In questo articolo
Diciamocelo chiaramente: Hollywood è sempre stata la fabbrica dei sogni, ma oggi sembra diventata la fabbrica delle bugie sistemiche. In pratica, mentre gli studios e i creativi si riempiono la bocca di etica e protezione del lavoro umano, dietro le quinte l’intelligenza artificiale sta già mangiando pezzi di produzione nel silenzio generale. Insomma, secondo Janice Min – una che l’industria la conosce fin nelle viscere – “tutti mentono un pochino”. Ma la verità, come spesso accade, è che l’IA non è il futuro: è un presente che si cerca di nascondere per non spaventare il pubblico e non far infuriare i sindacati.
La fiera dell’ipocrisia: perché a Hollywood tutti mentono
Janice Min, CEO di Ankler Media ed ex pilastro dell’Hollywood Reporter, lo ha detto senza troppi giri di parole in una intervista a Business Insider: gli studios stanno usando l’IA molto più di quanto dichiarino ufficialmente. E non si tratta solo dei “cattivoni” delle multinazionali. La Min lancia una sfida provocatoria: “Sfido chiunque a trovare uno sceneggiatore che fissi una pagina bianca senza parlare contemporaneamente con Claude o ChatGPT”.
Qui entriamo nel vivo di una dinamica che abbiamo già analizzato parlando di militarizzazione della tecnologia e impatto sul lavoro. C’è una vergogna collettiva nell’ammettere che il “genio creativo” ha bisogno di una stampella algoritmica, specialmente dopo che le storiche proteste del 2023 avevano messo i paletti proprio sull’uso di queste tecnologie.
L’Academy e la politica del “non chiedere, non dire”
L’esempio più lampante è “The Brutalist”, film premiato dove il regista Brady Corbet ha ammesso l’uso dell’IA per rifinire gli accenti degli attori. Ma secondo Min, questo è solo la punta dell’iceberg. L’Academy, l’istituzione che dovrebbe proteggere l’eredità del cinema, sembra aver adottato una politica stile “Don’t ask, don’t tell”. In pratica, si chiude un occhio perché ammettere che ogni singolo candidato al Miglior Film ha usato l’IA nel processo produttivo distruggerebbe la narrazione dell’eccezionalismo umano su cui si fonda il marketing degli Oscar.
Tra feticismo tecnologico e realtà: il teatro dell’IA
Bisogna però mantenere uno sguardo critico. Molto di quello che vediamo online, come il video virale di Tom Cruise e Brad Pitt che lottano, spesso non è “vera” IA generativa ma un semplice “reskin” digitale di attori in carne ed ossa. Questo teatro serve ai “bro” del tech per vendere l’idea che Hollywood sia ormai “spacciata”, alimentando un realismo dove l’automazione totale sembra l’unica alternativa possibile.
In realtà, molti degli strumenti definiti “IA” oggi sono algoritmi che l’industria usa da decenni per gli effetti visivi. Il problema sorge quando queste tecnologie vengono usate per concentrare il profitto verso l’alto, eliminando ruoli intermedi e sfruttando le competenze di chi, quel cinema, lo costruisce con le mani e con la testa.

Il realismo del profitto contro l’integrità dell’arte
Non ne sono sicurissimo, ma ho il sospetto che questa cortina di fumo non reggerà a lungo. Se l’industria continua a mentire sull’uso dell’IA, rischia di alienare l’unica cosa che la tiene in vita: la fiducia del pubblico in una storia che abbia un’anima umana. In un mondo dove il capitale preme per ridurre tutto a “content” generato a basso costo, la verità diventa un atto di resistenza politica.
Insomma, Hollywood sta giocando col fuoco. Se l’IA diventa l’ingrediente segreto (e vergognoso) di ogni film, la “Walk of Fame” rischia di trasformarsi in una sfilata di fantasmi digitali. Continueremo a monitorare questa deriva su dariodeleonardis.me, cercando di distinguere tra innovazione reale e semplice macelleria sociale travestita da progresso.



