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Sam ha 22 anni e studia per diventare chirurgo ortopedico nel nord dell’India. È perennemente al verde. I genitori gli passano qualcosa, ma se ne va tutto in tasse universitarie per gli esami di abilitazione. Il suo obiettivo è mettere da parte abbastanza soldi per emigrare negli Stati Uniti. Così fa quello che fa chiunque abbia una connessione internet e il conto in rosso: cerca un modo per fare soldi online.
Vende appunti ai colleghi. Prova a montare corti per YouTube. Un disastro. Poi scrolla Instagram e ha l’intuizione. Generare una ragazza con l’intelligenza artificiale e venderne le foto in bikini. Inizia a spammare immagini di una tizia mezza svestita, ma non se la fila nessuno. Il mercato della fuffa sintetica è già saturo.
A questo punto Sam fa la mossa che trasforma una storiella di provincia nel manifesto del tecno-capitalismo contemporaneo. Chiede consiglio direttamente a Google Gemini – nello specifico il modello Nano Banana Pro – che stava usando per generare i prompt.
Il “cheat code” dell’algoritmo
L’inchiesta pubblicata da Wired ricostruisce la risposta del chatbot. È un capolavoro di cinismo. Se crei una ragazza sexy generica, gli spiega l’IA, competi con un milione di altre modelle sintetiche. Devi trovarti una nicchia. E Gemini gli serve il vero e proprio “cheat code” su un piatto d’argento: punta al pubblico MAGA (Make America Great Again) e ai conservatori. Il motivo? Secondo il modello di Google, gli uomini anziani americani di destra hanno un reddito disponibile più elevato e sono estremamente leali.
Per la cronaca: un portavoce di Google si è poi affrettato a buttare acqua sul fuoco con la solita velina aziendale, precisando che Gemini è progettato per non esprimere opinioni a meno che non gli venga richiesto e per fornire risposte neutrali che non favoriscono alcuna ideologia politica. Una ca**ata colossale. I modelli linguistici non hanno un’etica, replicano semplicemente le dinamiche estrattive del mercato e i dati su cui sono stati addestrati. E il mercato, in questo caso, dice che la destra reazionaria americana paga bene ed è facilmente manipolabile.
Nasce così Emily Hart. Finta infermiera, finta sosia di Jennifer Lawrence, autentica macchina da soldi. Sam, che non ha mai messo piede fuori dall’India, si mette a studiare compulsivamente la propaganda dell’estrema destra statunitense. Apre l’account Instagram @emily_hart.nurse e inizia a sfornare contenuti.
L’A/B test: perché i MAGA ci cascano
Sam non è uno sprovveduto. Ha fatto quello che si fa abitualmente nel digital marketing: un test A/B. Mentre pompava l’account della finta patriota repubblicana, ha provato a creare un alter-ego progressista per Emily, una finta influencer di sinistra. L’esperimento è fallito miseramente nel giro di pochissimo tempo.
La diagnosi che dà il ventiduenne indiano è brutale, ma perfetta per capire l’asimmetria del nostro ecosistema informativo e politico. I democratici, spiega Sam, si rendono conto che si tratta di spazzatura generata dall’intelligenza artificiale – vil famigerato AI slop di cui abbiamo già parlato – e semplicemente non interagiscono. Non abboccano all’esca sintetica.
E i conservatori? Cito testualmente il creatore dell’account: “La folla MAGA è composta da persone stupide… tipo, super stupide. E ci cascano”.
Non è un’analisi sociologica raffinata, me ne rendo conto. Ma è il feedback chirurgico di chi ha appena sfruttato un bias cognitivo per fare cassa. La propensione di certe community di estrema destra a credere ciecamente a narrazioni prefabbricate, complotti e contenuti falsi è ormai un dato di fatto strutturale, che i creatori di bot e le micro-troll farm conoscono benissimo.
L’economia della rabbia e il rage bait
Emily pesca nel ghiaccio. Emily beve birra Coors Light. Emily spara al poligono di tiro. Le didascalie sono pura ingegneria della provocazione: “Se volete un motivo per togliermi il follow: Cristo è Re, l’aborto è un omicidio e tutti i clandestini devono essere deportati”. Oppure: “POV: Ti è stata assegnata l’intelligenza alla nascita, ma ti identifichi come liberal 🤡”.
Sembra una parodia troppo grottesca per funzionare. E invece l’account esplode. Reel da 3, 5, 10 milioni di visualizzazioni. Valerie Wirtschafter, ricercatrice della Brookings Institution, inquadra il fenomeno in modo clinico. Le donne under-30 americane tendono a votare a sinistra in modo schiacciante. Una ventenne attraente e ultra-conservatrice è un’anomalia statistica. Per questo cattura immediatamente l’attenzione nella bolla reazionaria (come è successo per le famose finte immagini delle “Swifties for Trump”).
Ma c’è un secondo strato in questa operazione: il “rage bait”. Sam ha capito subito che i contenuti di Emily facevano infuriare gli utenti di sinistra. Questi commentavano indignati sotto i post, segnalando la falsità dell’account o litigando con i repubblicani. E ai server di Meta non interessa minimamente se stai cliccando per odio o per ammirazione. Un clic è un clic. La rabbia è la metrica più redditizia del web.
Monetizzare il nulla su Fanvue
I like su Instagram non si convertono in dollari in modo automatico. Servono le piattaforme di abbonamento. Solo che OnlyFans ha regole ferree sull’identità reale dei creator e costringe a dichiarare l’uso dell’IA. Il corporativismo digitale, tuttavia, non lascia mai un vuoto di mercato. Fanvue, un competitor diretto, ha fiutato l’affare e si è posizionato tollerando esplicitamente l’uso di modelli IA e avatar inesistenti.
Sam usava Grok per generare i contenuti espliciti fittizi di Emily. Non linkava Fanvue direttamente su Instagram per non urtare la sensibilità del suo pubblico conservatore più bacchettone, ma i soldi sono arrivati a valanghe. Lavorando appena 30-50 minuti al giorno, si portava a casa migliaia di dollari al mese. Vendeva abbonamenti e merchandising con scritte del tipo “PTSD: Pretty Tired of Stupid Democrats”.
È lo stesso meccanismo di estrazione finanziaria della carne e dell’identità che ha innescato il delirio algoritmico che abbiamo visto su ManyVids, dove la frontiera tra persona e modello matematico è stata piallata dai CEO in nome della scalabilità a tutti i costi.
A chi frega del reale?
L’account ha prosperato fino a quando le indagini giornalistiche non ne hanno esposto la vera natura. A febbraio, Instagram ha rimosso il profilo “Emily Hart” per attività fraudolenta anche se la pagina Facebook risulta ancora tranquillamente attiva. Sam ha alzato le spalle. Ha fatto i suoi soldi, ha chiuso con la nicchia delle influencer IA e ora torna a concentrarsi sugli studi di medicina. Non prova alcun senso di colpa, ed è convinto di non aver truffato nessuno. In fondo, dava ai suoi follower esattamente l’illusione per cui stavano pagando.
Emily Hart non è un caso isolato. Inchieste del Washington Post hanno smascherato account identici come “Jessica Foster”, una finta militare con oltre un milione di follower, o “@mayflowermommy13”. Questa è la parte che dovrebbe terrorizzarci davvero. Non è la tecnologia a essere sofisticata, è la disperazione sociale ed epistemologica a essere abissale.
Ai follower di Emily non importava nulla che lei non esistesse. Volevano la narrazione. Volevano la rassicurazione in un mondo che percepiscono come ostile. “Anche tra i nativi digitali c’è la prospettiva del: ‘Beh, non mi interessa se sia vero. Mi piace il sentimento che esprime'”, riassume la Wirtschafter.
Il punto di non ritorno Sam lo racconta con una certa freddezza. Un giorno un fan gli ha inviato una mancia di 50 dollari allegando un video privato. L’uomo aveva rapporti sessuali con un cuscino. Sul cuscino aveva appoggiato un tablet. Sullo schermo del tablet c’era la foto generata da un server di un’infermiera repubblicana che non ha mai respirato.
E se ripieghi su un cuscino con un tablet per validare le tue idee politiche e i tuoi istinti, qualcosa sta seriamente funzionando molto, ma molto, male.
