Ring e il boomerang della sorveglianza: lo spot al Super Bowl che ha terrorizzato l’America

Telecamera Ring e la ricerca degli animali smarriti, immagine dell'articolo sullo spot al Super Bowl

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Sia chiaro: fare peggio di Pepsi che, nel 2017, pensava di risolvere le tensioni sociali offrendo una lattina a un poliziotto tramite Kendall Jenner, sembrava un’impresa impossibile. Eppure, Amazon ci è riuscita. Lo spot di Ring trasmesso durante l’ultimo Super Bowl è riuscito nell’incredibile intento di trasformare una rassicurante ricerca di cuccioli smarriti in un manifesto distopico che ha terrorizzato l’America. Insomma, un autogol comunicativo di proporzioni epiche.

Il nuovo re dei disastri: oltre Kendall Jenner

Diciamo che il precedente era pesante. All’epoca, la pubblicità di Pepsi fu ritirata in fretta e furia tra le scuse pubbliche dopo essere stata fatta a pezzi dalla critica per aver banalizzato la brutalità poliziesca. Ma Ring, la sussidiaria di Amazon per la sicurezza domestica, ha fatto uno scatto in avanti, toccando i nervi scoperti della sorveglianza di massa e della privacy sistemica.

Panottico di quartiere: il controllo venduto come gioco

Il punto è questo: lo spot presentava “Search Party”, una funzione che permette a Ring di accedere ai dispositivi di un intero isolato per ritrovare animali persi. Quello che doveva sembrare un atto di solidarietà collettiva è apparso immediatamente come la creazione di una rete di sorveglianza totale. Il risultato? Il messaggio è arrivato distorto, o forse fin troppo chiaro: le telecamere Ring sono nodi di un sistema che va ben oltre i gattini smarriti.

La reazione è stata viscerale. Utenti furiosi hanno iniziato a scollegare o addirittura distruggere le proprie telecamere. Come ha spiegato Jay Stanley dell’ACLU a USA Today, questa potenza tecnologica oggi si applica ai cuccioli, ma domani potrebbe servire a tracciare chiunque indossi una maglietta con un messaggio politico non gradito.

La ritirata strategica: il caso Flock e l’ombra dell’ICE

Il tempismo non poteva essere peggiore. Mentre le agenzie per l’immigrazione (ICE) continuano le loro operazioni sul suolo americano, Amazon ha sentito mancare la terra sotto i piedi. Pochi giorni dopo lo spot, ha annunciato la cancellazione della sua chiacchieratissima partnership con Flock, un’azienda che mette i filmati dei dispositivi a disposizione delle forze dell’ordine e dell’ICE. La giustificazione ufficiale? “Richiedeva troppe risorse”. Ma non ci crede nessuno: è un tentativo disperato di ripulire l’immagine dopo che il pubblico ha iniziato a percepire la natura reale di questi “servizi”.

L’impossibilità di un’alternativa? La rivolta dei dispositivi

Siamo immersi in un sistema dove la sorveglianza è diventata la norma invisibile, una di quelle strutture che accettiamo perché sembra non esserci alternativa. Ma quando il marketing prova a rendere “estetica” e “buona” questa invasione, il velo cade. Non è solo una questione di privacy, è una questione di potere che si sposta verso l’alto mentre noi paghiamo l’abbonamento per essere spiati.

Questa dinamica ricorda molto certi meccanismi di sfiducia verso le istituzioni che portano a derive imprevedibili. Il commento più lucido arriva, come spesso accade, dal basso: su Reddit la sentenza è unanime. “Continuerò a non comprare mai un Ring, specialmente dopo questo”, scrive un utente. Insomma, se l’idea era rassicurarci, Amazon ha ottenuto l’esatto opposto: ci ha ricordato che viviamo in una casa di vetro con le tende che si aprono a comando di una Big Tech.

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