In questo articolo
C’è un’ironia di fondo nel modo in cui parliamo di digitale. Usiamo termini come “Cloud”, “nuvola”, evocando leggerezza, immaterialità, qualcosa che sta lassù e non tocca terra. La realtà, però, è fatta di acciaio, cemento, cavi sottomarini e, soprattutto, di un consumo energetico vorace che sta mettendo sotto stress le reti elettriche globali.
In questo scenario di accelerazione incontrollata, dove il mantra della Silicon Valley è “costruire a ogni costo”, la voce di Bernie Sanders suona come quella del bambino nella favola dei vestiti nuovi dell’imperatore. Solo che l’imperatore, questa volta, è un server farm grande come una città. Il senatore del Vermont ha lanciato una proposta che definirei di buon senso radicale: una moratoria sulla costruzione di nuovi data center.
Il mito del “Cloud” e la sua pesante realtà fisica
Mentre noi ci preoccupiamo di spegnere la luce in corridoio, l’infrastruttura necessaria per addestrare e mantenere i modelli di Intelligenza Artificiale sta divorando risorse a un ritmo insostenibile. Sanders ha posto una questione semplice, quasi banale, ma che nessuno osa fare nei board delle Big Tech: perché stiamo correndo così tanto?
In un video diffuso sui social, il senatore ha dichiarato: “Questo processo si sta muovendo molto, molto velocemente, e dobbiamo rallentarlo”. Non è luddismo, è sopravvivenza. L’idea che il progresso tecnologico sia una forza naturale inarrestabile è parte di quel “realismo” economico che ci hanno inculcato, l’idea che non ci sia alternativa all’espansione infinita. Ma le risorse fisiche, a differenza dei dati, sono finite.
Frenare la corsa: la proposta di Sanders
La richiesta è specifica: fermare i cantieri dei nuovi data center che alimentano la “corsa non regolamentata” allo sviluppo dell’AI. L’obiettivo non è bloccare la tecnologia tout court, ma guadagnare il tempo necessario per capire cosa diavolo sta succedendo.
“Siamo chiari: l’IA e la robotica sono le tecnologie più trasformative nella storia dell’umanità”, ha detto Sanders. E ha ragione. Ma se lasciamo che questa trasformazione sia guidata esclusivamente dalla sete di profitto di pochi attori non eletti, il risultato non sarà un’utopia post-lavoro, ma un incubo distopico di disuguaglianza.
Cui prodest? L’AI e la concentrazione della ricchezza
Qui arriviamo al cuore politico della questione. Chi beneficia di questa corsa all’oro digitale? Sanders non usa mezzi termini: “Sorpresa, sorpresa, sono le persone più ricche della Terra”.
Mentre il potere d’acquisto delle famiglie americane (e non solo) crolla e i pignoramenti delle auto tornano ai livelli della Grande Recessione, i capitali investiti nell’AI rappresentano circa la metà della crescita del PIL statunitense. È una crescita drogata, che arricchisce i soliti noti — figure come Elon Musk, Bill Gates o Dario Amodei — mentre scarica i costi (ambientali e sociali) sulla collettività.
Democrazia vs Algoritmi: una questione di sopravvivenza
La domanda che Sanders pone al Congresso — e a noi — è brutale: “Credete davvero che questi multimiliardari stiano svegli la notte a preoccuparsi di cosa faranno l’AI e la robotica per le famiglie lavoratrici?”. La risposta la conosciamo tutti.
Se l’automazione elimina milioni di posti di lavoro senza un piano di redistribuzione (come un reddito di base universale o la tassazione dei robot), come sopravviveranno le persone? “Molto pochi membri del Congresso stanno pensando seriamente a questo”, accusa Sanders.
La moratoria proposta serve a questo: a dare alla democrazia la possibilità di raggiungere la tecnologia. Perché se la politica abdica al suo ruolo di regolatore e pianificatore, lasciando campo libero agli algoritmi del profitto, ci ritroveremo in un mondo tecnicamente avanzatissimo, ma socialmente medievale. E a quel punto, spegnere i server potrebbe non bastare più.



