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Diciamo le cose come stanno: i feed di Facebook sono diventati una specie di discarica digitale a cielo aperto. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’invasione silenziosa, ma violentissima, di quello che oggi chiamiamo comunemente AI slop. In pratica, una melma di contenuti generati artificialmente che ha trasformato la piattaforma — ormai abbandonata da chiunque abbia meno di 65 anni — in un incubo post-umano del tutto irriconoscibile.
Il trionfo dello slop: quando la spazzatura diventa sistema
Inizialmente ci facevamo una risata. Vi ricordate il “shrimp Jesus”, quel Cristo fatto di gamberetti che circolava un paio di anni fa? Sembrava un’anomalia, un errore del sistema. Invece era il presagio di un futuro senza senso. Non è un caso che Merriam-Webster abbia eletto “slop” come parola dell’anno 2025. Il problema è che oggi, grazie ai generatori di video text-to-video, la situazione è passata dal grottesco al disastroso.
Facendo un giro su subreddit come r/FacebookAIslop, si scopre un sottobosco macabro. Parliamo di video allucinanti: gatti umanoidi che finiscono in tritacarne, neonati verniciati di bianco da “dottori squalo” in un tripudio di stereotipi razzisti, o ragni con otto zampe e la testa di felino che scendono dai muri con un realismo da brividi. Insomma, un’estetica della deformità che non serve a comunicare nulla, se non a catturare un briciolo di attenzione residua.
Estetica della sterilità: oltre il “shrimp Jesus”
Questa roba non nasce dal nulla. È il risultato di una cultura che sembra aver esaurito la capacità di produrre il “nuovo”. Siamo immersi in una ripetizione infinita di frammenti di realtà ricombinati da macchine che non capiscono ciò che creano. È quella sensazione di sterilità culturale di cui parlava qualcuno molto più intelligente di me, dove il futuro sembra contenere solo reiterazioni e ri-permutazioni del passato. Una sorta di verità alternativa costruita a tavolino per intrattenerci mentre tutto il resto cade a pezzi.
Oltre ai mostri, c’è il furto sistematico. Sceneggiatori come Scott Collette hanno denunciato account che rubano i loro post storici, “rivestendoli” con didascalie generate dall’IA per macinare visualizzazioni. È un’economia del saccheggio dove la competenza dal basso viene sfruttata per alimentare una macchina che concentra la ricchezza verso l’alto, lasciando a noi solo le briciole digitali.
Algoritmi di controllo e l’illusione della scelta
La cosa più irritante? Ci dicono che è colpa nostra. Jagjit Chawla, vicepresidente del prodotto di Facebook, lo ha ammesso candidamente: gli algoritmi rispondono ai segnali degli utenti. Se guardi un video di slop, l’algoritmo pensa che ti interessi e te ne dà ancora. In pratica, siamo noi la fonte della nostra stessa rovina digitale. Ma questa è una visione distorta. In un regime dove tutto deve essere gestito come un business — una vera e propria business ontology applicata alle relazioni sociali — l’accuratezza e la profondità perdono sempre contro la viralità e la velocità.
È un modello che ricorda molto le strategie di certi finti innovatori che usano l’hype per mascherare fallimenti operativi ed etici. Si promette una rivoluzione e si consegna, invece, un deserto di contenuti vuoti




