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Diciamocelo chiaramente: se il tuo lavoro consiste nel sederti a una scrivania e fissare uno schermo per otto ore al giorno, il terreno sotto i tuoi piedi sta già franando. In pratica, quello che Andrew Yang definisce lo “svisceramento dei colletti bianchi” non è una previsione per un futuro lontano, ma un processo che colpirà milioni di persone nei prossimi mesi. Non è pessimismo, è la logica del mercato che, come sempre, premia chi taglia e punisce chi resta umano.
L’apocalisse dei colletti bianchi è dietro l’angolo
Andrew Yang, l’imprenditore che ha provato a portare il tema dell’automazione nel dibattito presidenziale americano, ha lanciato un avvertimento che fa tremare i polsi. In un recente saggio pubblicato sulla sua Substack, spiega che l’ondata di automazione spazzerà via milioni di impiegati nei prossimi 12-18 mesi. Insomma, il tempo delle chiacchiere è finito. La dinamica è sistemica: se un’azienda inizia a “snellire” i processi grazie all’IA, i competitor devono seguirla per non essere puniti da Wall Street. Come ha detto un investitore citato da Yang: “vendi tutto ciò che consiste in persone sedute a una scrivania a guardare un computer”.
Non stiamo parlando solo di stagisti o junior. Yang prevede che saranno i professionisti a metà carriera i primi a saltare. Su circa 70 milioni di impiegati negli Stati Uniti, la riduzione potrebbe oscillare tra il 20% e il 50% nei prossimi anni. Una mattanza sociale che non ha precedenti per questa classe di lavoratori.
Vendere casa e scappare: i consigli estremi di Yang
Il suggerimento di Yang per chi vive nelle zone più ricche della Silicon Valley o di Westchester County è brutale: vendete casa ora. Prima che l’apocalisse del lavoro colpisca e tutti si accalchino per svendere i propri immobili. “Potrebbe non essere bello essere i primi, ma non volete essere gli ultimi”, scrive Yang. È il realismo capitalista applicato al mercato immobiliare: ci viene detto che non c’è alternativa se non quella di fuggire prima che il sistema collassi su se stesso.
Le conseguenze saranno a cascata. Yang prevede un’impennata di bancarotte personali che travolgerà non solo gli impiegati, ma anche tutto l’indotto: lavanderie, parrucchieri, dog walker. Se la classe media smette di guadagnare, l’intera economia dei servizi “vicini” al colletto bianco si sgretola. Anche i neolaureati, già alle prese con un mercato delle assunzioni brutale, vedranno svanire ogni prospettiva di inserimento.
Nuovi servi della gleba sotto i signori dell’algoritmo
Il punto centrale, però, è politico. Mentre l’IA genera ricchezza, questa finisce quasi interamente nelle tasche di una manciata di CEO ed executive al vertice della piramide sociale. Yang pone una domanda inquietante: cosa penserà la gente quando ci sentiremo tutti come servi della gleba sotto dei sovrani dell’IA che hanno assorbito ogni lavoro intellettuale? In pratica, stiamo assistendo a una concentrazione della ricchezza verso l’alto che rende obsoleta l’idea stessa di mobilità sociale.
Oltre l’allarmismo: dove sono le risposte strutturali?
Alla fine, però, la critica di Yang somiglia a quella di molti altri magnati del tech che oggi giocano a fare i profeti di sventura. Dopo aver dipinto uno scenario da incubo, le risposte restano vaghe, spesso limitate all’idea di un reddito di base universale che però non affronta il nodo del potere e della proprietà dei mezzi di produzione algoritmici.
Insomma, Yang ci dice di “prepararci al peggio” e fare quello che possiamo per noi stessi e per chi ci circonda. Una soluzione individuale a un problema sistemico. Non sono sicurissimo che basti, ma una cosa è certa: la pressione psicologica sui lavoratori, costantemente minacciati di essere sostituiti, sta già producendo effetti devastanti sulla salute mentale. È tempo di smettere di guardare lo schermo e iniziare a guardare chi sta accumulando miliardi sulla nostra imminente obsolescenza.




