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L’AI non torna: il CEO di IBM smaschera la bolla e avverte che il conto da 8 trilioni non quadra

Se c’è una cosa che i numeri non fanno, è mentire. E quando a fare i conti è il CEO di una delle aziende tecnologiche più antiche e solide del mondo, forse è il caso di prestare attenzione. Arvind Krishna di IBM ha appena lanciato una bomba nel salotto buono della Silicon Valley, dichiarando apertamente che la matematica dietro la corsa all’oro dell’AI generativa semplicemente non sta in piedi.

Mentre OpenAI e compagni bruciano miliardi come se fossero carta straccia, promettendo un futuro radioso (e profittevole) che sembra sempre un passo più in là, Krishna ha tirato fuori la calcolatrice e ha mostrato al mondo che il re, con ogni probabilità, è nudo.

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La matematica del disastro: 8 trilioni di buco

Durante una puntata del podcast Decoder di The Verge, Krishna ha fatto un rapido calcolo “sul tovagliolo” che dovrebbe far tremare i polsi agli investitori. Per costruire l’infrastruttura necessaria a inseguire il sogno dell’AGI (l’Intelligenza Artificiale Generale), servono circa 8 trilioni di dollari di investimenti in conto capitale (Capex).

“Secondo me non c’è modo di ottenere un ritorno su questo”, ha affermato lapidario. Perché? Semplice: per giustificare una spesa simile e ripagare gli interessi, servirebbero profitti per circa 800 miliardi di dollari. Cifre che al momento non esistono nemmeno nei sogni più ottimistici degli analisti. È la conferma che stiamo assistendo a una speculazione finanziaria scollegata dalla realtà economica.

Il test della bolla: la nuova domanda di assunzione

IBM sembra aver preso la questione molto seriamente, tanto da trasformarla in un filtro per le assunzioni. Secondo quanto riportato da Fortune, i dirigenti dell’azienda chiedono ai candidati se credono che siamo in una bolla dell’AI. Non c’è una risposta “giusta”, ma serve a capire se la persona ha un approccio critico o se ha bevuto l’intero bidone di Kool-Aid dell’hype.

Il miraggio dell’AGI e i pali della porta che si spostano

Krishna è stato altrettanto brutale sulle possibilità di raggiungere l’AGI con le tecnologie attuali. “Vi do probabilità davvero basse, tipo dallo 0 all’1 per cento, che l’attuale set di tecnologie note ci porti all’AGI”. È una doccia fredda per Sam Altman e per la narrazione di OpenAI, che continua a spostare i pali della porta ridefinendo cosa sia l’AGI ogni volta che fallisce nel raggiungerla.

Per il CEO di IBM, l’AGI non è un obiettivo tecnico imminente, ma una “credenza”, quasi un atto di fede religiosa che giustifica spese folli senza garanzie di ritorno.

Un modello di business fondato sulla fede?

La situazione finanziaria di OpenAI, analizzata anche da banche come HSBC, conferma lo scetticismo: non si prevedono profitti per almeno altri quattro anni, mentre i costi operativi continuano a esplodere. Stiamo parlando di aziende valutate trilioni senza un chiaro percorso verso la redditività, sostenute solo dalla promessa che “domani” arriverà la tecnologia magica che risolverà tutto.

In un sistema economico sano, gli investimenti dovrebbero basarsi su ritorni plausibili, non su scommesse da casinò con i soldi dei fondi pensione. Il monito di Krishna è chiaro: la festa dell’AI generativa potrebbe finire molto prima del previsto, e quando la musica si fermerà, il conto sarà salatissimo.