e si costringerebbero gli studenti a “scusarsi di essere bianchi”.

Tuttavia, un’analisi critica delle sue affermazioni, come emerge dal mio precedente pezzo “Debunking Rampini“, rivela un modello costante di ipersemplificazioni, prove selettive e interpretazioni errate.

  • Il presunto “calo delle iscrizioni” alla Ivy League, attribuito a “dottrine radicali”, è smentito dai dati ufficiali (ad esempio, l’Office of Institutional Research and Analytics di Harvard mostra tassi di immatricolazione record, con l’83,6% di yield per la Classe del 2028; Brown accoglie 1.725 matricole per il 2028, in linea con gli anni precedenti; Princeton immatricola 1.411 studenti per il 2028, stabile rispetto al passato). Rampini confonde oscillazioni nelle domande (spesso dovute a fattori tecnici come il ritorno dei test standardizzati) con un collasso inesistente, ignorando i bassissimi tassi di accettazione (Harvard 3,6%, Yale 3,7% per il 2028) che indicano un’attrattiva duratura.
  • La “fuga verso Sud” degli studenti non è primariamente “anti-woke”, ma guidata da fattori concreti come costi inferiori, qualità della vita (clima, sport), programmi accademici solidi (es. Georgia Tech in STEM), opportunità lavorative nelle economie in crescita e cambiamenti demografici, come confermano diverse analisi di mercato. Attribuire tutto a una “dittatura ideologica” è una grossolana semplificazione.
  • Le proteste pro-Palestina non sono “scomparse”: dati di Palestine Legal mostrano un aumento del 55% delle richieste di supporto legale nel 2024 rispetto al 2023 e un +600% rispetto al 2022, con due terzi provenienti da contesti universitari. Nella primavera 2024 ci sono stati oltre 3100 arresti in 60 università, incluso il City College (CCNY) che Rampini cita aneddoticamente come apatico, nonostante proprio al CCNY si siano verificati accampamenti e una forte risposta della polizia. Le università stesse, inoltre, hanno rafforzato le restrizioni sulle proteste per l’autunno 2024 e il 2025.
  • DEI ed ESG non stanno vivendo uno “smantellamento” silenzioso, ma una “ricalibrazione” complessa, influenzata da pressioni politiche (leggi anti-DEI) ed economiche, e da critiche interne (spesso da minoranze stesse, come quelle nere che lamentano scarsi progressi o quelle asiatiche che diffidano del performativo) che ne contestano l’efficacia o l’implementazione, non necessariamente gli obiettivi. Aziende come Microsoft e JPMorgan Chase hanno riaffermato i loro impegni.
  • La sua interpretazione di Musa al-Gharbi (autore di “We Have Never Been Woke”) sembra travisare l’analisi di classe dei “capitalisti simbolici” (professionisti istruiti che usano la retorica della giustizia sociale per avanzare il proprio status) e attribuirgli erroneamente, senza prove apparenti nelle fonti disponibili, una specifica “purga del linguaggio” nel 2011. Al-Gharbi si concentra sul “Great Awokening” della fine degli anni 2010. Ironia della sorte, la descrizione dei “capitalisti simbolici” potrebbe applicarsi a chi, come Rampini, crea narrazioni per il proprio pubblico privilegiando la retorica rispetto all’analisi rigorosa.
  • Anche le sue incursioni sull’energia, pur cogliendo la realtà della dominanza cinese nell’elettrico e le sfide della transizione, usano narrazioni obsolete (“auto elettrica molto meno pulita di quanto si crede” – affermazione smentita da studi sul ciclo di vita che mostrano emissioni inferiori del 60-68% negli USA per i BEV) per sostenere la sua tesi anti-progressista.

Rampini, in sostanza, sembra praticare quella “narrazione che prevale sull’evidenza” che è il marchio di fabbrica del giornalismo clickbait, usando la sua autorevolezza (ma poi guadagnata come esattamente?) per dare un’aura di “verità” a tesi spesso fattualmente deboli.

Se commentassi questo verrei tacciato di abilismo e ageismo e dovrei chiedergli come mai improvvisamente il politicamente scorretto non gli piace più

Cortine fumogene: la vera censura nascosta dal dibattito

Mentre la stampa si infiamma sulla “cancel culture woke” (che non è mai esistita davvero), c’è una censura ben più reale e istituzionale, spesso di matrice conservatrice, agisce indisturbata. Negli Stati Uniti, assistiamo a ondate di bandi di libri nelle scuole, che colpiscono sproporzionatamente temi LGBTQ+ e razziali. Leggi come la “Stop WOKE Act” in Florida limitano ciò che si può insegnare. Di fronte a questa realtà, l’enfasi sulla “cancel culture” progressista appare come una cortina fumogena, uno strumento per deviare l’attenzione e creare una falsa equivalenza. Si mette sullo stesso piano la pressione sociale online e la censura esercitata con leggi e potere. Il risultato? Un pericoloso abbassamento della soglia di tolleranza verso la censura vera, quella che colpisce dall’alto.

Conclusione: oltre l’indignazione a comando

È chiaro: la “lotta al woke” è diventata il nuovo Eldorado del clickbait, soprattutto in Italia. Una strategia che sfrutta paure e pregiudizi per generare engagement, a scapito della qualità del dibattito pubblico. Testate come Il Giornale, La Verità, Il Foglio, Il Tempo, e firme come Rampini, pur con stili diversi, partecipano a questo gioco, costruendo un “nemico” e alimentando una polarizzazione che avvantaggia agende politiche specifiche e oscura problemi reali. Questo tipo di copertura mediatica contribuisce a creare un ambiente politico in cui l’indignazione performativa mette in ombra il dibattito sostanziale, e l'”anti-wokismo” diventa un pilastro ideologico e un brand politico per la destra italiana, distogliendo attenzione da sfide più complesse.

Le conseguenze sono serie: un’informazione inquinata, una democrazia impoverita e la normalizzazione della censura. Per uscire da questa trappola, serve una “meta-consapevolezza”: la capacità di leggere oltre i titoli urlati, di riconoscere le strategie e gli interessi, di verificare i fatti prima di condividere l’indignazione. È un appello alla responsabilità, sia di chi produce informazione sia di chi la consuma. Bisogna rifiutare le semplificazioni e investire in un dibattito autentico e complesso. Perché una società che si nutre di panico morale e clickbait è una società che rinuncia a pensare.

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