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Dario Amodei e il Pentagono: quando l’etica dell’AI si schianta contro la ragion di stato

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Sembrava che qualcuno, finalmente, avesse deciso di tenere il punto. Dario Amodei, CEO di Anthropic, pareva intenzionato a difendere quei famosi “red lines” etici che dovrebbero distinguere la sua creatura dalla concorrenza. In pratica, niente sorveglianza di massa e niente droni killer autonomi. Ma la realtà, specialmente quando si scontra con i corridoi del potere di Washington, ha il vizio di essere parecchio cinica.

Il leak che ha scosso la Valle

Tutto è iniziato con un memo interno trapelato su The Information. Amodei non le aveva mandate a dire, accusando il suo ex collega e ora rivale Sam Altman (OpenAI) di aver riservato a Donald Trump una “lode in stile dittatore”. Il riferimento era chiaro: mentre Altman staccava assegni pesanti – parliamo di milioni di dollari in donazioni – Anthropic cercava di proporsi come l’alternativa “adulta” e regolamentata.

Nel memo, Amodei sosteneva che l’ostilità del Dipartimento della Guerra verso Anthropic non fosse tecnica, ma puramente politica. “Non abbiamo donato a Trump”, scriveva, suggerendo che il governo stesse premiando chi “bacia l’anello” e punendo chi, invece, parla apertamente dei rischi dell’AI, come lo spostamento dei posti di lavoro o la necessità di regole stringenti. Insomma, un atto di accusa contro quello che potremmo definire il realismo capitalista applicato alla Silicon Valley: l’idea che non esista alternativa al piegarsi alle logiche del potere se vuoi restare nel mercato.

La rappresaglia politica del Pentagono

La risposta di Washington è stata brutale e immediata. Il Pentagono ha ufficialmente designato Anthropic come un “rischio per la catena di approvvigionamento”. È una mossa senza precedenti per un’azienda americana, un’etichetta solitamente riservata ai nemici stranieri. Una decisione che puzza di ritorsione lontano un miglio, specialmente se consideriamo che, stando ai report, i militari americani hanno utilizzato Claude proprio per selezionare obiettivi in scenari di guerra complessi.

Questa mossa ha mandato nel panico l’intera industria tech. Se il governo può trasformarti in un “paria” tecnologico con un colpo di penna a causa di una disputa contrattuale o politica, nessuno è al sicuro. Persino colossi come Nvidia e Amazon hanno espresso preoccupazione. In fondo, quando il capitale si concentra verso l’alto, la protezione dello Stato diventa l’unico asset che conta davvero.

Il grande dietrofront di Amodei

E qui arriviamo alla parte che fa un po’ male a chi credeva nella “missione etica” di Anthropic. Giovedì scorso, Amodei ha pubblicato una nota di scuse che definirei quasi “umiliante”. Ha chiesto scusa per il “tono” del post, dichiarando che non rifletteva le sue opinioni ponderate e che era già “superato”.

La retromarcia è stata totale. Amodei ha tenuto a precisare che Anthropic ha “molto più in comune con il Dipartimento della Guerra di quanto non abbia divergenze” e che l’azienda è impegnata a difendere la sicurezza nazionale. Addio posizioni critiche, benvenuta realpolitik. Non ne sono sicurissimo, ma ho il sospetto che i principi etici di un’azienda diventino molto flessibili quando si rischia di perdere l’accesso ai contratti miliardari del governo federale.

L’etica come prodotto di marketing

Questa vicenda ci insegna una lezione amara su come l’AI stia impattando sulla nostra società. Non è solo una questione di algoritmi, ma di chi controlla quei processi. Quando le aziende di AI competono per diventare la “scelta etica”, spesso stanno solo facendo brand positioning. Ma quando il gioco si fa duro, l’etica viene sacrificata sull’altare della sopravvivenza aziendale.

Il caso Amodei dimostra che, in un sistema dove la ricchezza e il potere tecnologico sono così concentrati, l’autonomia delle aziende private è un’illusione. O ti allinei alla “war machine”, o vieni cancellato dalla supply chain.

Insomma, alla fine della giornata, anche i “santi” della Silicon Valley devono pagare l’affitto dei loro server farm. E quei soldi, piaccia o meno, passano quasi sempre da chi decide dove far cadere i droni.