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Atlas Shrugged? Il nuovo browser IA di OpenAI è lento, problematico e solleva dubbi

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Questa settimana OpenAI ha calato un’altra carta dal suo mazzo AI: ha presentato Atlas, un browser web costruito attorno al suo prodotto di punta, ChatGPT. L’idea, sulla carta, è quella di un “super-assistente” che capisce il nostro mondo e ci aiuta a raggiungere i nostri obiettivi. Addirittura, grazie a una “modalità agente”, il browser dovrebbe essere in grado di completare compiti complessi in autonomia, come prenotare voli o fare la spesa online. Un processo che gli ingegneri di OpenAI, con un discutibile neologismo, hanno battezzato “vibe lifing”.

Ok, fermi tutti. Prima di gridare al miracolo, facciamo un passo indietro.

 

Atlas: l’IA nel browser, ma serve davvero?

L’idea di infilare un chatbot IA dentro un browser non è esattamente nuova. Atlas si aggiunge a una compagnia già affollata, che include Comet della startup Perplexity e il modello Gemini di Google, integrato a forza nel popolarissimo Chrome.

La domanda sorge spontanea: ne sentivamo davvero il bisogno? Soprattutto considerando le prime impressioni d’uso e, non dimentichiamolo, le preoccupazioni sulla sicurezza informatica sollevate dagli esperti.

Per un’azienda che, ricordiamolo, prevede di spendere cifre astronomiche (si parla di oltre mille miliardi di dollari) per costruire i data center necessari a far girare le sue IA, questo lancio non sembra esattamente un biglietto da visita impeccabile.

 

Primi test: un’esperienza tutt’altro che rivoluzionaria

Chi ha provato Atlas in anteprima non sembra particolarmente entusiasta. Come riporta The Verge, le funzionalità lasciano parecchio a desiderare.

“Il problema immediatamente ovvio è che ChatGPT semplicemente non sembra un portale adeguato per il web”, scrive Emma Roth, che ha testato il browser.

Tanto per cominciare, i suggerimenti forniti da ChatGPT “non sono sempre pertinenti”. Roth racconta di aver ricevuto risultati di ricerca locali… che però non erano affatto locali per lei. Un classico problema delle IA generative, che spesso faticano a contestualizzare.

Sembra quasi che OpenAI stessa sia consapevole dei limiti, visto che ha inserito una comoda “uscita di sicurezza”: “L’esperienza di ricerca limitata è probabilmente il motivo per cui ChatGPT Atlas include un link a Google nell’angolo in alto a destra di ogni pagina dei risultati”, ironizza Roth.

Altri utenti hanno notato che Atlas blocca pesantemente l’accesso a molti siti web, compreso il New York Times e persino portali di online banking. Non proprio l’ideale per un browser.

Alla fine, l’esperienza sembra indistinguibile da quella offerta dai concorrenti. Il browser stesso è basato su Chromium di Google, il progetto open-source su cui si fondano anche Chrome, Opera, Arc e Brave. “È fondamentalmente una versione al sapore di ChatGPT di Gemini in Chrome e dell’assistente AI di Perplexity in Comet”, conclude Roth, “e dopo un po’ di test iniziali, sembra funzionare più o meno allo stesso modo”.

 

Lentezza esasperante e funzionalità limitate

Ma il vero tallone d’Achille sembra essere la funzione “agente”, quella che dovrebbe automatizzare compiti complessi. È dolorosamente lenta.

Roth ha chiesto ad Atlas di riempire il suo carrello Amazon basandosi sulla cronologia di navigazione recente. Risultato? Ci sono voluti “dieci minuti agonizzanti per aggiungere solo tre articoli”.

Comet, il concorrente di Perplexity, ha completato lo stesso compito in due minuti. Che, sia chiaro, sembrano comunque un’eternità per un’operazione così semplice.

“A volte, Atlas faticava a cliccare il pulsante corretto; era come guardare il mio bambino piccolo che prova a mangiare da solo – inefficiente ma alla fine ce la fa”, scrive Nicole Nguyen del Wall Street Journal in un articolo sui browser AI. Per “trovare voli per un prossimo viaggio”, Atlas ha impiegato ben 16 minuti.

 

Sicurezza? Un campo minato chiamato “prompt injection”

Oltre all’esperienza utente non proprio esaltante, gli esperti mettono in guardia sui rischi per la sicurezza. Proprio questa settimana, l’azienda Brave (che produce un browser focalizzato sulla privacy) ha evidenziato gravi falle di sicurezza in Comet, mostrando come sia facile ingannarlo con tecniche di “prompt injection”. In pratica, si possono nascondere istruzioni malevole all’interno di contenuti apparentemente innocui (come un post su Reddit o persino uno screenshot) per indurre l’IA a compiere azioni dannose all’insaputa dell’utente.

Come affronterà OpenAI questo problema con Atlas? Al momento non è dato saperlo.

“Ci saranno sempre rischi residui legati alle prompt injection perché è la natura stessa dei sistemi che interpretano il linguaggio naturale ed eseguono azioni”, ha detto a Fortune George Chalhoub, professore assistente all’UCL Interaction Center. “È un po’ un gioco del gatto col topo, quindi possiamo aspettarci che emergano altre vulnerabilità”.

“Il rischio principale è che crolli il confine tra dati e istruzioni: potrebbe trasformare un agente IA in un browser da strumento utile a potenziale vettore di attacco contro l’utente”, ha aggiunto. “Potrebbe estrarre tutte le tue email e rubare i tuoi dati personali dal lavoro, o accedere al tuo account Facebook e rubare i tuoi messaggi, o estrarre tutte le tue password. Hai dato all’agente accesso illimitato a tutti i tuoi account”.

 

Un passo verso cosa? Le ambizioni (e i rischi) di OpenAI

Atlas è solo l’inizio. Il browser è visto come un primo passo nelle più ampie ambizioni di OpenAI di costruire un intero sistema operativo basato sull’IA. Già all’inizio di questo mese, l’azienda ha introdotto le app in ChatGPT e un “Apps SDK”, permettendo agli sviluppatori di creare le proprie applicazioni – incluse quelle per adulti – utilizzando il chatbot.

Resta da vedere se questa corsa a integrare l’IA ovunque, dai browser ai sistemi operativi, porterà davvero a un “super-assistente” utile e sicuro, o se stiamo solo costruendo infrastrutture digitali più complesse, più lente e, soprattutto, più vulnerabili.