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Il mito dell’azienda automatica si schianta contro la realtà: il caso HurumoAI e la “morte per riunione”

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C’è una narrazione che circola con insistenza nei corridoi della Silicon Valley e nelle slide dei consulenti aziendali: l’idea che il lavoro umano sia un bug del sistema, un costo inefficiente da eliminare al più presto. Ci ripetono che l’intelligenza artificiale è pronta a prendere il timone, che siamo alla vigilia della nascita della prima “azienda da un miliardo di dollari gestita da una sola persona”, come ha profetizzato Sam Altman di OpenAI. In pratica, il sogno bagnato del turbocapitalismo: profitti infiniti, buste paga zero.

Ma quando si passa dalla propaganda alla realtà operativa, le cose tendono a prendere una piega tragicomica. Un recente esperimento condotto dal giornalista Evan Ratliff ha messo alla prova proprio questo scenario, affidando la gestione di una startup fittizia interamente a degli agenti AI. Il risultato? Non l’efficienza spietata di Skynet, ma un caos burocratico degno della peggiore amministrazione pubblica, dove le macchine hanno finito per replicare i vizi più inutili del mondo corporate.

Il sogno tossico dell’azienda senza lavoratori

Facciamo un passo indietro per capire il contesto. L’hype sull’automazione totale non è neutrale; è profondamente politico. Quando i giganti del tech prevedono la sostituzione dei colletti bianchi, stanno cercando di indebolire la forza lavoro, suggerendo che le competenze umane siano ormai obsolete. L’obiettivo non è necessariamente migliorare il prodotto, ma concentrare la ricchezza e il potere decisionale nelle mani di pochissimi “fondatori”, liberandosi di quella fastidiosa necessità democratica che sono i diritti dei lavoratori.

Tuttavia, per giustificare licenziamenti di massa e ristrutturazioni selvagge, la tecnologia dovrebbe funzionare davvero. E qui casca l’asino.

HurumoAI: cronaca di un disastro digitale

Ratliff ha deciso di testare sul campo queste promesse creando HurumoAI, una startup di facciata completa di sito web infarcito di quel gergo “tech” vuoto che ormai conosciamo a memoria. La particolarità? Nessun dipendente umano. Ratliff ha “assunto” esclusivamente agenti di intelligenza artificiale, utilizzando crediti acquistati da piattaforme come Lindy.AI, per gestire ogni aspetto dell’azienda: dallo sviluppo software al marketing, fino alla strategia.

Lui era l’unico umano nel circuito, il CEO che impartiva le direttive. Sulla carta, doveva essere l’apoteosi dell’efficienza. Nella realtà, come raccontato nel suo podcast Shell Game e in un articolo per Wired, è stato un disastro esilarante.

La burocrazia algoritmica e la “morte per riunione”

Cosa hanno fatto questi avanzatissimi agenti AI appena messi al lavoro? Hanno forse scritto codice rivoluzionario in silenzio? No. Hanno iniziato a pianificare un ritiro aziendale (un “offsite”).

È bastata una battuta di Ratliff per innescare una reazione a catena incontrollabile. Gli agenti, addestrati su dataset che evidentemente contengono il peggio della cultura aziendale moderna, hanno iniziato a discutere tra loro con entusiasmo, proponendo sessioni di brainstorming “con vista oceano” e perdendosi in chiacchiere futili. Mentre Ratliff si allontanava dalla tastiera per svolgere del lavoro vero, i suoi dipendenti virtuali continuavano a parlarsi addosso, bruciando budget (circa 30 dollari di crediti in breve tempo) senza produrre nulla di tangibile.

“Si sono praticamente parlati fino alla morte”, ha commentato Ratliff. È un’ironia feroce: l’IA non ha eliminato la burocrazia, l’ha automatizzata. Ha imparato a simulare l’impegno senza la sostanza, replicando perfettamente la “riunionite” che affligge tanti uffici reali.

Oltre la narrazione: i dati della Carnegie Mellon

L’aneddoto di HurumoAI fa sorridere, ma è supportato da dati accademici che dovrebbero far riflettere chiunque stia pensando di ristrutturare la propria azienda basandosi sull’hype. Un recente studio della Carnegie Mellon University ha dimostrato che, messi alla prova su compiti d’ufficio reali, anche gli agenti AI più performanti falliscono circa il 70% delle volte.

Nel caso di Ratliff, il team di agenti è riuscito, dopo mesi e molta supervisione umana, a produrre un prototipo funzionante (un’app ironica chiamata “Sloth Surf” per automatizzare la perdita di tempo online), ma il processo è stato tutto fuorché autonomo. Ha richiesto correzioni continue, dimostrando che senza la guida umana, questi sistemi tendono all’entropia o all’allucinazione.

Perché questa storia riguarda i nostri diritti

Raccontare queste storie è fondamentale per smontare la retorica dell’inevitabilità. Il pericolo immediato non è un’IA senziente che ci ruba il lavoro perché è più brava di noi. Il pericolo reale è che dirigenti mediocri e azionisti avidi credano a questa narrazione, licenziando personale competente per sostituirlo con software scadenti che sanno solo organizzare finti ritiri aziendali mentre la nave affonda.

La tecnologia deve essere uno strumento di supporto al lavoro umano, non una scusa per smantellare il tessuto sociale e lavorativo in nome di un’efficienza che, al momento, esiste solo nelle presentazioni PowerPoint della Silicon Valley.

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