Il presidente di OpenAI, Bret Taylor, si lamenta: l’intelligenza artificiale sta distruggendo la sua identità di programmatore. Una confessione che, più che suscitare empatia, svela l’ipocrisia di una classe dirigente che mette in scena la propria ansia, mentre costruisce un futuro di precarietà per tutti gli altri.
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A leggere le cronache dalla Silicon Valley, sembra che i vertici di OpenAI, la startup che dovrebbe diventare la più ricca della storia, non dormano sonni tranquilli. Anzi, sono tormentati. Poverini. L’ultimo a unirsi al coro dei penitenti è nientemeno che il presidente del consiglio di amministrazione, Bret Taylor.
Parlando al podcast “Acquired“, Taylor ha confessato tutta la sua ansia esistenziale: l’intelligenza artificiale, la stessa tecnologia su cui sta costruendo fortune, starebbe vanificando la sua stessa identità. Un dramma, non c’è che dire.
Le lacrime di coccodrillo del programmatore milionario
“La cosa con cui mi auto-identifico viene, tipo, resa obsoleta da questa tecnologia,” ha dichiarato Taylor. Un’ammissione che suona quasi come una parodia. Lui, un programmatore che ha costruito la sua carriera e il suo patrimonio sul codice, ora vede quel mondo sgretolarsi sotto i colpi dei modelli linguistici come ChatGPT.
Taylor prevede un “periodo di transizione” in cui il modo in cui le persone definiscono il proprio valore, come individui e come lavoratori, “verrà stravolto”. E aggiunge: “Questa transizione non è sempre facile”. Grazie per l’intuizione, verrebbe da dire. Peccato che mentre lui si preoccupa per la sua identità di multi-milionario, ci sono milioni di lavoratori, grafici, scrittori, traduttori e, sì, anche programmatori, la cui identità è legata a un lavoro che la sua tecnologia minaccia di spazzare via senza troppi complimenti.
La “psicosi da AI”: quando i creatori perdono il contatto con la realtà
Questa scena madre, però, non è un caso isolato. Fa parte di un copione che i vertici di OpenAI sembrano recitare a menadito. Il CEO, Sam Altman, non perde occasione per manifestare la sua costante paura per la tecnologia che sta scatenando sul mondo. Un altro investitore di lungo corso, secondo i suoi stessi colleghi, mostrerebbe segni di una vera e propria psicosi indotta dall’AI.
È un fenomeno che abbiamo già analizzato su queste pagine, quello della psicosi da intelligenza artificiale, un misto di paranoia, deliri di onnipotenza e ansia apocalittica che sembra colpire proprio chi questa tecnologia la sta costruendo. La domanda è: si tratta di una genuina crisi di coscienza o di una sofisticata performance mediatica? A guardare i fatti, la seconda ipotesi sembra molto più probabile.
Paura come marketing: la strategia per vendere il futuro
L’allarmismo, infatti, si è rivelato una tattica di vendita straordinariamente efficace per OpenAI. Agitare lo spauracchio di una superintelligenza incontrollabile serve a due scopi: affascinare gli investitori, sempre a caccia della prossima “grande cosa”, e spaventare i legislatori, convincendoli a scrivere regole che, guarda caso, finiscono per favorire chi è già leader del mercato.
Lo stesso Altman, dopo aver predicato i pericoli dell’AI in un’audizione al Senato USA, ha raccolto altri 300 milioni di dollari in finanziamenti. Una coincidenza, certo.
E Taylor? Anche lui non è un semplice filosofo preoccupato per il futuro dell’umanità. È il fondatore di Sierra, una startup da 4.5 miliardi di dollari il cui modello di business si basa proprio su quello che lui definisce “stravolgimento”. Sierra, infatti, offre alle aziende la possibilità di esternalizzare interi reparti – come il servizio clienti – affidandoli all’intelligenza artificiale. In pratica, trasforma le aziende in clienti dipendenti, nutrendosi dei posti di lavoro che l’AI rende “obsoleti”. Un parassitismo in piena regola, venduto con una lacrima sulla coscienza.
Un’identità per pochi, la precarietà per molti
Alla fine, la crisi esistenziale di Bret Taylor è un lusso che pochi possono permettersi. Mentre l’élite della Silicon Valley si interroga sulla propria identità e mette in scena le proprie paure, sta attivamente costruendo un’architettura economica che rischia di rendere precarie le identità e le vite di milioni di persone.
Le loro ansie sono una cortina fumogena, una narrazione costruita ad arte per distogliere lo sguardo dal vero impatto sociale della loro tecnologia: una massiccia concentrazione di ricchezza e potere verso l’alto, sfruttando competenze e professionalità dal basso. La prossima volta che sentirete un guru dell’AI lamentarsi del futuro che lui stesso sta creando, non pensate a un profeta. Probabilmente, sta solo preparando il terreno per il suo prossimo round di finanziamenti.




