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Ancora un lato oscuro dell’IA: sfruttamento e traumi nei “digital sweatshop” globali

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L’intelligenza artificiale ci viene presentata come la panacea di tutti i mali, la tecnologia salvifica che sforna meraviglie: dai video di Stephen Hawking wrestler professionista (davvero?) a infinite playlist su Spotify generate automaticamente. Ma questa narrazione scintillante nasconde una realtà ben più cupa, un prezzo altissimo pagato da esseri umani in carne ed ossa.

Oltre all’enorme costo energetico e ambientale, l’IA si regge su un immenso sistema globale che assomiglia terribilmente ai vecchi “sweatshop”, le fabbriche del sudore. Solo che questa volta, lo sfruttamento avviene nel digitale.

“Data labeling”: il lavoro invisibile (e traumatico) dietro i chatbot

Come riportato dall’Agence France-Presse (AFP), lavoratori sottopagati in paesi come Kenya, Colombia e India svolgono il lavoro intellettuale nascosto che rende “intelligenti” le nostre IA. Si chiama “data labeling”, etichettatura dei dati.

Un esempio? Per far sì che un chatbot possa generare un referto autoptico (perché mai dovrebbe?), qualcuno deve prima passare al setaccio migliaia di immagini raccapriccianti di scene del crimine. E questo è solo uno dei compiti.

Nonostante spesso avvenga da remoto, non pensate a un lavoro d’ufficio comodo. Chi è coinvolto in questa catena di montaggio digitale descrive orari massacranti, tutele inesistenti e l’esposizione costante a contenuti violenti, disturbanti, pornografici. Una sorta di moderazione di contenuti social, ma forse ancora più alienante e opaca.

Kenya, Colombia, India: la geografia dello sfruttamento 2.0

“Devi passare l’intera giornata a guardare cadaveri e scene del crimine”, ha raccontato all’AFP Ephantus Kanyugi, un etichettatore di dati keniota. “Non veniva fornito alcun supporto per la salute mentale”.

Il Kenya, come molti altri paesi del Sud Globale, diventa così terreno fertile per questo sfruttamento, complice l’assenza di leggi specifiche che regolamentino il lavoro di annotazione dei dati.

Il sistema delle scatole cinesi: OpenAI, Meta e i contractor senza scrupoli

La cosa più subdola è il sistema di appalti e subappalti. I lavoratori come Kanyugi non sono dipendenti diretti dei colossi dell’IA come OpenAI o Google (o Meta). No, queste aziende si affidano a contractor esterni, società terze che poi reclutano la manodopera a basso costo, creando una comoda distanza tra il brand “innovativo” e lo sfruttamento necessario per alimentarlo.

Una delle aziende più note in questo torbido mercato è Scale AI. Si tratta probabilmente della più grande società nel business dell’etichettatura dati, con legami profondi con giganti della Silicon Valley come OpenAI e Meta. Tra i suoi clienti, vanta persino il Pentagono statunitense.

Scale AI e Remotasks: un centesimo a task, la “schiavitù moderna”

Le pratiche lavorative di Scale AI sono già state criticate aspramente. Ma l’AFP riporta che una sua sussidiaria, Remotasks (che opera spesso tramite varie società di comodo), sta portando lo sfruttamento a un livello ulteriore: paga gli etichettatori di dati circa un centesimo di dollaro per ogni “task” completato, compito che può richiedere anche ore.

Un sistema che Kanyugi non esita a definire “schiavitù moderna”.

“La gente sviluppa problemi alla vista, alla schiena, va in ansia e depressione perché lavori 20 ore al giorno o sei giorni alla settimana”, ha detto all’AFP. “Poi, nonostante lavori così tante ore, ricevi solo una paga misera, e potresti anche non essere pagato affatto”.

Il costo umano della nostra comodità digitale

Quindi, la prossima volta che usate ChatGPT per scrivere una mail, o chiedete a Grok di spiegarvi un meme, fermatevi un attimo. Dietro la risposta rapida e apparentemente magica del vostro chatbot, c’è un esercito invisibile di lavoratori sottopagati, spesso traumatizzati, che rendono possibile quella “magia”.

L’intelligenza artificiale non nasce dal nulla. Nasce dal lavoro, spesso massacrante e psicologicamente devastante, di persone a cui viene negata dignità e giusto compenso. È il lato oscuro del progresso tecnologico, quello che le grandi aziende preferirebbero tenere nascosto. Ma è nostro dovere, come utenti e cittadini, esserne consapevoli.

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