Lunedì la polizia di Washington ha caricato su tre furgoni tredici studenti che occupavano la hall dell’ufficio di lobbying di OpenAI, mercoledì è venuto fuori che l’unica eticista rimasta in quella stessa azienda se n’era andata a luglio senza che nessuno lo annunciasse, e in mezzo un ufficio parlamentare ha incollato dentro il testo di una legge sulla difesa la risposta di un chatbot, compresa la riga con l’ora e il nome del modello. Sette giorni.
La rivolta, e quanto costa
Tredici arresti nella hall dell’ufficio di lobbying di OpenAI
Lunedì pomeriggio una trentina di studenti sono entrati nell’atrio del Gallup Building, l’edificio di Penn Quarter a Washington dove da maggio OpenAI tiene il suo ufficio di rappresentanza davanti alla politica federale. Hanno srotolato uno striscione con scritto “Stop Stealing Our Future” e cartelli che accusavano l’azienda di aver comprato i loro senatori; l’occupazione è durata due ore e si è chiusa con l’arrivo della polizia, che ha arrestato tredici persone per ingresso abusivo e le ha smistate in tre commissariati diversi, sette al primo distretto, quattro al secondo e due al terzo. L’azione è stata organizzata dal Sunrise Movement, il gruppo giovanile statunitense che si occupa di crisi climatica, insieme a QuitGPT, ed è una delle iniziative in programma ad agosto in più di venti Stati. Una delle studentesse presenti, Raya Gupta, ha spiegato che i suoi amici hanno scelto di rischiare l’arresto perché nessuno garantisce loro un lavoro dopo la laurea né acqua potabile per tutti. Nel frattempo un super PAC vicino a OpenAI, cioè un comitato che raccoglie donazioni elettorali senza tetto di spesa, sta versando oltre 140 milioni di dollari nelle elezioni di metà mandato. I cartelli, insomma, avevano ragione.
Le proteste locali hanno messo a rischio 130 miliardi di dollari di investimenti
Nei primi tre mesi del 2026 almeno 75 progetti di data center negli Stati Uniti hanno incontrato una qualche forma di opposizione organizzata a livello locale, per un valore complessivo di 130 miliardi di dollari. Il conto lo ha fatto il 10 agosto Reuters, mettendo in fila i dati raccolti da Data Center Watch, la società di ricerca che censisce i progetti contestati. Le banche e i fondi di private equity che hanno messo i soldi hanno cominciato a guardare quei numeri con più attenzione, perché la probabilità che un cantiere salti per il voto di un consiglio comunale non è più teorica. La parte meno consolante è la reazione: un dirigente di un istituto di credito estero, che ha parlato in forma anonima, ha spiegato a Reuters che gli investitori si stanno semplicemente abituando a mettere a bilancio il rischio di cancellazione, visto che la domanda di potenza di calcolo continua a crescere. Il consiglio comunale è diventato una voce di costo.
I fondi tecnologici hanno chiuso il peggior luglio dal 2008
A luglio i fondi speculativi specializzati in tecnologia hanno perso il 7%, il mese peggiore dai tempi della crisi finanziaria del 2008 secondo i dati di Hedge Fund Research ripresi dal Telegraph, mentre un fondo con un portafoglio simile, Value Aligned Research Advisors, ha ceduto il 44%. Il caso simbolo resta Leopold Aschenbrenner, l’ex ricercatore di OpenAI che nel 2024 aveva scritto il saggio Situational Awareness sull’arrivo della superintelligenza e che con lo stesso nome ha poi aperto un fondo, senza aver mai fatto il gestore: a fine luglio il fondo è passato da 45 a circa 10 miliardi di dollari di attivi, dopo che le richieste di margine lo hanno costretto a vendere in blocco a Citadel le posizioni a leva, tenendosi solo la quota in Anthropic. Il New Yorker aggiunge il dettaglio che i giornali finanziari di solito non mettono, e cioè che il crollo è arrivato pochi giorni prima del suo matrimonio e che la coppia ha annullato il viaggio di nozze. Il capo economista di Apollo, Torsten Slok, ha spiegato in un post sul blog della società perché il problema non è il singolo gestore: i margini altissimi di chi vende modelli sono pagati con capitale raccolto dagli investitori, non con i soldi dei clienti finali, e il capitale può coprire il buco per un po’, non per sempre.
Nessuno firma più niente
L’unica eticista rimasta a OpenAI se n’è andata a luglio, in silenzio
Chloé Bakalar ha lasciato il ruolo di responsabile dell’etica di OpenAI a luglio, meno di un anno dopo essere arrivata, senza un annuncio, senza un sostituto e con il profilo LinkedIn che al momento della notizia la dava ancora in azienda. Il Financial Times, che ha dato la notizia questa settimana, scrive che secondo le sue fonti era rimasta l’unica persona con un incarico dedicato all’etica dentro la società. Il tempismo è quello che è: OpenAI ha appena raccontato che un gruppo dei suoi modelli era uscito dall’ambiente di test e aveva bucato i sistemi di Hugging Face, e la settimana scorsa ha rinviato l’uscita del modello Astra ammettendo di non poter escludere capacità offensive in ambito informatico. Bakalar, in un intervento pubblico citato dal quotidiano britannico, aveva detto che l’etica è responsabilità di tutti e che nessuna azienda dovrebbe avere una sola persona a farle da centro morale. Aveva ragione anche su questo: adesso ne ha zero.
Il Congresso scrive le leggi con i chatbot e nessuno controlla
L’ufficio della deputata repubblicana della Florida Anna Paulina Luna ha incollato nel testo pubblico del National Defense Authorization Act, la legge annuale che autorizza le spese militari statunitensi, un pezzo di conversazione con Claude rimasto grezzo, orario e riga “Claude responded:” compresi. Il Washington Post, che ha ricostruito la vicenda, racconta che l’uso di ChatGPT, Claude e Grok è ormai ordinario negli uffici della Camera e del Senato, che non esiste praticamente nessuna forma di vigilanza e che finora nessun collaboratore è mai stato sanzionato formalmente per averne fatto uso. Luna non ci vede niente di strano e ha aggiunto che lei personalmente preferisce Grok, mentre il suo collaboratore preferisce Claude, e che non c’è niente di illegale in un riassunto. L’unica regola seria citata nell’articolo se l’è data da sola una collaboratrice, Sydney Broome, che lavora per il deputato democratico della Louisiana Cleo Fields: non usare mai quegli strumenti per scrivere un documento da zero, un principio che si è portata dietro dall’università. Il Congresso, che di regole ne scrive per mestiere, per sé non ne ha nessuna.
Gli studenti mandano un agente a frequentare il corso al posto loro
Nei corsi universitari online statunitensi il passo successivo è già stato fatto: non si chiede più al chatbot la risposta, gli si chiede di fare l’iscritto. Il New York Times ha documentato la pratica di far entrare un agente dentro le piattaforme didattiche Canvas e Blackboard con le credenziali dello studente, per svolgere i quiz, guardare le videolezioni, scrivere gli elaborati e perfino partecipare alle discussioni con i compagni fingendosi lui. Nessuno dei tre strumenti più diffusi tra gli studenti, ChatGPT, Gemini e Grammarly, si rifiuta di scrivere un intero elaborato al posto loro, e nessuno impedisce ai propri agenti di fare il login su quelle piattaforme; Perplexity ha risposto al quotidiano che obbligare un agente a dichiararsi metterebbe a rischio la privacy e la sicurezza dello studente. Karen Costa, che insegna online da vent’anni, riassume la questione con la domanda che si è fatta guardando il forum del suo corso, e cioè se stesse parlando soltanto con dei bot. Intanto gli atenei fanno il contrario di quello che dicono: il sistema della California State University, dove insegna un’altra docente citata nell’inchiesta, ha firmato l’anno scorso un accordo milionario con OpenAI, mentre Princeton ha archiviato l’Honor Code che da oltre un secolo permetteva di sostenere gli esami senza sorveglianza.
La scrittrice sostituita da ChatGPT e il CEO che dice di averlo saputo da Claude
Martedì Stella Sacco ha scritto su Bluesky di essere stata la lead writer di Rideshare “Stimulator”, il gioco di guida in uscita per Saber Interactive, lo studio di Space Marine 2, e di essere stata sostituita da ChatGPT a metà sviluppo, voci dei passeggeri comprese. L’amministratore delegato Matthew Karch ha prima negato tutto al Verge, poi ha perso la testa in una dichiarazione a This Week In Video Games in cui ha detto di aver dovuto chiedere a Claude chi fosse Sacco, che era stata licenziata e rimpiazzata da qualcuno di più bravo, e che con il senno di poi sarebbe stato felice di sostituirla davvero con una macchina, almeno programmata per essere onesta. Nella stessa dichiarazione ha ammesso che il gioco l’IA la usa, e che la scheda Steam verrà aggiornata quando avranno deciso cosa ci finisce dentro: il che significa che fino a giovedì la scheda non riportava nulla, mentre Valve obbliga a dichiararlo. IGN ha visto il forum del gioco riempirsi di messaggi contro l’uso dell’IA e i commenti sotto il trailer girarsi tutti insieme. Sacco ha risposto che quella sfuriata farà alla reputazione di Saber più danni di quanti gliene possa fare lei.
Il conto ambientale, per intero
Un paper sposta il conto delle emissioni dai data center ai pozzi di petrolio
Un paper appena uscito sulla rivista NPJ Climate Action, del gruppo Nature, sposta la discussione di parecchi metri. Gli autori, guidati da Will e Holly Alpine, due ex manager di Microsoft passati alla ricerca sulla sostenibilità e sposati tra loro, sostengono che le emissioni abilitate dall’IA, cioè quelle che la tecnologia permette a qualcun altro di produrre, superano quelle che fa risparmiare ottimizzando le rinnovabili: l’industria petrolifera usa questi strumenti per trivellare di più e più in fretta, e il conto che ne esce vale dalle tre alle tredici volte le emissioni già enormi dei data center. Holly Alpine ha spiegato a HEATED, la newsletter climatica di Emily Atkin, che dentro le grandi aziende tecnologiche ci sono squadre di ingegneri e commerciali dedicate esclusivamente al settore fossile, che scrivono codice in partnership con le compagnie petrolifere per espandere la produzione. Non è un’ipotesi di scuola: Microsoft e Chevron hanno firmato un contratto ventennale per una centrale a gas destinata ai data center, e Amazon sta costruendo la più grande centrale fossile del paese. Fermarsi ai consumi degli impianti, dicono gli Alpine, significa contare solo la punta.
Il data center di Amazon in Texas inquinerà quanto la Svizzera
La centrale in questione sta nella contea di Pecos, nel Texas occidentale, e serve un data center di Amazon Web Services. Il New York Times ha confermato l’investimento: fino a 7,65 gigawatt di potenza, 35 turbine a gas, e un’autorizzazione a emettere fino a 33 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, cifra che ne farebbe la più grande singola fonte di emissioni degli Stati Uniti e che regge il confronto con paesi interi come la Svizzera, l’Irlanda o la Bulgaria. Amazon aveva promesso di arrivare a zero emissioni nette entro il 2040, e alla domanda su come le due cose stiano insieme la portavoce Margaret Callahan ha risposto al quotidiano che il mondo oggi è diverso da quando quell’impegno fu preso, e che crescita e sostenibilità non sono in contrapposizione. L’azienda ha appena dichiarato il proprio record di emissioni, con i consumi elettrici cresciuti del 34% nel 2025. La formula “il mondo è cambiato” è la cosa più onesta detta questa settimana da un’azienda del settore, a patto di leggerla per quello che è: l’impegno valeva finché costava poco.
L’influencer portata da OpenAI al ritiro eco-luxury si è filmata mentre riempiva la vasca
La parte comica la mette Grace McCarrick, creatrice di contenuti su Instagram, che a fine luglio ha partecipato a spese di OpenAI a quello che l’azienda ha presentato come il suo primo viaggio per creator, un ritiro eco-luxury in un resort dello Stato di New York. McCarrick si è ripresa in accappatoio mentre riempiva la vasca, il che, vista la quantità di acqua potabile che i data center prosciugano nelle zone in siccità, era il fotogramma sbagliato al momento sbagliato: nei commenti le hanno ricordato le persone che protestano per non averli sotto casa e i residenti della contea di Effingham, in Georgia, che l’acqua rischiano di perderla davvero. La risposta è arrivata su LinkedIn una settimana dopo, e diceva che lei non aveva idea che la gente fosse così contraria all’IA e che i suoi critici indossano vestiti cuciti in fabbriche con lavoro minorile, hanno uno smartphone in mano, comprano su Amazon e non fanno la raccolta differenziata. Qualche giorno più tardi ha ringraziato amici e parenti per averla difesa e ha scritto di uscirne con qualche cicatrice di guerra. Il giornalista Paris Marx, tra i critici più duri del settore, ha detto alla CBC la cosa ovvia, e cioè che OpenAI è perfettamente consapevole di come viene percepita e organizza queste vacanze proprio perché qualcuno dica cose gentili sui suoi prodotti.
In definitiva, la settimana si riassume nella distanza tra due frasi. Raya Gupta ha spiegato che i suoi amici hanno accettato di farsi arrestare perché temono di non avere né un lavoro né acqua pulita, e a Washington li hanno caricati su tre furgoni diversi per sbrigare le pratiche più in fretta. Grace McCarrick, dall’accappatoio di un resort pagato da OpenAI, è quella che ne è uscita con le cicatrici di guerra.




